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Sta per arrivare roba su vita vissuta che sarebbe meglio di no.

Ho quattro euro e sono molto indecisa.
Non so se spenderli per il primo fantastico numero degli episodi della prima serie de “La Signora in giallo”, per il semiasse del modellino Lamborghini della polizia italiana, per il tavolino da the zen della casa cinese in miniatura o per i crest dei reggimenti militari italiani da esposizione.

Tutto ciò mi mette molta ansia.

E meno male che non faccio più in tempo per la raccolta dei Rosari della vergine.

Dice che pioverà. Le previsioni rincuorano, ma le nuvole che avanzano in gregge sotto un sole svogliato annunciano temporali improvvisi con svianti e ingannevoli schiarite. Per quanto mi riguarda, potrebbero piovere rane, lasciarsi morire le vacche. Potrebbe calare il buio eterno e lanciarsi il diluvio che l’universo ferventemente aspetta. Comunque resterei lì, a scrutare il cielo e lambiccarmi il cervello per ricordare se ho l’abito adatto all’occasione. Qualsiasi cataclisma mi sorprenderebbe meno di quando la domenica pomeriggio mi accorgo di aver finito le sigarette e per colpa dei minorenni o dello Stato è sempre troppo presto o troppo tardi per scendere a comprarle.
Anna sabato scorso camminava sulle pozzanghere pur guardando a terra e dice che quella sera, mentre placavo le mie irrequietezze gastroenteriche bevendo un infuso di disgustosi fiori egiziani, un cameriere mi osservava con aria insistente. Poco dopo si avvicinava per servirci e mi versava addosso una fonduta di gianduia e rum. Poi mi guardava, rosso in faccia e senz’altro spiacente, chiedeva scusa e correva ad imprecare in bagno.

Forse era amore, ma nel frattempo ho portato il mio cappotto in tintoria.

È arrivato l’ammiratore di fine anno. Molto discreto, si fa vivo solo al telefono. Mi sveglia ogni notte alla stessa ora e, dopo aver ricevuto il mio terzo pronto, inizia ad ansimare sonoramente.
Arrendevole per mia stessa natura, resto in ascolto, senza disturbarlo. Se cade la linea, richiama subito e continua da dove aveva lasciato, stavolta senza aspettare di sentirmi.

Forse è amore, ma nel frattempo ho smesso di dormire*.

**Perciò, carissimo, ti chiedo – anche a costo di sembrare scortese – di spostare le tue seghe notturne ad orari più decenti.

Ho appena saputo che da oggi La Rinascente fa uno sconto del 25% sull’abbigliamento Uomo/Donna e temo che questa sarà la notizia più eccitante di tutta la mia giornata / se non della mia settimana. Avrebbe potuto essere la notizia più entusiasmante dell’intero semestre, se poche settimane fa non avessi ricevuto la mail di un live degli Ulan Bator nella mia città a cui, ovviamente, non sono andata perché la mail è andata a finire tra la posta indesiderata e l’ho vista solo dopo un mese dal concerto. Al momento quindi La Rinascente e Ulan Bator se la giocano. Mi asterrei volentieri dai giudizi definitivi ma, volendo essere più precisi, gli Ulan Bator sono sfumati, mentre è probabile che andrò presto alla Rinascente a rubare la solita quantità di biancheria intima. Dunque il premio di notizia dell’anno va certamente / anche se un po’ immeritatamente / alla Rinascente. Entrerò rivolgendo il solito sorriso borghese alle commesse, una sorta di ghigno stronzo di chi si crede superiore di fronte alla feccia senza scuola, mi fionderò speditamente al reparto intimo, afferrerò con sicurezza mista ad un po’ di sdegno sei/sette culottes insieme a qualche pigiama che farà solo da comparsa. Nel camerino, sfilerò le culottes dalle loro grucce, toglierò a morsi la striscetta cotonata dei codici a barre, le indosserò ad una ad una fino a quando i jeans mi entreranno a stento, uscirò dal camerino, risistemerò i pigiami mai provati al loro posto, mi avvierò all’uscita rivolgendo nuovamente alle commesse della cassa il mio peggior sorriso e un’aria mesta da “Arrivederci, mie care. Non ho trovato nulla, voi non siete diplomate* ma vi voglio bene lo stesso” e oltrepasserò le porte antitaccheggio camminando come un fantino, su un culo di dimensioni esagerate imbottito di dodici culottes..

