Il non pesce rosso

Quel coso del ramo di Como* fetente e peloso che vive con me, col muso schiacciato, l’esoftalmo da polpo e un’alitosi perenne -che per praticità da questo momento in poi chiamerò “Il mio cane”-, è solito adottare due diversi atteggiamenti per farmi capire che è arrivato il momento di portarlo fuori. Con uno inizia a seguirmi per casa, fermarsi se anch’io mi fermo, guardarmi storcendo un po’ il muso (generalmente a destra) e iniziando a scodinzolare a oscillazioni costanti fino all’ipnosi o a velocità progressiva fino all’isteria. Se mi sposto all’improvviso e i miei movimenti non collimano con i suoi, date le dimensioni lilliputiane che non lo rendono immediatamente individuabile può anche capitare che ci inciampi sopra; se ci inciampo sopra, data la sua scatola cranica troppo piccola per contenere un cervello vero, si limita a emettere un guaito idiota senza mai registrare l’evento esperito: tornerà a seguirmi per casa, si fermerà se anch’io mi fermerò, scodinzolerà ipnoticamente o istericamente e se mi sposterò all’improvviso continuerà a farsi prendere a calci. Questo primo modo del mio cane di reclamare la passeggiatina si fonda quindi su un tipo di autolesionismo reiterato volto a muovermi a tenerezza prima, compassione poi e stordimento infine. Spesso però non basta, e nei giorni in cui torno a casa così sfatta che a stento ricordo di averne una -figuriamoci che dentro ci sia un cane-, il suddetto ipofunzionale esserino mefistofelico utilizza ben altra strategia senza dubbio più rapida indolore ed eloquente: si alza lentamente dal suo cestino regalmente imbottito, si dirige con passo da moviola e orecchie calate di aprioristico e lungimirante senso di colpa verso un mobile, ne affianca uno spigolo, solleva con aria altezzosa la zampetta e semplicemente piscia. Se la mia negligenza raggiunge livelli insostenibili, piscia e mi guarda strabuzzando quegli occhietti ipertiroidei improvvisamente demoniaci: “E ringraziami che oggi ho scelto il tavolino Ikea di 18 euro”, sembra pensare. Questa sera il coso malefico ha deciso di adottare la seconda tattica, io ho esaurito le freccette da lanciargli con violenza addosso per distrarlo dai suoi intenti e dagli spigoli, e non mi resta che alzarmi dal divano il cui gran foulard è diventato ormai la mia seconda pelle a causa del fosso di stanchezza che ci ho fatto dentro per portarlo a spasso e salvare la mobilia. Sono le undici, io in sottoveste. Non ho intenzione di cambiarmi col rischio che i 38 gradi di morte estiva che ci sono fuori mi tatuino addosso ogni eventuale mise alternativa, ed è un momento di evidente calo neuronale quello in cui prendo una sfilza di decisioni in successione talmente irrazionali e ingiustificabili che ora mi darei altrettante serie di ceffoni da sola. Più o meno nel seguente ordine, decido che a quest’ora per strada non ci sarà nessuno, che ad agosto Palermo è deserta di giorno figurarsi di notte, che anche i malintenzionati sentono caldo e dunque saranno tutti a casa sotto l’aria condizionata o a borseggiare i turisti in centro, che di notte una sottoveste trasparente non è poi così trasparente, che le mie scarpe rosse con zeppadodici possono essere delle ottime sostitute alle infradito che non trovo, che Paulo Coelho non è in fondo così male (paragonato a Sveva Casati Modignani, per esempio. O all’aids), etc etc. E non so, nella mia mente obnubilata dall’ora tarda e calda non posso ancora immaginare le sciagure che seguiranno a questo stato transitorio di incoscienza. Sarebbe impossibile presagire il pentimento cocente che ne verrà, e in effetti neanche il senno di poi e una canicola micidiale come quella di stasera sono una valida prospettiva da cui poter spiegare quel momentaneo letargo della ragione. La me sprovveduta che ancora non sa di esserlo indossa pertanto le sue scarpette di tinta rossa e vago sentore di mignotta, guinzaglia svogliatamente il suo coso, esce in sottoveste trasparente, apre il portone con l’andatura vitale di un condannato a pena capitale e lì si blocca, ferocemente investita dal phon che un essere invisibile (in giacca cravatta e portamento elegante, nella sua visione è così) le ha puntato addosso appena è uscita. Si ferma sui gradoni prospicienti il cancello del suo stabile chiudendo gli occhi che bruciano di afa, semiaprendone uno per sbirciare il deserto buio che si spalanca sfacciato al di là di quel cancello, presentendo l’asfalto bollente dove cumuli di rotolacampo saranno desolatamente sospinti da questo scirocco Remington azionato a getto 3 e calore 6, e pensa. Sposta lo sguardo sul coso che dimena energicamente la codina imperterrito e felice, mentre per l’aria secca la sua pelle sta facendo i cretti di Burri e i suoi capelli hanno ormai assunto la piega perfetta di una baccante invasata, e pensa. Su una qualsiasi musica di Morricone di qualsiasi western di qualsiasi Sergio Leone in cui un uomo ne guardi in cagnesco un  altro nel mezzo di un caldo tale che ogni cosa ondeggia, pensa in rapida sequenza a questioni esistenziali di profondità sartriana e stile kafkiano, il cui esito estremo è un sacramentato

