Il non pesce rosso

Quel coso del ramo di Como* fetente e peloso che vive con me, col muso schiacciato, l’esoftalmo da polpo e un’alitosi perenne -che per praticità da questo momento in poi chiamerò “Il mio cane”-, è solito adottare due diversi atteggiamenti per farmi capire che è arrivato il momento di portarlo fuori. Con uno inizia a seguirmi per casa, fermarsi se anch’io mi fermo, guardarmi storcendo un po’ il muso (generalmente a destra) e iniziando a scodinzolare a oscillazioni costanti fino all’ipnosi o a velocità progressiva fino all’isteria. Se mi sposto all’improvviso e i miei movimenti non collimano con i suoi, date le dimensioni lilliputiane che non lo rendono immediatamente individuabile può anche capitare che ci inciampi sopra; se ci inciampo sopra, data la sua scatola cranica troppo piccola per contenere un cervello vero, si limita a emettere un guaito idiota senza mai registrare l’evento esperito: tornerà a seguirmi per casa, si fermerà se anch’io mi fermerò, scodinzolerà ipnoticamente o istericamente e se mi sposterò all’improvviso continuerà a farsi prendere a calci. Leggi il seguito di questo post »

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– Le piacciono i marinai a questa cagnolina tanto morbida e carina? –.
Per fare la domanda più insulsa e stupidamente trasversale possibile, quest’epico cesso si è sollevato dalla mezza genuflessione che aveva assunto per ingraziarsi a suon di moine il mio cane, ora si sistema un po’ la camicia sul petto, mette le mani sui fianchi, mi guarda per (quella che per quanto ingenuamente ne so è) la prima volta e aspetta con aria incomprensibilmente baldanzosa. Devo punire la sua boria. – Non è una femmina, e gli piace chiunque, a prescindere da una qualifica professionale –, anche perché vanagloriarsi per essere un marinaio è di un’ingenuità imbarazzante ai limiti della vergogna fisica. – Capisco – no, mi sa che non capisci – E a te piacciono i marinai? – vedi che non capisci? Leggi il seguito di questo post »

DB = felicità

Avere trent’anni ed essere single ha moltissimi vantaggi, tipo: Leggi il seguito di questo post »

Sta per arrivare roba su vita vissuta che sarebbe meglio di no.

Il locale in cui mi trovo, occupando svogliatamente lo sgabello con la seduta più scomoda della storia degli sgabelli, si trova su una delle arterie pro della città, dove si concentra la borghesia lavorativa e commerciale della Palermo che conta –in genere, i soldi che ha. Avvocati, medici, commercianti, imprenditori, valvassori e valvassini. E di cose da fare e soldi da contare, questa Palermo qui ne ha a iosa. È dunque giusto, quasi obbligato, che la sera, dopo aver fatto e contato tanto, si ritrovi a mangiare sushi in un posto così di una zona così per un giorno così. Dentro camicie stirate con un tocco indubbiamente filippino e rigorosamente coperte da stretch pull con scollo a V siamo tutti stanchi, ma più belli. Soprattutto se oggi è San Valentino. Che sia chiaro: noi a San Valentino non crediamo e dato che non ci crediamo usciamo a far bisboccia per ricordarci che single è meglio che impegnato. O sposato. O fidanzato ufficialmente. O in una relazione complicata. San Valentino non esiste, ma l’antisanvalentino ci piace. Tanto che, per sì e per no, stasera abbiamo tutti indugiato casualmente un po’ di più nel nostro Acqua di Giò –sai mai che nella generale ostentazione di un’euforia autoindotta si incontri quell’irriducibile e romantica squinzia così disperatamente priva del suo valentino da ritenere sufficiente un bicchiere di buon vino cavallerescamente offerto accompagnato da sprazzi di scambi allusivi e uno schizzo di occhio languido, oltre che da noccioline.

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Il giorno del mio compleanno, il trentesimo, ho conosciuto una ragazza di ventanni che non sa cos’è il radicchio. E, casomai ne avessimo bisogno, mi sono sentita vecchia. Casomai ne avessimo ancora dubbi, ho capito di appartenere a un’era diversa, quella in cui tutti sanno cos’è il radicchio. Una differenza di 10 anni e tacchete. Il povero radicchio è già andato in estinzione.
Quando poi la stessa ragazza è entrata nel panico per aver perso la vite del suo piercing all’ombelico, ho sentito la mancanza di un piercing all’ombelico anch’io. Voglio essere una ventenne con il piercing all’ombelico anch’io, ho pensato. Però voglio sapere cos’è il radicchio -ché non penso potrei vivere senza sapere cos’è il radicchio. O forse sì, potrei vivere senza radicchio e non pormi il problema di sapere cosa sia, perché tanto avrei un piercing all’ombelico, che oggigiorno si sa.. Tira molto più del semplice radicchio.