*Chi dice che le commesse non abbiano un diploma? Chi dice che, solo perché fanno le commesse, non abbiano finito gli studi? Potrebbero pure avere una laurea ed essere semplici disoccupate costrette a ripiegare su un lavoretto qualunque. Oppure essere studentesse che si mantengono con un’occupazione momentanea. Ma io so che le commesse della Rinascente non hanno un diploma per due motivi. Uno: alla Rinascente mettono in regola e chi voglia mantenersi agli studi con un lavoro non va certo a cercarsi quello che trattiene parte dei guadagni per versare loro i contributi e da cui potrebbero licenziarsi solo dando due mesi di preavviso. Due: il kajal. Le commesse della Rinascente vanno in giro truccate con la stessa delicatezza delle battone diurne e se si presentassero con quelle nuance in una qualsiasi facoltà, sarebbero infelicemente destinate all’emarginazione. E se proprio emarginazione emarginazione non fosse, comunque non ho mai visto una truccata come Cleopatra disquisire dell’estetica di Tatarkiewicz. Quindi, volendo restringere il campo delle possibilità, una commessa della Rinascente non ha una laurea e, se ce l’ha, ora frequenta Economia e Commercio.
Non di più.
Essendo però figlia della scienza e della distimia, mi sono fatta qualche scrupolo, infine ho deciso di verificare in loco. Sono andata alla Rinascente, ho fatto il mio solito giretto intimo, stavolta con l’intenzione di comprare davvero qualcosa e trafugarne altre. Ho scelto un delizioso scialle rosa in lana merinos, costo 35 euro, perfetto come giaciglio invernale dei miei gatti e, con un malloppo di 5 culottes sopra il mio culo, mi sono diretta alle casse.
C’è una fila che nemmeno sulla Salerno-Reggio Calabria, la gente ama poco lavarsi e l’aria è irrespirabile. Sto mettendo a dura prova la mia serotonina in nome delle ricerche socio-antropologiche, quindi stacco un frontal dal blister e lo ingollo rapidamente come se fosse una zigulì. A poco a poco la fila si disperde, la gente esce con sacchi colmi di ciarpame natalizio e aspetto solo il turno di due vecchiette, quando una signora appena arrivata dal reparto cosmetici si ferma ad un passo da me, mi guarda dai capelli alle scarpe lentamente, conteggiando mentalmente quanti soldi ho addosso, e, indugiando sul mio zaino Prada, torna a guardarmi le scarpe, forse per accertarsi che l’abbinamento borsa-calzature sia corretto o per giudicarmi un’immeritevole fan di Miuccia. Quindi, dopo avermi fatto la tac, decide molto serenamente di superarmi e mettersi tra me e le due vecchiette alla cassa.
Sarà una bellissima giornata.
«Scusi» picchietto le dita sulla sua spalla.
Lei si gira.
«Sì?»
«Buona sera –perché io sono educatissima. Volevo chiederle..»
«Sì?»
«Ma secondo lei, io, qui.     Che cazzo sto facendo?»
Il suo sguardo middle class si ritrae in una maschera di stupore misto a sdegno, segno che l’esemplare di donna che ho di fronte è una di quelle che la parola cazzo la sentono solo in tv e probabilmente in quel caso cambiano canale.
«Ma che modi sono?»
«Risponda. Secondo lei. Io. Qui. Che cazzo sto facendo?»
Si guarda intorno con l’espressione ridicolmente stupita di chi attende appoggi e si urta ancora di più se non arrivano.
«Scusi, ma che vuole?»
«Voglio che lei aspetti il suo turno come tutti» le dico brandendo in direzione della fila la gruccia del mio scialle in lana merinos – gruccia che potrebbe casualmente piantarsi in uno dei suoi occhi.
«Si calmi. Io nemmeno l’avevo vista»
«Oh, la ringrazio. Lo prendo come un incentivo per la mia dieta. Ma in effetti lei non mi aveva vista. Mi aveva semplicemente fatto la radiografia. E ora, sposti il suo culo Dolce e Gabbana da un’altra parte»
Torna a guardarsi intorno più basita di prima, ancora una volta non trovando soccorsi, quindi si allontana bofonchiando qualcosa.
Nel frattempo arrivo alle casse.
«Buongiorno» più sorriso affabile.
Le due commesse in nero (sia sulle vesti che in faccia) mi guardano appena, preoccupate solo di afferrare la merce e passarla al lettore ottico con un automatismo spaventoso.
«35 euro e 90» e nessuno ha mai risposto al mio Buongiorno.
Tiro i soldi dal portafogli, glieli porgo e mentre una delle due impacchetta lo scialle, vado all’attacco con l’espressione della più buona, amabile e cortese delle vecchie signore.
«Perdonatemi. Una domanda. Sono dell’ufficio “Risors Font Times New Roman”, indagini sociali per conto dello stato (e sto per dire del Nebraska, ma mi fermo in tempo). Stiamo svolgendo dei sondaggi per analizzare lo stato dei giovani professionisti operanti nei settori di consumo. Per conoscerli meglio, capire il loro background e spianare la strada ai lavoratori di domani».
Mi ascoltano estasiate, una ha ancora il lettore ottico nelle mani e penso che invece farebbe bene a schiaffarmelo al più presto in piena faccia.
«Per quanto riguarda la vostra esperienza personale, quali sono stati i requisiti minimi imposti da questo marchio perché voi entraste a farvi parte?»
Adesso mi guardano un po’ meno convinte, con la pupilla fissa su un punto incerto della mia faccia a cercare, prima ancora della risposta, una spiegazione alla domanda.
Allargo le labbra in un sorriso accogliente, da ora in poi sarà tutta in discesa.
«In poche parole. Che tipo di formazione avete avuto?»
Le loro espressioni finalmente si rilassano, adesso sembrano addirittura cordiali.
La commessa di destra ha 29 anni e ha frequentato il magistrale.
Quella di sinistra invece l’Ipsia, una cosa strana tipo scuola professionale dove formano ottici. Finito di raccontare fieramente i loro trascorsi scolastici, mi guardano stranite e non capisco. Ah, già. Vogliono che io prenda appunti. Tiro il mio moleskine fuori dalla borsa, lo apro e lo firmo una quindicina di volte. Prendo il pacco con il mio scialle, le ringrazio enormemente ed esco dalle porte passando attraverso le sbarre antitaccheggio con il culo ripieno e la coscienza più pulita.

