Ma parliamo di inverno. Dov’è finito l’inverno? Lui con i 25 gradi che tirano oggi. Chiedo È l’estate di San Martino, no? Questo scirocco novembrino che travolge all’improvviso -come se qualcuno ti aspettasse in agguato fuori dal portone di casa per accenderti un phon in faccia- non è mica lo sbuffo incollerito di quel pianeta che stiamo provando a far collassare già da un po’, certo che no. Gravi scompensi e diffuso stato confusionale, fin da alle elementari. C’era un tempo in cui l’inizio di un temino sull’inverno faceva “L’inverno è quando mia mamma mi mette il cappottino perché dice che fuori fa freddo”. Ora un bambino delle elementari, per un temino sull’inverno, potrebbe ragionevolmente scrivere “Inverno? E io che cazzo ne so?”. Sono previsti tempi duri per le nuove generazioni -se mai avranno modo e tempo di esistere.

Ditemi che è l’estate di San Martino, vi prego. Altrimenti il caldo è solo un pezzo del trailer in anteprima di un film un po’ bruttino che non ho proprio voglia di vedere. [Eccetto quella parte in cui la tempesta solare farà fuori la mia vicina del piano di sopra. Quella che ogni volta stende i panni senza piegarli e le sue lenzuola scendono fino alla mia finestra impedendo a quel po’ di luce di entrare. Ma tu guarda un po’ Gesù. Ho provato a dirglielo. Senta, mica è difficile. Faccia finta che le sue lenzuola siano un panino, le pieghi  a metà e poi le chiuda sul filo per stendere. E poi andiamo: tutto ciò è imbarazzante. La casalinga è lei, chi sono io per dirle come si stendono i panni? Vuole che salga su a farglielo vedere? Non ci sarà mica bisogno di frequentare un corso di teoria e tecnica domestica per capirlo, certo che no.

Evidentemente però sì.

In attesa del 2012, ho deciso di occuparmi della mia vicina da sola, facendo leva sull’unica cosa per cui vivono le casalinghe: l’ossessione malata per l’igiene. Appena posso, esco a fumare sotto il suo balcone, così il fumo impregna tutta quella biancheria che più bianca non si può -ma più gialla sì e te lo dimostro io. Il male invisibile e serpeggiante delle mie sigarette sulle sue lenzuola pulite le salterà al naso quando meno se lo aspetta ed è bello sapere che di notte penserà improvvisamente a me. E molto romantico, per di più. Quando di fumare proprio non mi va, esco sul terrazzo con la mia gatta in testa, confidando nelle fissazioni feline per la cinetica, e lei, puntualmente, non delude. Resta appollaiata lassù come fosse una gallina e la mia testa il suo bell’uovo da covare, usciamo insieme barcollando e ci fermiamo sotto il lenzuolo invadente, entrambe con gli occhi in su.

Se quel giorno il vento non vuole proprio sostenere le mie annoiate e imbrattanti cospirazioni anti-casalinghe e non soffia manco a pregarlo, allora mi basta dare un colpetto con la mano al lenzuolo perché la gatta scatti dalla mia testa e vi si avvinghi come se fosse l’anima che il diavolo le sta strappando. Faccio un passo indietro e li guardo penzolare, lei e il lenzuolo, ad un ritmo rilassante, soddisfacente. Quasi ipnotico. Se il lenzuolo smette di dondolare e sta per finire lo spasso involontariamente offerto dalla vicina, ecco che le sue unghiette affondano di più, causando foretti che difficilmente potranno essere rattoppati.

Sono bei momenti.