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Vado in palestra e faccio un’ora di sala, che per i non bisognosi/esperti in materia ginnica, equivale ad un’ora di esercizi con degli attrezzi invitanti e fascinosi come una falciatrice -che almeno ha il decorosissimo compito di spazzarti via l’erba, mentre quelli hanno l’effetto di spazzarti via la vita. E farti venire voglia di steroidi, chiaro. C’è sempre il palestratissimo manzo di secondo taglio che consiglia di strafarti per aumentare il rendimento e quasi ti convince. Ma basta guardarsi un po’ intorno per cambiare idea, entrare in una qualsiasi palestra e ispezionarne anche distrattamente la fauna. Ovvero: uomini con un torace a forma di Germania e un culo delle dimensioni di un cheerios, che non riescono a sollevare un peso senza emettere un immancabile urletto cavernicolo, come se già il loro sex appeal non sia stato ridotto ai minimi termini dal loro aspetto di triangolo equilatero rovesciato.

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Mi contatta una persona a cui devo molto nella vita. Rosario, il portiere – l’uomo grazie al quale ogni sera posso dire di avere ancora una macchina perché ogni giorno impedisce al carroattrezzi di portarsela via. Rosario mi dice che nel palazzo abitano due ragazzi, due brave persone, due figli di famiglia, che avrebbero bisogno di fare un po’ di doposcuola. Un po’ di doposcuola. Doposcuola è una di quelle parole che non ho mai trovato promettenti. Come fedifrago, propedeutico, corroborante, postpartum. Doposcuola sa di ragazzino rigorosamente in tuta, con ascelle pezzate e capelli unti, che puzza eternamente di sudore e merendine. In questi giorni non ho molto tempo, ma non ho neanche molti soldi. Quindi mi offro disponibile quantomeno a conoscere i ragazzi e i rispettivi genitori. Così, tanto per farmi un’idea della situazione e trovare motivi validi per non pentirmi subito di una scelta che, conoscendomi, la mia ostinata incapacità a dire di no ha già preso. Tanto per prendermi per il culo, insomma. I motivi validi si distinguono in due categorie: motivi validi morali (opzionali) e motivi validi pecuniari (necessari). In genere sono motivi validi: presenza di soggetto cerebroleso da redimere o cui far quantomeno capire cosa sia un libro facendo in modo che anche mezzora dopo continui a capirlo (questo sarebbe il massimo, ma è merce rara) e presenza di genitori facoltosi assillati da problemi di coscienza, pronti a farsi spillare anche ingenti somme di denaro in cambio della promessa che il figlio smetta di essere il coglione che è. Un giorno. Forse.

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[La prima parte di questo post si trova proprio qui]

Dopo le rapide presentazioni di persone e punti in questione, tra me, la mamma di Ugo e de Il Bambino è arrivato il momento di mettersi d’accordo su orari e tariffe. Torna a parlare la mamma numero uno, ridestandosi all’improvviso da quello che sembra il lungo sonno della sua esistenza.

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Ma parliamo di inverno. Dov’è finito l’inverno? Lui con i 25 gradi che tirano oggi. Chiedo È l’estate di San Martino, no? Questo scirocco novembrino che travolge all’improvviso -come se qualcuno ti aspettasse in agguato fuori dal portone di casa per accenderti un phon in faccia- non è mica lo sbuffo incollerito di quel pianeta che stiamo provando a far collassare già da un po’, certo che no. Gravi scompensi e diffuso stato confusionale, fin da alle elementari. C’era un tempo in cui l’inizio di un temino sull’inverno faceva “L’inverno è quando mia mamma mi mette il cappottino perché dice che fuori fa freddo”. Ora un bambino delle elementari, per un temino sull’inverno, potrebbe ragionevolmente scrivere “Inverno? E io che cazzo ne so?”. Sono previsti tempi duri per le nuove generazioni -se mai avranno modo e tempo di esistere.

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