Può succedere che una casa di 14 stanze sembri all’improvviso un po’ troppo spaziosa e bla bla bla. Perché va bene dare sfogo all’anticonvenzione di un concetto di famiglia come oggetto interiore, non ineluttabilmente dato e certificato e altre menate mentali rimate. Ma non si dorme sulle manfrine, quindi ci si mette di buona lena e si cerca davvero un’altra casa, dove un numero inferiore di stanze possa dare l’impressione che niente sia mai successo, che questa sia un’altra storia, che si può ricominciare. Anzi. Cominciare da un punto confuso e inventarsene altri diversi.
D’altronde resto pur sempre una donna e le donne spesso credono di potersi dare un’aria nuova cambiando taglio di capelli.
Essendo fuori discussione che io cambi i miei capelli, aspettando che siano loro a cambiare me, nel frattempo cambio casa, o quantomeno ci provo.
Tra i 700 annunci per pagina del Giornale delle Pulci e dei suoi tanti imitatori, ci sarà pure qualcosa di interessante. La parte più eccitante è iniziare a cercare, quando apri il giornale che sa di petrolio, lo sfogli fermandoti su tutti gli annunci che non riguardano le case, quelli di moto vendesi, stereo vendesi, pc vendesi, cani vendesi, mogli vendesi.
E sembra quasi che tutto questo sia necessario, ti chiedi come hai fatto a vivere fino ad oggi senza una honda di seconda mano, tre cuccioli di setter inglese con pedigree, un mobiletto in stile povero, una giovane donna cordiale e simpatica che cerca un uomo sulla quarantina, affettuoso e pronto ad impegnarsi.
Seppure invitanti, per il momento queste cose non sono poi così necessarie e volo mio malgrado alla pagina delle case, rigorosamente in affitto.
C’è un comodo tetravani con ampi spazi esterni in cui i miei 12 gatti e i miei 3 cani potrebbero vivere liberamente. Solo 800 euro. Mi puzza di truffa, ma non ho molta scelta. Chiamo. Mi risponde una voce così graffiata dal fumo da sembrare lasciva, con cui prendo appuntamento per le 16. La voce corrisponde ad un uomo che mi ricorda vagamente Zanardi di Pazienza, non so se per il naso o per il cappotto. Come immaginato, fuma. Credo Diana Rosse o comunque qualcosa che diventa molle in prossimità del filtro. Da qui una gran puzza di merda bruciata di cui non oso dirgli. La casa si presenta gradevole, luminosa, ben tagliata. Le pareti emanano un leggero tanfo di muffa, sebbene qui mister Zanardi mi rassicura, premurandosi di sottolineare che le condutture sono nuove e non c’è proprio alcun rischio di umidità.
Come dici tu, ma allora non mi spiego quella macchia di muffa che qualcuno ha evidentemente provato a nascondere dietro un mobiletto.
Sono la comparsa di un film sui luoghi comuni.
Adesso sposterò quel tappeto e ci troverò un cumulo di polvere pronta a sollevarsi.
Continuo tuttavia ad annuire senza fiatare. Non voglio dare l’impressione di essere pretenziosa o schizzinosa, altrimenti, avendo chiesto di vedere 800 euro di tetravani, farei la parte della cretina.
Però cristo. Il fatto che sia una donna non significa che non sappia cosa sia l’umidità, da dove venga e cosa faccia. Capire che sia un impostore/profittatore mentale, mi infastidisce e l’odore di muffa si fa sempre più pungente. Poi ricordo che è un agente immobiliare e la sceneggiatura non potrebbe essere più perfetta.
È arrivato il momento degli ampi spazi esterni e purtroppo si è già concluso, perché di spazi esterni in quella casa non ce n’è alcuna traccia.
«Ma l’annuncio si riferiva agli spazi esterni qui intorno. La casa è immersa nel verde. Vede quanto verde?»
Se prima il film era divertente, adesso mi siedo sotto un albero e aspetto anch’io Godot.
Il verde lo vedo, ma è quello del giardino della casa del vicino. E, a meno che non sia così gentile da ospitare i miei 12 gatti e i miei 3 cani, penso che non me ne farò un cazzo.
Tutto il mondo è immerso nel verde. Non per questo vado a scrivere un annuncio di una casa con ampi spazi esterni solo perché la casa sta nel mondo e il mondo è pieno di verde.
«I gatti può sempre darli in affidamento a gente che conosce. Quando si cambia casa si deve sempre rinunciare a qualcosa».

Le perle di saggezza di un agente immobiliare con la faccia come il culo.

«Come vede, la casa è costruita in modo tale da essere confortevolissima, sicurissima e a prova di ladro».
Certo, mio splendido e introvabile ingegno. Con una casa del genere, in caso di furto sarebbero i ladri a chiedermi un risarcimento morale.
«Come mai quella finestra ha il vetro frantumato?»
«Quale finestra?»
«Quella» indico.
«Aaah, quella finestra»
Aspetto una risposta. A lui non sembra urgente, e dà un’ultima boccata alla sigaretta prima di spegnerla sotto i suoi mocassini logori di un marrone scampato agli anni ’30.
«Ma niente. I bambini che abitavano qui l’avranno rotto con una pallonata» e si precipita, continuando a guardare indietro per non perdermi di vista o per provare a distrarmi, a coprire il vetro rotto della finestra con la sua imposta. Ma anche le tapparelle di legno dell’imposta sono sfondate, con un buco della stessa dimensione di quello del vetro sottostante.
Nerboruti questi bambini.

«Allora, che ne pensa?»
Penso che una donna non dovrebbe andarsene in giro a cercare casa da sola perché poi si imbatte in certi stronzi che vogliono far passare la merda per oro. Penso che piuttosto che dare i miei gatti in affidamento, adesso ti prendo con la forza, ché tanto sei vecchio e il fumo ti ha corroso l’anima. Ti imbavaglio, ti lego con il filo spinato, ti trascino nella mia macchina e ti abbandono in autostrada. Poi, se dio ti grazia e le macchine ti schivano, ti cemento. Ti metto dentro un’enorme vasca e ti inondo di calcestruzzo. Mentre ti muro vivo, ti guardo e mi fumo tutte le tue Diana Rosse, che spegnerò su di te quando non sarai diventato altro che un insulso marciapiedi che puzza di nafta e muffa. E su di te affiggerò un cartello.
“Affittasi comodo passaggio pedonale con ampio spazio esterno”.