Appena sento i passi pesanti della lavandaia compulsiva che si precipita sul balcone perché forse dall’interno ha visto il suo lenzuolo scivolare all’improvviso, devo solo sostituire prontamente il mio sorriso beota con un’espressione corrucciata e incattivita, precipitarmi verso la gatta ancora appesa a quel lenzuolo declassato ormai a pezze da polvere e urlare Cattiva, Maynard. Cattiva. Non si fa, puntando l’indice in modo molto incerto contro il suo muso involontariamente complice. Lei mi guarda con un pezzo di lenzuolo maciullato ancora in bocca e, chiaramente, non capisce ma sa che oggi i croccantini saranno tanti. La vicina si affaccia, i capelli ricci e biondi le cadono sul collo proteso all’ingiù e tutto rosso, con lo sternocleidomastoideo che lì dentro sembra non volerci più stare per quanto è gonfio. I suoi occhi, se potessero, manderebbero dardi e vipere. Non volendo lasciare sola la scenografia demoniaca della sua faccia trasfigurata dall’ODIO, inizia ad urlare a squarciagola, nell’ordine: domande che non vogliono avere una risposta, improperi in palermitano basso-infimo, maledizioni per me e svariate generazioni a seguire, minacce tra l’antifemminista (ORA TI FACCIO VEDERE IO! – ORA CHIAMO MIO MARITO) e lo statale (ORA TI FACCIO VEDERE IO! – ORA CHIAMO LA POLIZIA). Ogni giorno la solita storia, con lo stesso noiosissimo copione. Io non dico una parola finché non smette un attimo, per riprendere fiato e non svenire -il che in genere la porta anche ad emettere uno strano singulto/risucchio voraginoso spalancando le fauci, tale da pensare che tra un po’ vomiterà verde e salirà le scale mettendosi a ponte e al contrario. Solo allora cerco di spiegarmi e le dico Guardi che mi scusi, ma la mia gatta dormiva sul mio letto e voleva solo un po’ di luce. Eheh. Che strani i gatti. Valli a capire. Le sorrido, dal basso, come se tutto fosse talmente chiaro da non meritare più alcuna spiegazione, mentre continuo a tenere in braccio la mia gattina e, piena d’amore e gratitudine, le liscio soddisfatta la testolina. La vicina non dice nulla, mi fissa con l’eruzione dell’Etna nei bulbi e la faccia schifata di chi ha trovato uno scarafaggio nella pizza. Penso che, dalla sua prospettiva alta, io devo avere davvero una grandissima faccia di culo e me ne compiaccio enormemente.

Dura poco, perché Lucifero in grembiulino e mocio vileda in mano, torna subito a far tempesta.

La verità è che quell’ingrata, al posto di basire platealmente sgranando ancora di più quegli occhi che tra un po’ escono dalle loro orbite per atterrarmi sul terrazzo, dovrebbe piuttosto ringraziarmi, dato che lei non lo sa, ma finora mi sono astenuta dall’attuare varie cose ben più orrende dell’appendere un semplice gatto alle sue lenzuola. Cose di sicuro più creative e impegnative, che mi sono state suggerite dalla gente che ha saputo dell’odio tra me e lei o semplicemente tra me e la sua biancheria sconfinante. Una mia cara amica, per esempio, mi ha consigliato di passeggiare sotto le lenzuola stese con le mani casualmente sporche di terriccio e di strofinarle sbadatamente sulle stesse. Un’altra (questa qui senza dubbio più fashion della prima) di farmi una tintura ai capelli color viola, o blu, o sangue -qualsiasi colore stia sul cazzo alla candeggina insomma- per poi raggruppare i capelli ancora sotto tinta in un alto turbante e passare di lì, sempre accidentalmente, ché qualcosa, in quella mezzora in cui la tintura deve prendere, si dovrà pur fare. Invece io no. Brava come sono, non ho fatto nulla di tutto ciò. Ancora.

Quindi, perché la spiegazione della gatta arrabbiata in quanto desiderosa di un po’ di luce non le basta? All’esigenza della gente non c’è mai fine. Infatti la mia vicina non si è proprio persuasa e, dopo quei pochissimi istanti di silenzio e gelo seguiti alla mia arringa perfetta, eccola qua, ancora a sbraitare dall’alto del suo balcone. La sua tenacia è ammirevole, devo riconoscerlo. E quel suo dolce sgolarsi, poi… Rivela chiaramente una cadenza squisitamente neomelodica che può derivare solo dall’ammirazione per il grande Gigi. A questo punto la sua agitazione è tale che mi accorgo di dovermi quasi spostare per scansare i suoi sputi. Non mi piace la piega che ha preso la situazione, tantomeno quella dei suoi capelli anni ’80. Così agguanto un lembo del suo lenzuolo sfilacciato e moribondo e le faccio ciao ciao con quello e la manina, per poi tornare dentro, chiudere la porta-finestra e continuare a godermi le sue urla che si sono fatte, grazie a dio e al vetrocamera, più soffici e ovattate.

