L’agente immobiliare

Pochi pratici punti per identificare nella folla un agente immobiliare, quindi allontanarsene SUBITO*

Utilità della ricerca: evitare uno dei moderni mali dell’umanità
Presupposti minimi: non dovere cercare casa

Riconoscere un agente immobiliare a vista è facile come individuare lo sposo ad un matrimonio.
È una questione di disperazione.
L’agente immobiliare va in giro vestito di nero senza la nonchalance di un becchino. Corto sui polsi o lungo alle caviglie, l’abito è stato presumibilmente acquistato dal fratello o nell’ottica azzardata del Così posso sfruttarlo anche ad un matrimonio (del fratello, appunto) o del In caso di crescita va bene uguale. In genere è un completo gessato e comprare un completo, per di più gessato, oggi è sbagliato. A meno che non si tratti di un piccolo gangsta in fase di sviluppo, un malavitoso anni 30 o Andy Garcia. In effetti qualche affinità con il poco illustre settore dei padrini c’è. Lo scopo più diffuso nel mondo dell’agente immobiliare è quello di accontentarsi del cottimo per lustri e iniziare a far carriera (carriera? Eh?) dopo aver conquistato la fiducia del capo dell’agenzia di zona.
Cioè, dopo essere riuscito a vendere Una casa molto carina, senza soffitto e senza cucina.
La vita ad un agente immobiliare inizia pertanto a sorridere verso i quaranta anni. Ed è un sorriso un po’ tirato, di quelli Te lo faccio per evitare che le dure leggi del mercato immobiliare t’ammazzino prima, ma devo proprio?

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Gli dico Allora, adesso entriamo in quella chiesetta del ‘600 e ci facciamo una bella dose di barocco siciliano. Fa’ il bravo, non dare confidenza ai preti ché poi tornano in cappella e si smanettano pensando alle focature del tuo pelo fulvo. Sta’ lontano da qualsiasi cosa somigli anche solo vagamente ad un angolino, ché poi mi tocca pulire il sagrato e non c’ho voglia. Vedi di pisciare fuori dal seminato, per favore. E sorridi, il barocco ti piacerà. Lui mi guarda scodinzolando energicamente. Poi rallenta. Infine smette. A me il barocco fa venire l’ansia. Appunto. Vuol dire che funziona. Storce leggermente il muso verso destra, rimette la testa a posto e fa crucciato Non sei troppo sconcia per entrare in una chiesa? Il suo musetto schiacciato indica il cartellone appeso all’inferriata del portico. Severamente vietato entrare in chiesa con pancia scoperta, minigonna e pantaloncini. Appunto. Non c’è scritto tette al vento. E poi lasciatelo dire. Sei pedante. Lui si stende a terra come un tappetino e sbuffa sotto le vibrisse. Loro sottoscrivono un comandamento in cui è severamente vietato commettere atti impuri, poi si inculano gli undicenni e io dovrei farmi scrupoli per una stupida scollatura? Ho 30 anni e sono una femmina, quindi del tutto inoffensiva. Tu piuttosto. Vai in giro con le grazie in bella mostra e sempre pronto all’erezione. Vergognati. Sarà, fa lui spazientito. Entriamo. Interno molto sciatto, fatto di un barocco nell’insieme assopito, qualcuno avrà detto allo scultore di risparmiare sullo stucco perché tanto i fedeli erano fedeli abbastanza.

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Ho vissuto ventisette agresti anni in una casa in cui le sveglie erano i cinguettii degli uccellini e il silenzio era tale che il sorgere del sole faceva quasi rumore. Ora ho cambiato baracca. Evviva la poesia, tutto era bello, verde e fiorito, ma i burattini avevano ricevuto uno sfratto grosso quanto il culo di un Botero e di malavoglia sono stati costretti a mettersi a dieta. Al posto dei chili, ad andare via sono stati i piani. Uno al posto di tre. Per mia madre è una fortuna. «La cosa che più mi piace di questa nuova casa è che adesso staremo tutti su un piano» Se quantifichiamo, i tutti di cui parla siamo io e lei, e ancora non vedo dov’è il culo. Una folle che, forse per l’età, trovi vantaggioso non fare più le scale? Io tornerei a farle volentieri quelle scale di legno lise da ventiquattro anni di corse e tre di cadute, e andare al piano di sopra quantomeno per poter vedere il mare da una finestra – o i miei vicini papponi che arrostiscono crasto a bordo piscina.

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tutto bene??
ciao
Luca

Tutto bene?
A Natale?
Come chiedere ad uno stitico se gli piaccia la limonata.
A Natale va bene un cazzo.

Non perché sia cattiva in sé la festività, anzi. La storia della natività col bue e l’asinello è molto toccante e i regali dei re magi sempre meglio della solita bottiglia di vino.
Però è indiscutibile che a Natale niente vada davvero bene.
Perché la gente che va dietro al Natale non sta mai davvero bene.
Quindi sarò pure la solita infantile riottosa, ma scatta l’odio violento e spietato per tutto quel che sotto Natale nasce, cresce, muore.
Dall’odio salvo solo i Francescani del convento di fronte casa, solo perché i vecchietti barbosi che vanno in giro in sandali anche d’inverno meritano stima e ammirazione, oltre al posto che spetta loro di diritto in paradiso.