«Che ne penso? Penso che lei non voglia davvero sapere che ne penso»

Può succedere che una casa di 14 stanze sembri all’improvviso un po’ troppo spaziosa per una famiglia che un’impennata di testosterone incontrollato ha dimezzato.
Così i casi della vita hanno costretto la janissa a tuffarsi nel feroce e folle mondo del “Si loca”. Perché mentre i genitori degli amici della janissa mangiavano pane e semenza incendiandosi di mutui con cui comprare case ai propri figli, quelli della janissa se la spassavano per i cazzi loro. Con i cazzi loro. Nei cazzi loro, sbattendosene della suddetta e dei suoi futuri cazzi.
Ad oggi assai amari.
Riassumiamo.
La janissa non sarà mai quel tipo di persona che, orgogliosa d’essersi fatta da sola, metterà su un impero multimilionario.
Perché?
Perché da che mondo è mondo non s’è mai sentito che una persona uscita da lettere e filosofia metta su un impero multimilionario. Ma c’è già troppo ottimismo, dato che da lettere e filosofia io non sono ancora uscita.
Dunque, oltre a non diventare mai ricca sfondata, la janissa sarà anche un individuo in fondo frustrato, socialmente avvilito, che non avrà mai fierezze da raccontare ai suoi commensali per cena e forse nemmeno una laurea con cui tappezzare il vuoto delle sue pareti.
Se mai pareti ci saranno.
Sarà anche una persona estremamente noiosa, che al massimo sragionerà spesso sull’apporto fornito dal metodo psicoanalitico all’antropologia moderna o sulle cause della renella felina, con gli occhi gonfi di un’insonnia secolare, una sigaretta dal filtro bruciato in una mano e un’aria delirante in un’altra.
Per di più sarà una di quei disturbati cronici che parlano di sé usando la terza persona – e questo pare sia già una certezza.
Il mio futuro non è roseo. È più giallo cacca con venature blu suicidio, il 137 C misto al 296 C di una qualsiasi mazzetta pantone®, il colore tabù che nessuno vorrebbe mai indossare né tantomeno vedere. 
«Vedi quel signore col cappotto giallo cacca?»
«No. Ricorda: sono solo favole per bambini. Ora scusa, devo andare»
D’altra parte, la janissa guarda al mondo spalancando la sua finestra d’alluminio a scorrimento con violenza e chiede
“Ma brutto figlio un una ‘ndrocchia con sifilide, perché mi assilli coi tuoi feticci?”. Guardacaso la finestra si apre su un giardino sui cui folti alberi i corvi planano in stormi velocissimi per avventare pezzi di polpa di loto e gustarseli poi placidamente sui rami. E i rami sotto quel peso pennuto fanno su e giù, a volte pettinati da una folata di vento. Poi ci sono gatti che si leccano il pelo ad occhi chiusi e, che a volte si puliscano le zampe dopo aver mangiato un corvo, può sempre capitare in una norma naturale.
E ci sono cose che nascono e muoiono al tempo moderato ma con brio delle stagioni, tipo l’albero di perette di cui non si ha più traccia dalla nevicata dell’’85.
Di fronte questi e altri fatti, la janissa pensa al mondo e ai suoi idoli al di là del suo giardino, dove i loti non bastano, a meno che non siano i più banali frutti di una proprietà, quasi erbaccia in confronto a pregiatissimi fiori di campo o rampicanti che avviluppano infiniti metri quadri di cemento.
Pare che tutti vogliano solo prendersi un pezzo di mondo, metterci una firma sopra e credersene padrone eterno, finché il suo eterno dura. E invece c’è chi dice che l’eterno sia una splendida invenzione per fingere di essere così come non si è mai nati, una consolazione piena di speranza, ma in fondo solo disperata.
Perché da piccola pregavo che il paradiso venisse sul mondo in tempo, prima che da lui me ne andassi io. Crescendo a tempo esagerato e senza dio, per un motivo o per un altro ho dimenticato come si faceva. Oppure mi sono candidamente accorta che il paradiso in quel momento non c’era e, dopo essermi data della sciocca con il rimpianto di non esserlo più, ho iniziato a tempestarmi di canne e superalcol, finché il fisico non ha più retto e ho ripiegato sui tranquillanti diventandone un’esperta. 
Forse i miei hanno fatto bene a spassarsela e a me non interessano le case. Non venero i Penati o altri numi da focolare per chissà quale legge tramandata che ho avuto la sfiga storica di ascoltare. Me la scrollo di dosso, lei e qualsiasi dogma sui legami di sangue o il dovere, come se non fosse già troppo alta la pretesa, di coltivarli dentro alcune mura. E piuttosto che contribuire al collasso dell’economia mondiale e nutrire il grasso ventre di una banca, trasformo la famiglia in sentimento e scelgo me come casa in cui conservarlo.

Quanto al mio futuro di splendido pantone, è chiaro che sono già sulla buona strada.
E a proposito. La renella per i gatti è mortale e c’è chi dice sia colpa dei croccantini di sottomarca fatti al risparmio con granelli di sabbia.