La prossima volta un pesce rosso.

La storia non è mai quella dei se e dei ma, così nella tempesta di sabbia di stasera ci inoltriamo impavidi, io e quello che sarebbe potuto essere il mio pesce rosso e che invece è un pechinese con dei reni che funzionano evidentemente alla grande. Tanto alla grande che il principino li controlla con somma maestria, sicché su strada la sua presunta impellenza precedente e domesticamente devastatrice cede il passo a un tipo di dosaggio calibrato e studiatissimo. Lo sgorbio zampetta tutto giulivo sculettando con aria aristocratica e si ferma ogni due metri per rilasciare la stessa quantità di millilitri sul pezzo di muro che punta. Il mio cane non fa della banale pipì, il mio cane usa la minzione come mero pretesto per concedere al mondo i suoi preziosi liquidi con destrezza posologica. Stando ai suoi tempi questa passeggiatina non durerà meno di mezzora, e nel frattempo sento che io evaporerò. Penso agli affascinanti risvolti panteistici della possibilità che ogni mio atomo si aggreghi all’energia dell’universo, quando vedo una macchina spuntare in lontananza. È la prima da quando sono uscita e se continuerà a venire verso di me suppongo che le sue luci invalideranno la mia -pessima- tesi che di notte una sottoveste trasparente non è poi così trasparente, inaugurando finalmente quel fortunato filone di prese di coscienza e pentimenti che attuerò tristemente da questo momento fino ai prossimi due giorni. Prego Gesù che l’auto svolti in una delle strade che rimangono tra me e lei, ma Gesù -come ci hanno ripetuto tante e tante volte in questo stato che c’ha dentro il Vaticano- è solo figlio di dio fatto di carne e sangue come gli altri uomini suoi fratelli: in quanto tale, sentirà caldo e sarà a casa sotto l’aria condizionata anche lui. Infatti quei fari continuano ad avvicinarsi e invece che pregare banalmente un mero figlio di papà farei meglio a mettermi quantomeno di lato dando le spalle alla strada per preservare nudità e decoro quando l’auto mi passerà accanto. Lo faccio. Decido inoltre che non guarderò minimamente la macchina. Se evito di guardare la macchina non saprò mai se chi ci sta dentro mi ha vista e potrò illudermi che non l’abbia fatto. Mi sento molto astuta -ma mi ero sentita astuta anche dopo aver deciso di uscire in sottoveste trasparente e scarpe inadeguate, e infatti.. La macchina arriva all’altezza del marciapiede su cui io sto come d’autunno sugli alberi le foglie e mi supera. Rapido sospiro di sollievo e istantaneo rilascio muscolare durano poco, perché subito dopo sento l’auto frenare, poi il tipico suono da innesto di retromarcia e alla fine arriva anche il rumore più temuto (rumore invero piuttosto sgraziato, quasi petulante ai limiti del ridicolo): quello di una macchina che sta tornando indietro. Domani Gesù si sveglierà con atroci dolori cervicali. Strattono il mio cane per tentare una fuga laterale rasente muro a passo di granchio, ma non è più che matematico che lui decida sia arrivato il tempo di un’urgente popò giusto ora? Certo che lo è, quindi allo strattone il mio cane non risponde e io resto lì a maledire il suo tempismo intestinale con l’auto che nel frattempo è arrivata esattamente alle mie spalle. Mai momento mi è parso più lungo di questo (dai tempi dell’esame di maturità, quando al professore di filosofia che mi chiese di parlargli del mai toccato Kant, dopo qualche secondo che sembrò una parentesi interminabile, io risposi semplicemente “No, grazie”).
