Vado in palestra e faccio un’ora di sala, che per i non bisognosi/esperti in materia ginnica, equivale ad un’ora di esercizi con degli attrezzi invitanti e fascinosi come una falciatrice -che almeno ha il decorosissimo compito di spazzarti via l’erba, mentre quelli hanno l’effetto di spazzarti via la vita. E farti venire voglia di steroidi, chiaro. C’è sempre il palestratissimo manzo di secondo taglio che consiglia di strafarti per aumentare il rendimento e quasi ti convince. Ma basta guardarsi un po’ intorno per cambiare idea, entrare in una qualsiasi palestra e ispezionarne anche distrattamente la fauna. Ovvero: uomini con un torace a forma di Germania e un culo delle dimensioni di un cheerios, che non riescono a sollevare un peso senza emettere un immancabile urletto cavernicolo, come se già il loro sex appeal non sia stato ridotto ai minimi termini dal loro aspetto di triangolo equilatero rovesciato.

In genere mi ci tengo a debita distanza, tento di scansare quei loro mastodontici corpi, i cui soli capillari, grossi quanto le mie dita, potrebbero graffiare a sangue. Altro modo per sfuggire al teatro degli orribili pompati è inforcare cuffie e spararle al massimo, perché i loro respiri primitivi sono così ridicolmente ed enfaticamente affannati da surclassare anche i Qotsa. Così, mentre loro continuano a pomparsi, io divento sorda. Oggi però, iPod grazie a dio lasciato a casa, mi sono goduta una scenetta da brividi e sudorazioni senza sforzi. Un quarantenne (e sono generosa) con il solito fisicaccio da Sopperisco-alle-ridicole-dimensioni-del-mio-membro-cercando-di-far-diventare-il-mio-avambraccio-un-mappamondo, ha preso a gironzolare intorno ad una poverina di massimo sedici anni per una buona mezzora. Roba che in uno zoo è contemplabile, fuori da uno zoo determina gli estremi per una chiamata veloce veloce ai carabinieri, ma che in una palestra è un tragico classico. Dopo un po’ ecco che il baldanzoso ornitorinco quarantenne in calore si avvicina finalmente all’innocente preda minorenne e, puntando il dito e l’intero braccio teso davanti quel  faccino innocente e sbigottito, sentenzia
“Io / Ho / deciso / Che tu / Sei / davvero / Figa / Un caffè?”, scandendo ogni pausa con quel braccione che non esiste in natura. Ho fermato il tapis roulant per l’emozione, in attesa che volasse quel bel rovescione con cui qualunque essere umano dotato di un minimo di buon gusto spera sempre si concluda una scena di questo genere (horror). Purtroppo la fanciulletta, cui di sicuro nessuno ha mai spiegato la differenza tra complimento e circuizione, ha risposto solo con un lusingato Grazie / va bene, guadagnandosi per direttissima il ruolo di protagonista del filmetto che il qui presente Mister Muscolo Viscido si farà in testa durante la sua prossima pippa dedicata.

Insomma, faccio un’ora di palestra e nemmeno ho la soddisfazione di rifarmi gli occhi su qualcuno che rientri in un qualsiasi standard di decenza est-etica, ed è frustrante. Perciò, frustrata e con un pezzo di vita importante lasciato sulla gluteus machine e un po’ di polmone sul crosstrainer, raccolgo la mia roba e mi dirigo verso lo spogliatoio, con un sonno boia e la voglia di pregare le mie endorfine di restare lì -il mio rilascio non ha evidentemente nulla a che vedere con quello delle endorfine di certe cinquantenni che dopo un’ora di spinning sono tutte sorrisi e cosce pimpanti. Pazienza. Mi convinco che povere, loro hanno certamente smesso con ben altro tipo di attività motoria e le loro endorfine si liberano solo qui, sul sellino di una triste cyclette. Mentre io, oh yeah. Cazzo, io posso ancora darci dentro! (Magari non adesso. Magari tra un paio di giorni. Magari quando l’acido lattico mi permetterà di riprendere a camminare).