E ad un certo punto non c’ho più visto. Non erano fame né rabbia, ma occhi. Quando il mio campo visivo è saltato, rotto da una serpentina zigzagante in zona periferica, ero al telefono. A destra tutto era nitido; a sinistra liquido. Qualcuno aveva deciso di inondare una parte di mondo. <&lt;Scusa, devo chiudere>&gt;, ho provato a chiamare il mio medico sudando su ogni tasto, perché tremavo, perché avevo la testa da tutt’altra parte, a pensare alle conseguenze del caso, dove il caso era la mia improvvisa cattiva vista e la conseguenza più probabile, essendo io padrona assoluta del pensiero positivo, una cecità. Così.
Un chilo di banane e due etti di cecità.
Sono 5 etti. Che faccio, lascio?
Fare quel numero era un’impresa. Nel frattempo la serpentina iniziava a traballare, rendendomi la vista ancora più instabile e quello che vedevo sempre più liquefatto, per di più saltellante. Almeno avevo risolto il problema del medico, dato che non riuscivo più a leggere il suo numero. Ho chiuso gli occhi nell’attesa che si mettesse tutto a posto con un pimpuru pampuru parimpampù. Inspira. Espira. Inspira. Espira. Non restava che controllare la paura, ma avevo sbagliato oggetto, perché ero già disperata e mi serviva un fiasco di lexotan. Ho sperato che un fiasco di lexotan mi si materializzasse di fronte. Poi mi sono chiesta come avrei fatto a riconoscere un fiasco di lexotan se non potevo nemmeno vederlo.
Con la paranoia c’&egrave; più gusto. E se volete che il vostro piatto sia ancora più saporito, aggiungetene un pizzico e sorprenderete i vostri ospiti.
Quando ho riaperto gli occhi, il mondo continuava ad ondeggiare. Meno a destra e su un mare in tempesta a sinistra.
<&lt;S&igrave;, salve. Cerco il dottore. È urgente. Non vedo>&gt;
<&lt;In che senso non vede?>&gt;
Mah, in senso frontale, occipitale, oftalmico e di tua sorella. Così frontalmente, occipitalmente e oftalmicamente, vengo lì e ti prendo a craniate.
Non ho detto così.
La prima cosa che ho pensato quando mi sono accorta che i miei occhi non tornavano a vedere è stata “Ok, non potrò più leggere”. Da incosciente con la serotonina isterica che ballava la tarantella, non mi preoccupava non vedere per il semplice motivo di non vedere. Ma l’eventualit&agrave; di non poter più leggere mi dava terrore. Avrei avuto bisogno di altri occhi, adeguarmi ad altre intonazioni e, dato che la cosa più amorevole detta dai miei prima di andare a dormire non è mai stata una fiaba, ma “Ti sei lavata i denti?”, il pensiero mi sconcertava.
Non credo nella condivisione della proprietà.
Leggere un libro significa impadronirsene, diventarne autore ultimo, ma se lo legge qualcun altro, se ne impadroniscono in due e non è possibile. Per di più non mi piace il modo in cui la gente legge. Soprattutto se sa di essere ascoltata, falsa la voce, marca l’intonazione, accelera nelle subordinate. E io conto molto sulle subordinate. Le subordinate meritano più attenzione delle reggenti. Un giorno avrei scritto un saggio intitolato “Pi&ugrave; tempo alle subordinate, per favore”. Ma in quello stato non avrei potuto più scrivere un beneamato cazzo.
La situazione aveva però un aspetto incoraggiante. Una cecità avrebbe dato un duro colpo alla mia misantropia. La gente cieca è costretta ad affidarsi agli altri e io, da stronza cieca, non avrei avuto altra scelta. Da questa prospettiva, la mia futura cecità si configurava come uno splendido esperimento sociologico.
Non vedevo l’ora.
In ogni senso. 
<&lt;Allora, che è successo?>&gt;
Il mio medico ha una voce così rilassante che mi è venuta voglia di dirgli “Niente, era uno scherzo. Ora parlami un po’ di te”.
<&lt; Non lo so. Non ci vedo bene. Non metto a fuoco, né da vicino né da lontano. Aiutami>&gt;.
La seconda cosa che ho pensato quando mi sono accorta che i miei occhi non tornavano a vedere è stata “Ok, non potrò più suonare”. Una cieca che suona è un successo assicurato, ma fittizio o, nel mio caso, inesistente. Perché io non suono il piano e con gli occhiali da sole sto davvero una gran cagata.
Ho riferito al dottore i miei sintomi punto per punto, poi ho deciso di staccare il cervello e mi sono persa in piacevoli elucubrazioni riguardo quello che, da cieca, mi restava da vivere. Tolte lettura, scrittura e musica, un ciufolo. L’ipotesi più confortante era un eventuale potenziamento dei sensi. Avrei imparato a riconoscere una persona dal suo odore e a miglia di distanza, come se già non sopporti a stento ogni comparsa improvvisa. Che culo di preludio.
<&lt;&hellip; quindi niente di preoccupante. Hai capito?>&gt;
<&lt;S&igrave;, no. Scusami. Mi fai un riassuntino?>&gt;
<&lt;Probabilmente è solo l’effetto di una brutta cefalea>&gt;
<&lt;Ma io non ho nessuna cefalea>&gt;
<&lt;Tranquilla. Tra un po’ arriva>&gt;
Minchia se sei di buon auspicio. Ti metti proprio lì, con la tua tonaca sacerdotale a guardare gli uccelli e a prevedere guerre.
Non ho detto così, perché in effetti, mentre pensavo ad una sicura, assodata, ineluttabile cecità, una trivellatrice aveva iniziato a perforarmi le tempie.
<&lt;Dovresti avvertire anche un po’ di vertigini>&gt;
Era chiaro che il mio medico stesse trafficando con aghi e bambolina, perché in effetti le pareti si erano fatte di gomma e il mio equilibrio era quello del Mercurio del Giambologna su una bagnarola in pieno oceano.
<&lt;E poi una grande nausea>&gt;
Fatto?
Con aghi e bambolina, il mio medico somigliava sempre più a Giovanni Muciacia.
<&lt;Non prendere nulla. Fatti solo un autista>&gt;
Un autista? Non male. Un autista mi mancava. Che poteri terapeutici hanno gli autisti? E  come potevo farmi un autista?
“Salve. In centro, per favore”
“Subito, signora”
”E già che ci siamo, mi darebbe anche una bottarella ai semafori?”
“Certo, signora”
<&lt;Altrimenti, fatti un canarino>&gt;
Bene. Dall’autista al canarino. Sempre più difficile.
Ma in effetti anche il canarino mi mancava e, pur di tornare a vedere, avrei affrontato ogni paura discriminante o problema dimensionale.
Quel giorno, passato per metà a vomitare e alla storia come “L&rsquo;antispastico Day”, armata di bicarbonato e limone, mi sono fatta sia l’autista che il canarino, nonché una cultura sulle mattonelle del mio bagno.
Adesso sono un’esperta in materia di ghirigori floreali per mattonelle in ceramica anni ’80.

