Mi contatta una persona a cui devo molto nella vita. Rosario, il portiere – l’uomo grazie al quale ogni sera posso dire di avere ancora una macchina perché ogni giorno impedisce al carroattrezzi di portarsela via. Rosario mi dice che nel palazzo abitano due ragazzi, due brave persone, due figli di famiglia, che avrebbero bisogno di fare un po’ di doposcuola. Un po’ di doposcuola. Doposcuola è una di quelle parole che non ho mai trovato promettenti. Come fedifrago, propedeutico, corroborante, postpartum. Doposcuola sa di ragazzino rigorosamente in tuta, con ascelle pezzate e capelli unti, che puzza eternamente di sudore e merendine. In questi giorni non ho molto tempo, ma non ho neanche molti soldi. Quindi mi offro disponibile quantomeno a conoscere i ragazzi e i rispettivi genitori. Così, tanto per farmi un’idea della situazione e trovare motivi validi per non pentirmi subito di una scelta che, conoscendomi, la mia ostinata incapacità a dire di no ha già preso. Tanto per prendermi per il culo, insomma. I motivi validi si distinguono in due categorie: motivi validi morali (opzionali) e motivi validi pecuniari (necessari). In genere sono motivi validi: presenza di soggetto cerebroleso da redimere o cui far quantomeno capire cosa sia un libro facendo in modo che anche mezzora dopo continui a capirlo (questo sarebbe il massimo, ma è merce rara) e presenza di genitori facoltosi assillati da problemi di coscienza, pronti a farsi spillare anche ingenti somme di denaro in cambio della promessa che il figlio smetta di essere il coglione che è. Un giorno. Forse.

In realtà, a parte pochissime eccezioni, tutto quello che finora ho garantito ai genitori disperati che ho incontrato è stato un balsamo alle loro inottemperanze nella forma di un rapido passaggio dal 2 al 7 nella pagella dei loro figli. Dopodiché, tirando un sospiro di sollievo, sono ritornati dal parrucchiere o dall’amante a cuor più leggero e in gran fretta. E per il resto, a parte pochissime eccezioni, i loro figli sono rimasti i coglioni che erano. Per fortuna sono tempi poco esigenti ed essere dei coglioni è secondario, quando va di moda il risultato e quello che si fa, perché quello che si è non si sa o è tale da non meritare di sapersi, meno che mai degno di qualsiasi valore attribuibile. Quello che faccio in fondo è solo offrire a degli straordinari coglioni umani gli strumenti per ottenere risultati e diventare degli ordinari coglioni sociali. Perché tanto, a meno che non condizioni il risultato, a questi figli del T9, delle K e delle sincopi ortografiche, di conoscere Orazio o qualcos’altro non gliene fregherà mai un cazzo. È a questo che penso in ascensore, mentre scendo per andare in portineria a conoscere le amabili mamme e i loro amabili figlioli assetati di conoscenza in forma di voto. La location non sarà certo delle migliori per delle presentazioni da cui potrebbe dipendere l’acquisto del mio iMac, ma almeno è zona franca, non è una casa, non è la mia. Per l’occasione e per contrastare l’asciuttezza di una guardiola, mi inventerò il più inflessibile e diligente personaggio di istitutrice mai esistito, roba che Jane Eire mi farà una rassegnata pippa. Il portiere mi presenta una signora con una faccia esausta e tiratissima, non si capisce se si sia  appena alzata dal letto o stia per andarci. Un donnino pienotto sotto l’abbigliamento ricercato, ma dal volto secco, senza trucco e rugoso, con un’espressione di stanchezza irremovibile. Di sicuro ha meno anni di quanti ne dimostra e meno tempo a disposizione di quanto ne vorrebbe. Dopo le presentazioni, inizia infatti a parlare in modo piatto senza tradire alcuna esitazione, lanciandosi in un discorsetto indubbiamente preconfezionato forse con lo scopo di ottimizzare i suoi tempi evidentemente già corti. Perfetta come giornalista del notiziario per non udenti, qui sembra piuttosto una donna imbottita di benzodiazepine. Ancora più del suo aspetto, appena apre bocca vengo colpita  dal nome del suo pargolo, qualcosa su cui non intendo passar sopra. Non scrivo mai i nomi reali delle persone di cui parlo, non solo per questioni di anonimato. E non solo perché le prendo per il culo. Considerando che si tratta sempre di cose e persone banali, penso che chiamare cose e persone banali per nome le renda più banali di quanto siano. Invece la sola iniziale al posto di un nome intero, oltre a suggerire un’idea di presunta e brodosa letterarietà anche in un testo che di letterario non vuole avere nulla, rimanda ad un occultamento, una necessità di rivelazione parziale, e magari ad un’impressione di contatto apparente con la realtà. Insomma: non scrivo nomi perché non si sa mai e perché fa figo non scriverli. Qui no. Qui il nome del figlio della signora lo voglio scrivere. Perché il figlio di questa signora si chiama Ugo e Ugo è come doposcuola, fedifrago, propedeutico, corroborante e postpartum. Una di quelle parole che non ho mai trovato promettenti. Abbiamo già trovato una falla nel sistema, quindi, e si chiama Ugo. Ascoltando parlare mater Ughi, il nome di suo figlio non è la sola cosa che può far paura. C’è ancora quella sua voce atona ma sicura di chi sembra stia leggendo e che tu ci sia o meno non frega niente a nessuno; quello strano e inquietante modo di pronunciare le frasi mettendo alla fine un punto e un a capo e soprattutto quel ricorrere del nome del figlio all’inizio di ogni periodo. Freud, qui c’è roba. Se la sua è una tecnica per farmi stare zitta e accorciare i tempi, è perfettamente riuscita: non dico una parola, non ne ho il tempo, e interrompere la sua litania mi sembrerebbe rischioso come far svegliare di soprassalto un sonnambulo fonofobico. Così non faccio altro che annuire e restare a guardare lei che neppure sembra vedermi, e parla parla parla. Di Ugo Ugo Ugo. La discussione dura cinque estenuanti minuti in cui la mia tolleranza non è mai stata così alta e va avanti più o meno così.