Apro la porta dello spogliatoio con noia, non sapendo invece che la mia giornata sta per prendere tutt’altra splendida piega. Dentro ci sono due donne, una di fronte l’altra, e da qui è solo l’altra che riesco a vedere. È una signora non proprio giovanissima in tenuta impeccabile: canottierina super aderente e leggings scalda arterie. Una bella spremuta di carne anziana con contorno di tette palesemente rifatte -e male, dato che tra l’una e l’altra ci sarebbe spazio a sufficienza per farcene entrare altre due- e tutto sommato un bel fisico (se per bel si intende non ancora morto e per fisico una cosa che sta in piedi). Quella seduta davanti a lei non riesco ancora a vederla, ma la sento. È una ragazzina e sta piangendo, con singhiozzi sonorosissimi e inconsulti che non riesce a controllare nemmeno quando si accorge che sono entrata. Appena dentro, il buongiorno mi muore in bocca. È chiaro che qui dentro non lo sia, così mi limito ad un cenno del capo e continuo a camminare per raggiungere il mio armadietto il prima possibile. Nel frattempo non posso fare a meno di chiedermi quale tragedia sofoclea sia capitata a quella ragazzina prossima alla fibrillazione, ed ecco che finalmente la vedo. Oddio. Vedo. La vedo per quanto è possibile che un essere del genere venga visto.

La sua schiena è così magra che le vertebre spuntano dalla canottiera come palline Ben Wa che, ad ogni singhiozzo, scompaiono e riemergono, scompaiono e riemergono. Resto ipnoticamente a fissarle per un po’, il tempo necessario a contarle. Perché sì, le vertebre di questa cosa che un tempo deve essere stata una donna si possono contare. Che roba affascinante. Le mie sarebbero così in vista solo in una radiografia e oggi so che esistono solo perché qualcuno me l’ha detto -io so di avere delle vertebre in fiducia.

La signora le sta vicino, ha un tono e un fare consolatori, mentre la giovanoressica in lacrime bofonchia parole con la voce rotta e il respiro di un cuore a pezzi, roba che tra un po’ farà piangere anche me. Quasi sto per avvicinarmi, tanto per mera solidarietà femminile. O per porgerle un kleenex. O per qualsiasi cosa la faccia smettere. Per fortuna arriva subito la sorprendente rivelazione, il dramma svelato, l’epifania. Stupida io a non averci pensato prima. Sono in una palestra, dentro uno spogliatoio femminile. Quale altro dramma esistenziale potrebbe provocare un tale scroscio di lacrime e singulti se non un affare di DIETA?
Il momento è sofferente: da una parte una fragile ragazzina che l’anoressia non basta, in preda ad un pianto irrefrenabile perché avrà mangiato tre carote al posto di due; dall’altra una signora compressa dentro una mise da cui fuoriesce della carne con cui non è mai nata. Così decido di fare l’unica cosa che la mia morale, in questi casi, mi impone. Afferro il moleskine dalla borsa e trascrivo parola per parola il loro dialogo. Non posso esimermi. Per quanto ne so, è la sola forma di amore per il prossimo che conosco. È la mia pietas. Come volevasi dimostrare, quelle che sento si rivelano le imperdibili perle di un’umanità meravigliosa, un perfetto esempio di come spesso certa gente ragioni e agisca secondo un unico, straordinario, atavico criterio.

Il cazzo.