Invece voi siete enormemente fortunati.
Perché, non essendo più cieca, continuerò a scrivere minchiate.

Fa caldo. È così torrido che se mi metto a respirare un po’ più velocemente sento mi cadranno i peli del naso. Fa caldo. Un caldo depilatore. Riesco a fare mezza vasca e spompo. I miei polmoni non rispondono alle intenzioni. A 26 anni il mio apparato neuronale controlla al massimo il 20% del mio corpo, fiato incluso. Addosso astutamente colpe alla calura, ma la verità è che i miei giovani bronchioli sono neri di catrame che quasi mi fanno pena.
Io maltratto i miei bronchioli.
Potrei fingere di avere avuto un crampo e per quel signore con gli occhialoni a goccia continuerei ad essere un affascinante esemplare di culo nuotatore. Ma fa troppo caldo per fare beneficenza, quindi il signore se ne vada a ‘fanculo, mentre io mi posiziono a morto con repentino effetto d’emersione del montarozzo TPC (tette, pancia e cosce). A quel punto galleggio e le mie orecchie a  mezz’acqua chiudono il brusio cicalante del bordo piscina dentro una sala registrazione, ovattando ogni suono. E non c’&egrave; più nessun altro. Potrei essere dentro una conchiglia, se non fosse per la puzza di cloro che mi ricorda che non esistono paguri da piscina. Tra la mia pancia emersa e il mio culo sott’acqua ci sarà una differenza di 10 gradi. Fuori ci si cuoce all’aria, dentro ci si avvelena di cloro. Mentre a Palermo divampano incendi e i sofficini si scongelano nei banchi frigo spenti perché manca la luce da sei ore, la mia vita è qui, momentaneamente appesa alla sottile linea blu della piscina di un villaggio vacanze, uno di quei posti in cui quello che paghi per farti una settimana al sole sai che andrà anche nelle tasche di loschi tipi con magliettine del cazzo che ti programmano la giornata a puntino, dal risveglio muscolare all’acqua gym, dal gioco aperitivo ai balli di gruppo, dai tornei di burraco ai selvaggi e affollati tornei di pallanuoto in piscina con 15 partecipanti dai 6 ai 50 anni per squadra.
In un villaggio vacanze paghi della gente perché ti rompa perennemente i coglioni.
Hai delle colpe da espiare? Vattene in multiproprietà. Ma anche qui puoi scegliere di mantenere quel briciolo di dignità che resta dopo aver deciso di andarci e fare finta sia capitato per caso tenendoti lontano da qualsiasi passatempo e, finché di tempo ce n’&egrave;, non sarà un idiota con una mogliettina del cazzo e il talento di Gigi Sabani a farmi scollare dalla mia linea blu.
E poi un fragoroso splash.
Sto giusto chiedendomi se, accollassata a morto in piscina a quest’ora del giorno, morirò prima di insolazione o di reumatismi, quando vengo travolta dall’onda anomala di un tuffo. Mi volto a guardare il soggetto, un bambino sui tredici anni con la pancia di un chiaro fan di BigMac. Un nano obeso, insomma. Quando mi scollo dalla posizione del morto per guardarlo meglio, i 20 metri della piscina sembrano un pezzo di mare in forza 8. In compenso il bambino è l’essenza stessa della felicità: risalito in superficie dopo lo tsunami provocato dal suo tonfo, si guarda intorno nuotando goffamente fin quando non vede l’amico rimasto a bordo piscina con l’aria timida di chi, prima di tuffarsi, tentenna perché teme l’acqua gelida. Dove sta lui in questo momento si respirano circa 45 gradi. Vabeh. Se per Kant il tempo è un’illusione, figuriamoci il clima. Il nano tuffatore, che intanto non ha smesso di dimenarsi in acqua rivelando un’incapacit&agrave; pressoché totale a stare a galla, gli sorride e gli urla di tuffarsi, perché è bellissimo e se non lo fa è un fifone. Almeno, questo è quello che capisco, dato che, anche se non ci giurerei, l’obesino parla qualcosa di simile al napoletano. Per incitare l’amico timidino e freddoloso, caccia una bestemmia così forte che per un attimo cadono le rondini, la piscina si zittisce, le cicale non cantano più e la statua del redentore in cima a Maratea si spacca in mille crepe come un amaretto e crolla.
No, non è vero. Ma immagino sarebbe calzantissimo.
Nel frattempo vedo il bagnino avvicinarsi minaccioso e tento di ricordare se nel regolamento della piscina ci sia traccia del divieto di bestemmiare. In caso contrario, decido che mi fionderò in difesa del ciccione con orgoglio concionando “Hey, Mitch. Siamo al 52esimo posto nel mondo quanto a libertà d’espressione. Quindi lascia la gioventù libera di bestemmiare quanto vuole almeno qui”. Il bagnino, gambe a fantino e pelle macchiata dal sole, si piega sul bordo piscina e fa cenno al ragazzino di avvicinarsi. Gli sussurra qualcosa e il ciccio esce subito dall’acqua con chiara riluttanza. Corre, per quanto i rotoli delle sue maniglie gli consentano di fare, da quella che per la somiglianza di adipe riconosco come sua madre. Ora che è uscito dall’acqua, mi accorgo che ha una maglietta bianca attillata, di quelle che si usano per fare diving. Sudo per lui solo a guardarlo. Le dice contrariato che il bagnino gli ha proibito di fare il bagno per via della maglietta, perché in questa piscina è vietato fare il bagno con la maglietta, quindi se vuole fare il bagno in piscina deve togliersi la maglietta. Sembra molto deciso e, senza aspettare la risposta della madre, il ciccio fa per togliersela, ma lei blocca violentemente i suoi gomiti lardosi già alzati e gli rimette a posto la maglia.
«Ma si pazz? Che staje facenn?»
«Mi leva a magliett’, ma’. Kill’ m’ha itt ca’ nun se po’ sta int a piscina accusì, mammà. C’aggia fa’?&raquo;
«Ma allora si’ scem over. Mammeta t’ha acattat a magliett appost’, pariv bell e mo’ ta vuò levà?&raquo;
«Ma mammà, fa caur e mi vogli’ ‘nfonnere. Pecchè ca’ nisciun port a magliett?»
«Pecch&eacute;, pecché. Pecché a ggent è popo scema, mamma tua. Assì t liev a magliett car malat! T vuò fa venì coccos o mar? Eh? Dill’ a mamma tua. Ti vuoi ammalare in vacanz?»
Certo, a’ mammà. Tutti sanno che facendo il bagno in piscina senza maglietta ci si becca l’aids.&nbsp;
Il ragazzino guarda sua madre, abbassa lo sguardo sul cotto rovente della piscina, incrocia le braccia e si siede accigliato sulla sdraio accanto una signora tale e quale la madre, presumibilmente la zia.
Mette su un broncio che sembra un canottino, mentre la zia, perfettamente imbacuccata nella sua mise da mare leopardata e una sobria acconciatura alla Platinette, gli accarezza compassionevole la testa.
Nuoto fino alla scaletta, esco dalla piscina, faccio un metro e sono già asciutta. Mi stendo sul telo accanto l’ombrellone del cipollotto disperato e lì una rabbia smisurata e cocente più del caldo mi attraversa le viscere: il bambino timidino e freddoloso che fino a poco prima pareva non avesse alcuna intenzione di tuffarsi, s’&egrave; visto tutta la scena e adesso va deciso verso il trampolino, prende la rincorsa e fa una cosa allucinante tipo salto mortale carpiato con rovesciata, doppio loop e triplo axel. Dopo il tuffo da competizione riemerge dall’acqua e con aria sprezzante e altezzosa urla al pomodoro incazzato «W&egrave;, c’hai ragione, compà. È proprio bellissimo!». Stronzo di un bastardello. Mi volto verso il poveretto che, a quelle parole, alza la testolina e la riabbassa ancora più imbronciato e triste. Ho appena assistito ad una cosa che qui si suol definire una brutta “tagliata di faccia” e che qui sarebbe punibile con l’incaprettamento. Ma sono fuori sede e non voglio farmi riconoscere. Le cose da fare al più presto sono due: andrò ad affogare il manigoldo dispettoso in un momento in cui tutta la piscina è distratta e poi andrò dalla mamma del ciccio scoraggiato a dirle
“Scusi, signora. Non ho potuto fare a meno di sentire la discussione e, se il problema è una possibile scottatura, io ho delle creme per ogni tipo di pelle e protezione. Inoltre ho una lunga esperienza nel settore dell’abbronzatura, per cui posso assolutamente garantirle che di scottatura da sole non è mai morto nessuno. Se vuole posso darne un po’ al suo bambino, così potrà andare a fare il bagno, eviterà di evaporare al sole, a lei risparmierò la nomina di madre di merda per quest’estate (ma solo per questa) e forse un giorno quel povero cristo di suo figlio avrà un motivo in meno per drogarsi”.