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There will be times when all the things he said will fill your head.
You won’t forget him.

Il tempo passa e sai che è un’invenzione. Le occasioni in cui accorgersi che sia un’impressione -comune quanto basta per sembrare vera- sono poche, ma quelle poche bastano ad incidere sulla tua psiche consumata e già rugosa. Come quando ti scopri a guardare il culo di un ventenne per un buon paio di minuti, ma al terzo ti chiedi che cazzo stai facendo, ti dai dell’idiota lasciva e provi a spremere il tuo apparato emotivo per ricavarne un surrogato di bugiarda vergogna. Ormai hai una certa età e in questa i culi giovani non sono poi tanto legali. Così, con non poca forza d’animo, sposti l’attenzione su qualcos’altro, per fortuna ti imbatti nel culo meno giovane di suo padre e, reputandolo interessante al pari di quello del figlio, puoi pure indugiarvi un po’ più di quanto ti fossi permessa in precedenza.

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“Divieto di assumere atteggiamenti e comportamenti e di indossare
abbigliamenti, che manifestino inequivocabilmente l’intenzione di
adescare o esercitare l’attività di meretricio”

Intanto ringrazio il mio governo per avermi dato l’occasione di conoscere un termine che -non mi vergogno a dire- sconoscevo un attimo prima.
Purtroppo un attimo dopo ho scoperto che è davvero un termine del cazzo.
In ogni senso.
La questione in sé ovviamente non mi tocca. Per quanto vedo, non sono menzionati pompini, quindi mi ritengo ancora a norma di legge.

Quello che mi preoccupa è che posso iniziare a scordarmi le lezioni private.
Le mie alunne, i cui modi e vestiari rivelano chiare aspirazioni da bagasce, verranno tutte arrestate.
Grazie alla Carfagna presto sarò disoccupata.

Palermo possiede idiomi tutti suoi. Alcuni, molto affascinanti, risalgono ai tempi dei tempi che li hanno consacrati a fondamenti proverbiali, altri più giovani e così potenti da attecchire immediatamente nel facile terreno della comunicazione di nicchia dialettale. Un’espressione presa da un ambito può essere trasferita su un altro e assumere molteplici valenze il più delle volte dispregiative, tenendo presente che l’ingegno umano, anche il più assopito, si mostra sempre pronto di fronte l’emergenza di trovare un modo nuovo, piuttosto che il solito altro, per colpire nella maniera più scenica possibile.
Per esempio, a Palermo c’è fango e fango.

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Come i più svegli avranno notato dagli otto chili di testata in swf che troneggiano quassù, sexandfood ha appena cambiato la sua immagine coordinata. La cosa è più che degna di nota perché in genere non vedo di buon occhio spostamenti e cambiamenti. Da depressa cronica, ogni variazione mi causa lunghi e dolorosi processi di elaborazione del lutto nei confronti della cosa rimpiazzata. In questo caso però un cambiamento era necessario, pena l’odio per la Santa Cecilia di Maderno che ho sempre adorato profondamente. Invece ero lì lì per andare a Roma a fare un po’ la vandala. Così, volendo svecchiare la tradizione esaustivamente esemplificata dal proverbio “Il calzolaio gira sempre con le scarpe rotte (e sua moglie pure)”, ho – con la mia solita delicatezza* – chiesto al mio ragazzo, che fa il pubblicitario, un restyling che desse molto romanticamente un’idea della sua proprietaria. Il risultato è stato un praticello con soffici nuvolette in lontananza e un alberello dalle frasche impercettibilmente smosse dal vento in primo piano. E una vacca, della cui presenza non mi è stata del tutto chiaramente fornita una spiegazione, ma di cui possono essere tante e significative le ragioni («Questo significa che mi pensi come una vacca?» «Ma no. Ti penso psichedelica come i Pink Floyd»).

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La misura del tempo è il mio mal di testa. Quella della mia inadeguata nutrizione il rischio di suicidio in percentuale sulle strisce pedonali. Oggi si cammina con fare dinoccolato sull’asfalto secco e ondeggiante in lontananza. Con le sporte di poca spesa che sdrucciolano dalle dita, si ciondola stancamente, perché lo scirocco ha colorato la città di giallo e la mia testa pulsante sogna solo di nuotare in un mare di analgesico. La frutta appena scaricata dai camion è acerba, ma sui banconi è già matura. Un sole scortese, estivo senza appuntamento, continua a scavare rughe sulla fronte di chi l’ha raccolta. La gente si assiepa sotto gli alberi, in attesa che passi l’autobus e, prima di lui, il caldo. Tutto è fuori tono. Sicuri che questo sia solo maggio? Non suda come agosto senza mare? Gli uomini nelle macchine allentano le cravatte dai colli umidi, le donne camminano punzecchiando nervosamente i collant incollati alle loro gambe, squilibrandosi ad ogni passo. Per quanto ne so, se si alza il deserto, è qui che per primo decide di soffiare, quale sia il tempo o la stagione. La misura di questa sono automobilisti che temporeggiano oltremodo, rincuorando la mia prova pedone, se i loro freni stridono prima delle strisce. L’amore per questa è passato veloce di gamba in gamba, attraverso un pezzo di nastro. Via via sempre meno adesivo.