Sto ancora dando le spalle alla strada quindi alla macchina, guardo giù verso il coso che temporeggia lasciandomi intuire che la sua dose quotidiana di croccantini sia francamente da rivedere, sento uno sportello che si apre ed ecco arrivare quell’improcrastinabile – Scusi.. – che mi gela la colonna vertebrale. Faccio ingegnosamente finta di non sentire. – Scusi, senta… –. Magari sono una sorda che sta portando a spasso il suo cane, perché no. Sai quanti sono i sordi nel mondo? 120 milioni, poverini. Centoventimilioni. E la cosa assurda sai qual è? Che se li vedi i sordi sono gente come noi! Davvero, non lo diresti mai che sono sordi! Quindi perché non posso fingere di essere una di loro -una ragazza sorda che a mezzanotte sta portando a spasso il cane, magari sordo anche lui, vestita un po’ come una prostituta sorda? La risposta arriva rapida: dopo una preoccupante escrezione che per i tempi che ci sono voluti è stata più un’espiazione spirituale che fisiologica, il mio cane viene spinto dalla sua irrefrenabile natura sgualdrina e questuante a fiondarsi verso la macchina da cui proviene quello “Scusi” iniziando a scodinzolare e tirare caparbiamente. A questo punto non posso più far finta di niente e quando gli urlo un esacerbato – NO! – da lui puntualmente trascurato, tantomeno di essere sorda. Mi ha già trascinato davanti la portiera aperta dell’auto (un’auto bianca con delle strisce rosse e la scritta GUARDIA COSTIERA sulla fiancata) e si è fermato lì, tutto scodinzolante e festoso nell’incauta speranza di elemosinare delle coccole da uno che per quanto ne sappiamo potrebbe essere chiunque, da Paulo Coelho a chissà quale altro maniaco. Il pretesto gentilmente offerto dai salamelecchi del mio cane viene subito accolto. – Oooh, ma guarda chi c’è qui! –. Dall’auto scende finalmente qualcuno, e non è più che matematico che sia un vero cesso interstellare pure con un certo piglio lombrosiano? Certo che lo è, perché questa storia non avrà un lieto fine né lieti intermezzi. – Ciaooo! Ma quanto sei morbida e carina! –. Necessaria disambiguità: è del mio cane che sta parlando. – Sì sì sì! Sei proprio morbida e carina! Sì sì sì!” –. Gli ha già messo le mani addosso iniziando a spupazzarselo tutto e quell’infingardo, notoriamente timido e introverso come una meretrice sbronza, già gongola e ancheggia senza dignità. – Ma sì, ma sì! Sei proprio morbida e carina, lo sai? Eh? Lo sai? Certo che lo sai! –, dai che forse è frocio, penso, e lo sgorbio gli piace davvero, tanto che entro la fine della serata glielo appioppo per la vita e domattina mi compro il pesce rosso. – Le piacciono i marinai a questa cagnolina tanto morbida e carina? – no, non è frocio. E la sua domanda è già carica di cattivi presagi.

*Cosa c’entra Como con me? Nulla, ma si può iniziare qualsiasi cosa con Quel e non pensare al più famoso Quel di manzoniana memoria? No, non si può.

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