«Non puoi capire cosa mi è successo»
«Tranquillo. Lo sai che sono di larghe vedute»
Quando esordisce con un “Non puoi capire cosa mi è successo”, S. finisce col raccontarmi la sua ultima indecorosa vicenda sessuale senza risparmiarmi i particolari. Sia che si tratti di donne che di uomini, le sue vicissitudini hanno sempre qualcosa di imprevisto o straordinario e conserva quello stesso sentimento di sorpresa fino a quando mi chiama per raccontarmi tutto. Non lo sento da tempo, oggi mi aspetto un resoconto oltremodo succulento.
«Non ci crederai»
Perché no? La mia profonda adorazione nei confronti di S. è legata alla velocità con cui è sempre saltato da un sentimento e da un letto ad altri mantenendo il suo candore anche in situazioni che qualcun altro vivrebbe in modo disdicevole, irraccontabile, lascivo. I suoi periodici aggiornamenti sugli ultimi nomi e sulle acrobazie appena collaudate, non hanno nulla di sconvolgente, al massimo alimentano il mio amòr per lui. Un mattino d’aprile mi chiamò in fibrillazione. Era ancora su di giri per certe cose successe la notte precedente. Ne aveva ricordi vaghi, ma, se si era svegliato a quell’ora per telefonarmi, era chiaro che l’esperienza fosse da comunicare con un codice rosso.
«Ma non ti era già successa qualcosa di simile?»
«S&igrave;, ma quella volta le donne erano solo due» si era limitato a precisare.
S. ha un nome comune con cui non l’ho mai chiamato. La prima volta che l’ho incontrato era conciato in modo impressionantemente simile ad una rockstar e da quel momento per me aveva assunto il suo stesso nome.

«Credimi, Cate. Non puoi capire cosa mi è successo»
«Ora basta. Intanto dimmelo e poi vediamo se lo capisco. Mi stai facendo preoccupare,  come quella volta che sei tornato da Ibiza e ti disperavi perché …&raquo;
«Ho accolto il Signore dentro di me»
«&hellip; una ti aveva seguito fino in Italia per..»

 

EH?