La storia d’amore con la mia vicina è iniziata il primo giorno in cui mi sono trasferita qui. È scesa con la scusa di conoscere noi cari, nuovi condomini del piano di sotto e tutto ad un tratto, quando sembrava che le cerimonie -fasulle come il mio XP- si fossero finalmente esaurite e che si stesse finalmente togliendo dalle palle, ha cambiato faccia ad una velocità inquietante: da sorridente in modo fastidioso e gratuito com’era ha messo su il grugno serio del medico che sta per comunicare una diagnosi tumorale e ha detto

– Ma i vostri cani abbaiano?

No, pigolano, avrei voluto risponderle. Come notoriamente fanno i cani, tanto per continuare. Invece le ho detto

– Sì, ma non così spesso. Quindi non si preoccupi – ma lei non sembrava affatto convinta.

Stupida me. Avrei dovuto immaginare che in certi condomìni un cane è un fattore determinante e fatale, a partire da cui si avvia un inesorabile processo di intolleranza senza ritorno. Se hai un cane che, proprio in quanto cane, abbaia, certi vicini si sentono liberi di poter fare qualsiasi tipo di cosa, a qualsiasi ora diurna e notturna. E non importa che in un intero giorno i secondi in cui il cane abbaia siano trenta. Il fatto è che quello è un cane, rappresenta una molestia pronta a scattare tipo bomba, e per loro tu sei e sarai sempre la persona malvagia ed egoista che non si è fatta alcuna remora nel portare quella molestia al rischio delle loro anime candide e delle loro vite placide. Che poi loro non si facciano alcun problema nello scambiarsi in continuazione vicendevoli urla e insulti irripetibili, non fa testo. Loro sono umani, il mio cane no. In conclusione, c’è tra me e loro un conflitto che potrà sanarsi soltanto quando smetterò di vedere la cosa esattamente al contrario. Fino a quel momento, i miei vicini si riterranno liberi di fare qualsiasi cosa –allo stesso modo in cui la notte io potrei decidere di sentirmi libera di fare frullati, recitare i Carmina Burana e avvertire l’impellente esigenza di accordare la Fender, probabilmente.

Questa vicina qui, per esempio, oltre a stendere i panni in modo da portare volutamente le tenebre nella mia stanza in pieno giorno, ama molto cambiare l’assetto della sua mobilia a partire dalle sei del mattino e, se non fosse la montanara che è, potrei pure pensare che abbia solo quell’ora a disposizione per dar sfogo alle sue tendenze di innovating interior designer. Ma lei è la montanara che è, fa quel che fa e lo fa alle sei del mattino perché io ho un cane che abbaia per trenta secondi scarsi al giorno.

Solo una volta ho provato ad addentrarmi nell’infausto mondo del dialogo-con-vicina-montanara appellandomi alla logica e al buon senso.

– Buongiorno, sì. Sono venuta a chiederle se potrebbe iniziare a spostare i suoi mobili non proprio alle sei, ma magari un’oretta dopo. Perché sa, da noi si sentono dei tonfi in stile scosse di terremoto celeste e a quell’ora magari dormiamo ancora.

– Eh, no. Mi dispiace. Ma poi tu non dovresti lamentarti, dato che hai un cane che abbaia.

Ma che bella risposta della minchia.

– E cosa dovrebbe fare? Nitrire? E’ un cane, lei è una persona. Penso ci siano delle differenze.

– Mi stai mettendo sullo stesso piano dei tuoi cani?

– No, io no – le ho risposto e dio.. quanto ho sperato che fosse un pelo più intelligente del bastone di scopa che teneva in mano perché la mia brillante battuta non finisse lì così, ad aleggiare tristemente nell’aria per poi morire sul suo pianerottolo.

Credo che la mia vicina casalinga abbia iniziato ad odiarmi seriamente proprio qui e che conseguentemente abbia deciso di fare contro di me -l’offensivo capro espiatorio della sua vita di casalinga tutta- l’unica cosa che le riesce benissimo dopo il bucato: ogni giorno, ogni ora, ogni alba, ogni tramonto della sua casalinga vita, SCATRICIARMI LO SCROTO.

Che poi io non voglio fare la snob perché io non ho bisogno di fare la snob, ché io sono già snob.