Ugo è una brava persona –non ne avevamo dubbi– e non lo dico perché sono sua madre –certo che no.

Ugo è intelligente, sveglio e fa molto sport –vuoi che gli dia ripetizioni o che me lo sposi?

Ugo ha solo un piccolo problema –la butto lì: essere tuo figlio?

Ugo non ha voglia di studiare –ma va? E scommetto che nella valutazione della sua intelligenza questo è un dettaglio insignificante.

Ugo per il resto è un bambino splendido.

Bambino? –è la prima cosa che le dico dopo il mio nome.

Ugo, d’altronde, non è stato mai abituato bene a studiare e forse…

Scusi. Aspetti. Ha detto bambino? Mi guarda come se si fosse accorta di me solo ora e chiedendosi che ci faccia lì.

Sì, bambino.

Ma bambino nel senso che è il suo bambino?

No, bambino nel senso che è un bambino. Ha solo dodici anni -dodici anni ed è un bambino? Mia cara signora, io a dodici anni sapevo già cosa fosse un bacio con la lingua e La metamorfosi di Kafka.

Capisco -dico- quindi fa le medie?

Certo, Ugo fa la terza media.

Terza media. Il peggio del peggio. Uno che in terza media ha bisogno di avere ripetizioni, non deve  più chiamarsi Ugo per non essere promettente.

Oh, quant’è tardi! –cambia tono bruscamente, o forse ne acquisisce uno per la prima volta– Ugo starà già finendo le sue tre ore di calcetto! Devo proprio andare, Ugo mi aspetta.

La mammante di Ugo fa per salutarmi, ma per sua sfortuna ci raggiunge la mamma del secondo ragazzo cui dovrei dare ripetizioni e che, tanto per confermare la proverbiale varietà di questo splendido mondo, è l’esatto contrario della prima -ma la cosa non si rivelerà un bene. Truccatissima, pantaloni neri in lattice aderenti dentro stivali tacco 12, silhouette da frequentatrice di cardiopump e, soprattutto, ciuffo tirato su con lacca e visibilmente soffice come il cemento. Nemmeno il tempo di una stretta di mano e ci sono già tutti i presupposti perché tra me e questa donna si instauri un promettentissimo rapporto in cui lei mi starà indubbiamente sui coglioni. Con lacca, voce roca, latex e certe fauci da pompe magne, quello che mi sta davanti è un concentrato di lezioni di stile per transessuali in erba. Altre presentazioni e altro giro di informazioni vomitate velocemente come aveva già fatto la sua amica. Bla bla entrambe portavano i rispettivi figli da una tizia che, rimasta incinta, ha dovuto rinunciare ad andare avanti con le lezioni e bla bla. Entrambe sanno di cosa parlano bla bla, anche quando l’una parla dell’altra (con sommo sollievo della prima che, passato il testimone, può rimettere la mente a dormire). Dalla descrizione che ne fa, il figlio della lacca risulta praticamente identico al figlio della fattona, solo che questa volta non c’è alcun nome, ma qualcosa di peggio. Quando la lacca in latex si riferisce a suo figlio, lo chiama

Il Bambino

Rabbrividisco dentro. Ma non è nulla in confronto al mio sbigottimento quando finalmente vedo spuntare Il Bambino nel suo metro e ottanta di altezza. Il lato positivo è che in sua presenza smetterà di chiamarlo Il Bambino, penso. Spero. Voglio.

Ah, ecco Il Bambino -muoio di imbarazzo per lui. Voglio un telecomando per cambiare canale- Gioia, ti presento Caterina –lo abbraccia e lo attira a sé– la ragazza che ti farà doposcuola al posto di Mariella –ora le darai un pugno, mi dico mentre gli porgo la mano. La sua stretta è debole fino al fastidio. Non me ne stupisco. Non è carina? –mi sento Hello Kitty– E parla anche molto bene! –virtù eccezionale, pare. Poi la madre molla la presa su suo figlio e, senza tuttavia lasciargli la mano (non si sa mai tagliare il cordone alla nascita sia stata una scelta ginecologicamente affrettata), si sporge verso di me e mi sussurra all’orecchio

I professori mi hanno detto

“Signora, il bambino potrebbe essere il primo della sua classe”, capisci Caterina? È praticamente un genio! Solo che gli scoccia studiare e ha bisogno sempre di qualcuno che gli dia il LA.

Torno a rabbrividire, non so se per la frase in sé o perché questo essere geneticamente scorretto mi si è avvicinato un po’ troppo. Decido comunque di sorriderle annuendo con l’espressione di chi la sa lunga, ma dentro di me penso che a questo qui non basterebbe un’intera scala.

[Qui c’è il seguito di questo post, non è forse una gran botta di culo?!]

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