Sembra siano lontani i tempi in cui era esclusiva del sesso maschio sragionare con il membro mandando in muffa i bei vecchi neurotrasmettitori. Ormai la vacuità è anche donna -e forse a causa di quella stessa confusioni di intenti per cui, avendo voluto gli stessi diritti dell’uomo, abbiamo creduto giusto ereditarne anche i doveri.
E sì, in effetti l’osmosi ormai è vicendevole, non esiste gradiente superiore che definisca la direzione dello scambio. I ruoli hanno confini labili, gli uomini certe sopracciglia perfettamente sfoltite da far invida alle donne, le donne cer
te brutalità perfettamente involgarite da far invidia agli uomini. E ad alcuni andrà pure bene, ma non a me, per cui la donna non è il sesso forte, ma quello sano. A me -inguaribile romantica notoriamente dolcissima- una donna a metà del suo corpo, che piange a dirotto perché mangiare rappresenta una colpa straziante, fa una pietà strana. Di quelle che il primo impulso non è il soccorso, ma la mazza chiodata.
Se non su di lei, quantomeno su qualcuno che le sta vicino. E in effetti non mi dispiacerebbe suonarle un po’ anche a questo esempio di mastoplastica additiva venuta male, soprattutto quando capisco che con quello che dice per consolare la ragazzina malnutrita vuole solo dare man forte alle sue mille patologie galoppanti.

Tra le due ci saranno minimo 30 anni di differenza, ma sono più le somiglianze che le differenze. È evidente che entrambe, la vecchia rifatta e la ragazzina anoressica, sappiano cosa significa sacrificare se stesse per rispondere alla richiesta attualmente dominante di una femminilità modificata, rispettivamente senza tempo e senza spazio. Per di più saranno compagne di gag, o pilates, o step, o gluteus explotion, o sai quale altra attività utile a tenersi stretto il ricco maritino fedifrago o una taglia 36.
La discussione va avanti su un tono intimo e confidenziale, profondamente commosso e partecipe.

– Non ci posso pensare –pausa per abbondanti singhiozzi– Ancora non capisco perché sono stata tanto scema –altri singhiozzi.
– Ma ormai che importanza ha? È successo? Va bene, basta. Guarda avanti, scusa.
– E come faccio? Come si fa a smaltire in due giorni mezza vaschetta di gelato al cioccolato e sei gelati al tartufo mangiati alle 2 di notte? -silenzio dall’altra parte- E poi lo sai cosa mi ha fatto più male? –nuovi terribili singhiozzi– Mi ha fatto più male lui con le sue parole –singhiozzi, ancora silenzio dall’altra parte– Quando sono salita sulla bilancia e ha visto che avevo preso 600 grammi, mi ha guardata come se ero un mostro e mi ha fatto il cazziatone che neanche mio padre! –attenzione, diamo il benvenuto al terzo attore sofocleo: IL NUTRIZIONISTA!– Mi ha detto “Ma come è possibile? Cosa diavolo ti sei sbafata per prendere 600 grammi con il regime che ti ho dato? Com’è potuto succedere?”. Allora –singhiozzi– gli ho raccontato tutto. Gli ho detto del gelato, dei tartufi. Tutto –singhiozzi– E lui continuava a guardarmi malissimo –singhiozzi– e a me mi è venuto da piangere. E poi arriva e fa “Vabbè, vabbè. Sarò costretto a toglierti i pomodori, questa settimana”. E mi ha tolto i pomodori, capisci? –scoppio di pianto scrosciante.
– No! Veramente? Ti ha davvero tolto i pomodori? Che infame però!
Sì, mi ha tolto i pomodori. Ma a me va bene così –assunzione di aria improvvisamente fiera– devo perdere almeno quattro chili prima di andare al mare –voglia matta di farle notare che siamo praticamente ad agosto e tirano 40 gradi– Voglio stare in costume tranquilla, altrimenti non ci vado.
– Certo, logico –voglia matta di fare notare all’amica che in tutto questo di logico c’è un cazzo.
– Sono esaurita, sto esaurendo –rinnováti segnali di pianto incombente– Se ci ripenso –brusca  metamorfosi facciale– mi viene da piangere –e infatti ricomincia.
– Dai, non fare così. Ormai è successo, non pensarci più –carezza delicatamente il braccio della ragazza, le avvicina una mano al viso, le scosta i capelli- Sai che possiamo fare? Conosco una ragazza che ha perso quattro chili e mezzo in una settimana –e brava la cazzona– Ora la chiamiamo e le chiediamo come ha fatto, va bene? –la ragazza smette di piangere, adesso tira su col naso.
– Davvero ha perso quattro chili e mezzo in una settimana?
– Giuro!
– E come ha fatto? –continua a tirare su col naso e l’aria mesta
– Questo non lo so, però possiamo scoprirlo –sì, scopri questa fava– Che ne dici? Dai!
Poco convinta, la ragazzina resta immobile con la testa bassa.
– Dai, coraggio! Fatti forza. Adesso usciamo di qui, la contattiamo e tu le chiedi tutto quello che vuoi, ok?
E lei, piccola in quel suo aspetto tirato, la schiena storta nell’arco di una gobbetta già pronunciata che nessuna morbidezza può nascondere, continua a guardare per terra.
– Allora? –chiede l’altra.