Però. Cara vicina, pensi in un modo che potrebbe far dubitare Darwin delle sue stesse teorie evoluzionistiche e per giunta lasci che l’astio nei miei confronti tradisca la regola fondamentale della stesura dei panni, quindi la tua stessa essenza montanara e casalinga. Non servono altre prove per dimostrare che è il caso che ti inventi un po’ di vita, mi pare. E poi urlare non è bello. Tanto più se lo fai senza conoscere i congiuntivi. E, dato che ci siamo, nemmeno la parte in cui svuoti i secchi d’acqua sul mio balcone e, quando io ti chiedo spiegazioni, ti giustifichi dicendo che “TANTO STA PER PIOVERE”, mi piace tanto. Ma se proprio dobbiamo dirla tutta, mi sta anche un po’ sul cazzo quando esco sul terrazzo e lo vedo pieno di monetine cadute dalle tasche dei tuoi jeans stesi. Tipo campo dei miracoli. E tu cosa fai? Cali giù un secchiello legato con un laccio alla tua ringhiera e lo lasci a penzolare per giorni?

Ma tu guarda un po’ Gesù.

Ma davvero credi che io, dopo che l’unica cosa che vedo ogni santo giorno dalla finestra sono le tue lenzuola delle Winx e di Winnie the pooh, dopo che all’alba vengo svegliata dal fracasso del tuo pavimento scorreggiante, prenda i centesimi che ti sono caduti e li metta in quel secchiello? Nel frattempo non so.. Vuoi che te li faccia anche un po’ fruttare?

C’è qualcosa che mi dice che hai davvero capito un allegro nulla della vita.

A onor del vero, proprio oggi è successo qualcosa di straordinario, per cui la nostra love story potrebbe essere giunta ad una svolta decisiva. Oggi, dopo le ennesime urla al vento per le solite questioni, sono uscita in terrazzo e, stando a come la signora vicina casalinga si è immediatamente zittita, era chiaro che non se l’aspettava.

– Sai che penso? – le ho detto, serafica e innocente come una vergine – Penso che tu dovresti trovarti un lavoro.

E, approfittando dei secondi di attesa in cui il suo sternocleidomastoideo si sarebbe gonfiato per bene e i suoi occhi avrebbero fatto scorte di sangue sufficiente a lanciare lapilli infuocati, ho continuato

– Sì, sai. Un lavoro vero, qualcosa di più che lavare il cesso a tuo marito, che poi è lo stesso che ti proibisce di lavorare, giusto? Tristemente classico. Perché invece di fare la matta ai quattro venti non entri in casa e ne parlate? Potrebbe essere la volta buona, sì. La volta buona che finalmente ti fai una vita e TI TOGLI DAI COGLIONI, sì. TU E LE TUE LENZUOLA DI MERDA.

Quello che è successo dopo ha rasentato il tripudio del festino di Santa Rosalia e l’urgenza di una chiamata veloce veloce alla Neuro. Niente di nuovo, quindi. Così, mentre lei provava evidentemente a stabilire se le tonsille possano uscire spontaneamente di gola a colpi di urla, io ero già dentro, finestre serrate, con la visuale delle lenzuola svolazzanti. Un momento di alta poesia. La migliore coreografia a quello splendido e rincuorante suono che erano le sue urla attutite dai miei -il signore li abbia in gloria- vetricamera].

Cara vicina casalinga, per come la vedo io, tutto questo nasce dall’affetto sconfinato che ho per te: ti voglio bene come vorrei bene ad un protozoo in via di sviluppo. La mia è pura filantropia, cordialità disinteressata. Infatti da oggi in poi farò ogni cosa in mio potere per migliorare la tua casalinga vita. Per esempio. Ho deciso che entro un mese imparerai a memoria tutta la discografia dei Rage against the machine. Te li sparerò a volume indecente ogni volta che potrò. E dio quanto li amerai. E sai perché li amerai? Perché non avrai scelta.

Nel frattempo te lo confesso: in questi giorni io quei soldi caduti dalle tasche dei tuoi jeans stesi li ho raccolti. E sai cosa ci faccio adesso? Mi vado a comprare un pacchetto di sigarette. E ora sì, prova ad indovinare dove me le fumerò tutte.. .

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