Archivi per la categoria: Vita vera

Il non pesce rosso

Quel coso del ramo di Como* fetente e peloso che vive con me, col muso schiacciato, l’esoftalmo da polpo e un’alitosi perenne -che per praticità da questo momento in poi chiamerò “Il mio cane”-, è solito adottare due diversi atteggiamenti per farmi capire che è arrivato il momento di portarlo fuori. Con uno inizia a seguirmi per casa, fermarsi se anch’io mi fermo, guardarmi storcendo un po’ il muso (generalmente a destra) e iniziando a scodinzolare a oscillazioni costanti fino all’ipnosi o a velocità progressiva fino all’isteria. Se mi sposto all’improvviso e i miei movimenti non collimano con i suoi, date le dimensioni lilliputiane che non lo rendono immediatamente individuabile può anche capitare che ci inciampi sopra; se ci inciampo sopra, data la sua scatola cranica troppo piccola per contenere un cervello vero, si limita a emettere un guaito idiota senza mai registrare l’evento esperito: tornerà a seguirmi per casa, si fermerà se anch’io mi fermerò, scodinzolerà ipnoticamente o istericamente e se mi sposterò all’improvviso continuerà a farsi prendere a calci. Leggi il seguito di questo post »

– Le piacciono i marinai a questa cagnolina tanto morbida e carina? –.
Per fare la domanda più insulsa e stupidamente trasversale possibile, quest’epico cesso si è sollevato dalla mezza genuflessione che aveva assunto per ingraziarsi a suon di moine il mio cane, ora si sistema un po’ la camicia sul petto, mette le mani sui fianchi, mi guarda per (quella che per quanto ingenuamente ne so è) la prima volta e aspetta con aria incomprensibilmente baldanzosa. Devo punire la sua boria. – Non è una femmina, e gli piace chiunque, a prescindere da una qualifica professionale –, anche perché vanagloriarsi per essere un marinaio è di un’ingenuità imbarazzante ai limiti della vergogna fisica. – Capisco – no, mi sa che non capisci – E a te piacciono i marinai? – vedi che non capisci? Leggi il seguito di questo post »

Vado in palestra e faccio un’ora di sala, che per i non bisognosi/esperti in materia ginnica, equivale ad un’ora di esercizi con degli attrezzi invitanti e fascinosi come una falciatrice -che almeno ha il decorosissimo compito di spazzarti via l’erba, mentre quelli hanno l’effetto di spazzarti via la vita. E farti venire voglia di steroidi, chiaro. C’è sempre il palestratissimo manzo di secondo taglio che consiglia di strafarti per aumentare il rendimento e quasi ti convince. Ma basta guardarsi un po’ intorno per cambiare idea, entrare in una qualsiasi palestra e ispezionarne anche distrattamente la fauna. Ovvero: uomini con un torace a forma di Germania e un culo delle dimensioni di un cheerios, che non riescono a sollevare un peso senza emettere un immancabile urletto cavernicolo, come se già il loro sex appeal non sia stato ridotto ai minimi termini dal loro aspetto di triangolo equilatero rovesciato.

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Ma parliamo di inverno. Dov’è finito l’inverno? Lui con i 25 gradi che tirano oggi. Chiedo È l’estate di San Martino, no? Questo scirocco novembrino che travolge all’improvviso -come se qualcuno ti aspettasse in agguato fuori dal portone di casa per accenderti un phon in faccia- non è mica lo sbuffo incollerito di quel pianeta che stiamo provando a far collassare già da un po’, certo che no. Gravi scompensi e diffuso stato confusionale, fin da alle elementari. C’era un tempo in cui l’inizio di un temino sull’inverno faceva “L’inverno è quando mia mamma mi mette il cappottino perché dice che fuori fa freddo”. Ora un bambino delle elementari, per un temino sull’inverno, potrebbe ragionevolmente scrivere “Inverno? E io che cazzo ne so?”. Sono previsti tempi duri per le nuove generazioni -se mai avranno modo e tempo di esistere.

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Gli dico Allora, adesso entriamo in quella chiesetta del ‘600 e ci facciamo una bella dose di barocco siciliano. Fa’ il bravo, non dare confidenza ai preti ché poi tornano in cappella e si smanettano pensando alle focature del tuo pelo fulvo. Sta’ lontano da qualsiasi cosa somigli anche solo vagamente ad un angolino, ché poi mi tocca pulire il sagrato e non c’ho voglia. Vedi di pisciare fuori dal seminato, per favore. E sorridi, il barocco ti piacerà. Lui mi guarda scodinzolando energicamente. Poi rallenta. Infine smette. A me il barocco fa venire l’ansia. Appunto. Vuol dire che funziona. Storce leggermente il muso verso destra, rimette la testa a posto e fa crucciato Non sei troppo sconcia per entrare in una chiesa? Il suo musetto schiacciato indica il cartellone appeso all’inferriata del portico. Severamente vietato entrare in chiesa con pancia scoperta, minigonna e pantaloncini. Appunto. Non c’è scritto tette al vento. E poi lasciatelo dire. Sei pedante. Lui si stende a terra come un tappetino e sbuffa sotto le vibrisse. Loro sottoscrivono un comandamento in cui è severamente vietato commettere atti impuri, poi si inculano gli undicenni e io dovrei farmi scrupoli per una stupida scollatura? Ho 30 anni e sono una femmina, quindi del tutto inoffensiva. Tu piuttosto. Vai in giro con le grazie in bella mostra e sempre pronto all’erezione. Vergognati. Sarà, fa lui spazientito. Entriamo. Interno molto sciatto, fatto di un barocco nell’insieme assopito, qualcuno avrà detto allo scultore di risparmiare sullo stucco perché tanto i fedeli erano fedeli abbastanza.