E poi i suoi piedi si fermano e in faccia le spunta un sorriso che non si capisce se sia Pollyanna o Norman Bates.
Allora sai che ti dico? –la tizia accanto si allontana leggermente da lei e fa bene– Ti dico che allora ‘
STO CAZZO. Ti dico che adesso MI SONO DAVVERO ROTTA I COGLIONI. Di me, di te, del dietologo, di Marie Claire, DI TUTTI. Ti dico che a me piace mangiare, ok? E se mangiare significa ingrassare e a voi il grasso fa calare l’indice di gradimento, sai dove potete mettervelo quell’indice? Ecco, PROPRIO LÌ. Quindi sai che si fa veramente adesso? Adesso io esco da questo posto di pipponi fissati, passo dal giornalaio, mi fiondo nel primo bar che trovo, ordino tanta, ma TANTA roba untissima e aspetto. Sì, aspetto. ASPETTO DI CAGARLA TUTTA TUTTA SU UN PAGINONE APERTO DI COSMOPOLITAN. Così. Tanto per  rispedire un po’ di merda al mittente, capito? Per rispedirla a voi. Voi e i vostri canoni di massa, che più le si assomiglia e meglio è. Voi con le vostre abitudini disumane, che vivete tristi tra sacrifici e privazioni. E tutto questo per cosa? Per allontanarvi da voi e avvicinarvi a quello che non siete. Vergogna. Vergogna io, tu. Vergogna mio padre, mia madre, i miei presunti amici che fanno finta di non vedere e, se vedono, preferiscono la comodità di non chiedere. Vergogna il dietologo grande esperto che tutto mi ha detto di fare, tranne che di parlargli del perché mi venga voglia di ingozzarmi di gelato a notte fonda. Che neanche una delle decine volte in cui mi ha vista mi ha chiesto perché, pur essendo così magra, volessi continuare comunque a dimagrire e dimagrire e dimagrire. Troppa urgenza di farsi la piscina, evidentemente.
Smettetela.
TUTTI. E smettila anche tu, che vivi nella più bieca vergogna. Sì, proprio tu. Ti vergogni di un corpo che ha l’unica colpa di aver vissuto. E tu cosa fai? Lo tratti in un modo che dovrebbe essere lui a vergognarsi di te.
Svegliati, idiota.

Sarebbe potuta andare così. Ma non è andata così.

– Dai, coraggi
o! Fatti forza. Adesso usciamo di qui, la contattiamo e tu le chiedi tutto quello che vuoi, ok?
E lei, piccola in quel suo aspetto tirato, la schiena storta nell’arco di una gobbetta già pronunciata che nessuna morbidezza può nascondere, continua a guardare per terra.
– Allora? –chiede l’altra.
La ragazza tira un’ultima volta su col naso.
– Ok. Ce l’ha msn?

Chiudo il moleskine, mi alzo e apro finalmente il mio armadietto.
Sperando di trovarci dentro una doppia spranga dentata.

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