 

Ah ah. Che burla. Vinci il premio “Promoter di suspense con effetto infarto”. Adesso però voglio il raccontino e non mi interessa quanto scostumato sia. L’importante è che non ci siano animali. Di quelle cose non ne voglio sapere, per il resto mi va bene tutto.
«Te l’avevo detto che non avresti capito»
Stiamo calmi. Mi siedo. Forse “il Signore” è una parola come un’altra per intendere un particolare acido, S. è ancora in trip e sta tentando di camuffarlo al telefono.
«Vuoi dire che l’esperienza è stata così mistica da avere effetti divini?»
Si mette a ridere ed è un suono strano, adulto, controllato, con una cadenza prestabilita e un ritmo oltre il quale S. ha deciso di non andare.
Interviene un silenzio di qualche secondo, poi lo sento inspirare e nello stesso istante mi scopro a pregare che non sia sul punto di dirmi Amèn.
«Una volta, a cena, tu dicesti che non credi che in te stessa»
Oddio, sta per dirmi Amèn.
«Ricordo&raquo; e in parte mento, perché l’occasione non la ricordo, ma riconosco la frase come mia.
«Davanti a me non dovrai più dire una cosa del genere, Cate» dice in modo fin troppo benevolente e categorico per non tradire una paternale.
Mi sta dicendo Amèn.
«Adesso non puoi capire. Ma confido che un giorno tu rinsavisca e offra a te stessa la possibilità di salvarti»
Sento puzza di evangelisti. Ripenso a quella volta che vidi una donna con le mani giunte e gli occhi chiusi ringraziare il Signore perché finalmente era rimasta incinta. Dopo anni di tentativi per fecondazione assistita. Ricordo che sperai che quel Signore di cui parlava la donna fosse il suo ginecologo, altrimenti non avrei potuto spiegarmi un ringraziamento così fervido. 
Gli dico ok, partiamo dall’inizio.
S. mi racconta che ha conosciuto gente splendida che gli ha parlato molto di Cristo, del brutto modo di intendere la religione negli ultimi tempi e di quanto per l’uomo il Signore abbia iniziato a rappresentare una sofferenza. Una cosa orribile, bla bla, si sono sbagliati tutti, bla bla, perché Cristo non è altro che amore, un amore infinito che ogni uomo deve accogliere dentro il suo cuore –e se scaccio l’immagine della sua mano sul suo petto in mezzo a un coro di angeli che canta Osanna, è solo perché so che gli evangelici non credono agli angeli–&nbsp; per trovare un rimedio al mondo. Il mondo altro non è che Satana che ci tenta ogni giorno e..»
«Aspetta, aspetta. Cosa sarebbe il mondo?»
«S&igrave;, mia cara Cate. Il mondo e le bruttezze della vita sono le tentazioni di Lucifero che vuole il nostro male. E se tu non scegli il Signore, Satana avrà vinto e la tua vita sarà un inferno»
Mi tocco, pagana, la tetta sinistra. Immaginare la mia vita un inferno più di quanto lo sia adesso è impossibile; prevederlo senza darmi altra scelta sapendo come me la sto passando, non è affatto carino. So bene che, pur di evangelizzare, non si bada a spese. Ciò non toglie che lui stia iniziando a starmi seriamente sul cazzo.
«Guarda me. Io soffrivo, non capivo perché vivere mi facesse così male. Adesso sto benissimo, perché so che non sono solo. Infatti ho ridotto gli psicofarmaci»
Penso alla cartina gialla degli Stati Uniti sul mio atlante e poi a com’era lui la prima volta che l’ho visto. È stato adeguatamente, integralmente americanizzato e a poco servirebbe fargli notare che curare una dipendenza creandosene un’altra non vuol dire mai eliminare la prima.
Credere di aver rimosso un problema senza accorgersi di averlo fatto ricorrendo ad un altro problema rientra nelle più comuni patologie depressive.
Cristo è in genere la tappa successiva allo Xanax.
Salirei volentieri in macchina ancora in pigiama per arrivare fino a casa sua e prenderlo a calci, se non fosse che non voglio turbarlo con quello che ho imparato nella mia lunga carriera di depressa proprio ora che S. dice di aver dimezzato i farmaci. 
Per lui il Signore è la salvezza. Per me non è altro che qualcosa che tiene i palermitani lontani dal traffico la domenica mattina.
«Lo so, lo so. Ora non puoi capire. Ma prima o poi lo farai. Tu sei così intelligente e presto Gesù chiamerà anche te»
Non vedo l’ora, ma se nel frattempo un evangelista loda la mia intelligenza mi sento automaticamente deficiente. Silenzio. Da diversi minuti guardo una vigorsol coperta di mozziconi attaccata alla parete del mio posacenere. 
«Come stai tu?» si sforza di sembrare interessato, ma la sua domanda suona come un prologo e non me la sento di essere evangelizzata alle 9 di mattina di un sabato qualsiasi. Ne approfitto per tentare di sviare e minimizzo con un
«Mah,&nbsp;&egrave; tempo di udienze. Combatto con i miei genitori che si scannano per un euro e un altro..»
«Vedi? Questo perché non hai ancora accolto Gesù dentro di te»
O perché sono nata da due stronzi?
Non vedo come Cristo possa avere a che fare con la separazione dei miei se non nel trasporto quasi ascetico con cui mio padre e mia madre si lanciano vicendevoli maledizioni giornalmente.
«Ah sì?&raquo;
«S&igrave;, Cate. È così. Tu non capisci perché non hai ancora i mezzi per farlo –in effetti no, però ho una macchina con cui potrei venire a prenderti a calci subito– Ma guarda questa telefonata. Il fatto che tu mi abbia risposto alle 9 di sabato mattina è un segno»
Il motivo in realtà è un altro, più legato al gossip che al Signore, ma a quel punto non ho più tanta voglia di farglielo notare.
Mi sfugge tutto. A quest’ora doveva essere già arrivato alla descrizione fisica dei partecipanti all’orgia, invece mi parla di redenzione, di salvezza e psicofarmaci. Io volevo le zozzerie. Volevo sesso, droga, rock’n’roll e racconti scabrosi tipo “Minchia, mi sono inchiappettato questa mentre è arrivato quest’altro e ad un certo punto non si capiva più chi fosse Pinco e dove fosse andato a finire Pallo”.
«Ges&ugrave; ti sta chiamando, Cate. Ti sta chiamando»
«Ok. Ma per adesso sono occupata. Digli che forse è il caso di sentirci un’altra volta, cristosanto»

Perché&nbsp;voglio che si sappia che il Signore qualche volta lo chiamo anch’io.