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Ho vissuto ventisette agresti anni in una casa in cui le sveglie erano i cinguettii degli uccellini e il silenzio era tale che il sorgere del sole faceva quasi rumore. Ora ho cambiato baracca. Evviva la poesia, tutto era bello, verde e fiorito, ma i burattini avevano ricevuto uno sfratto grosso quanto il culo di un Botero e di malavoglia sono stati costretti a mettersi a dieta. Al posto dei chili, ad andare via sono stati i piani. Uno al posto di tre. Per mia madre è una fortuna. «La cosa che più mi piace di questa nuova casa è che adesso staremo tutti su un piano» Se quantifichiamo, i tutti di cui parla siamo io e lei, e ancora non vedo dov’è il culo. Una folle che, forse per l’età, trovi vantaggioso non fare più le scale? Io tornerei a farle volentieri quelle scale di legno lise da ventiquattro anni di corse e tre di cadute, e andare al piano di sopra quantomeno per poter vedere il mare da una finestra – o i miei vicini papponi che arrostiscono crasto a bordo piscina.

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tutto bene??
ciao
Luca

Tutto bene?
A Natale?
Come chiedere ad uno stitico se gli piaccia la limonata.
A Natale va bene un cazzo.

Non perché sia cattiva in sé la festività, anzi. La storia della natività col bue e l’asinello è molto toccante e i regali dei re magi sempre meglio della solita bottiglia di vino.
Però è indiscutibile che a Natale niente vada davvero bene.
Perché la gente che va dietro al Natale non sta mai davvero bene.
Quindi sarò pure la solita infantile riottosa, ma scatta l’odio violento e spietato per tutto quel che sotto Natale nasce, cresce, muore.
Dall’odio salvo solo i Francescani del convento di fronte casa, solo perché i vecchietti barbosi che vanno in giro in sandali anche d’inverno meritano stima e ammirazione, oltre al posto che spetta loro di diritto in paradiso.

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Il tempo passa e sai che è un’invenzione. Le occasioni in cui accorgersi che sia un’impressione -comune quanto basta per sembrare vera- sono poche, ma quelle poche bastano ad incidere sulla tua psiche consumata e già rugosa. Come quando ti scopri a guardare il culo di un ventenne per un buon paio di minuti, ma al terzo ti chiedi che cazzo stai facendo, ti dai dell’idiota lasciva e provi a spremere il tuo apparato emotivo per ricavarne un surrogato di bugiarda vergogna. Ormai hai una certa età e in questa i culi giovani non sono poi tanto legali. Così, con non poca forza d’animo, sposti l’attenzione su qualcos’altro, per fortuna ti imbatti nel culo meno giovane di suo padre e, reputandolo interessante al pari di quello del figlio, puoi pure indugiarvi un po’ più di quanto ti fossi permessa in precedenza.

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Palermo possiede idiomi tutti suoi. Alcuni, molto affascinanti, risalgono ai tempi dei tempi che li hanno consacrati a fondamenti proverbiali, altri più giovani e così potenti da attecchire immediatamente nel facile terreno della comunicazione di nicchia dialettale. Un’espressione presa da un ambito può essere trasferita su un altro e assumere molteplici valenze il più delle volte dispregiative, tenendo presente che l’ingegno umano, anche il più assopito, si mostra sempre pronto di fronte l’emergenza di trovare un modo nuovo, piuttosto che il solito altro, per colpire nella maniera più scenica possibile.
Per esempio, a Palermo c’è fango e fango.

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La misura del tempo è il mio mal di testa. Quella della mia inadeguata nutrizione il rischio di suicidio in percentuale sulle strisce pedonali. Oggi si cammina con fare dinoccolato sull’asfalto secco e ondeggiante in lontananza. Con le sporte di poca spesa che sdrucciolano dalle dita, si ciondola stancamente, perché lo scirocco ha colorato la città di giallo e la mia testa pulsante sogna solo di nuotare in un mare di analgesico. La frutta appena scaricata dai camion è acerba, ma sui banconi è già matura. Un sole scortese, estivo senza appuntamento, continua a scavare rughe sulla fronte di chi l’ha raccolta. La gente si assiepa sotto gli alberi, in attesa che passi l’autobus e, prima di lui, il caldo. Tutto è fuori tono. Sicuri che questo sia solo maggio? Non suda come agosto senza mare? Gli uomini nelle macchine allentano le cravatte dai colli umidi, le donne camminano punzecchiando nervosamente i collant incollati alle loro gambe, squilibrandosi ad ogni passo. Per quanto ne so, se si alza il deserto, è qui che per primo decide di soffiare, quale sia il tempo o la stagione. La misura di questa sono automobilisti che temporeggiano oltremodo, rincuorando la mia prova pedone, se i loro freni stridono prima delle strisce. L’amore per questa è passato veloce di gamba in gamba, attraverso un pezzo di nastro. Via via sempre meno adesivo.