Ho vissuto ventisette agresti anni in una casa in cui le sveglie erano i cinguettii degli uccellini e il silenzio era tale che il sorgere del sole faceva quasi rumore. Ora ho cambiato baracca. Evviva la poesia, tutto era bello, verde e fiorito, ma i burattini avevano ricevuto uno sfratto grosso quanto il culo di un Botero e di malavoglia sono stati costretti a mettersi a dieta. Al posto dei chili, ad andare via sono stati i piani. Uno al posto di tre. Per mia madre è una fortuna. «La cosa che più mi piace di questa nuova casa è che adesso staremo tutti su un piano» Se quantifichiamo, i tutti di cui parla siamo io e lei, e ancora non vedo dov’è il culo. Una folle che, forse per l’età, trovi vantaggioso non fare più le scale? Io tornerei a farle volentieri quelle scale di legno lise da ventiquattro anni di corse e tre di cadute, e andare al piano di sopra quantomeno per poter vedere il mare da una finestra – o i miei vicini papponi che arrostiscono crasto a bordo piscina.

Basta con i romantici solfeggi. Un primo piano ha davvero i suoi vantaggi. Per esempio quello di assistere alla raccolta dell’immondizia. Mai sottovalutare il fascino della quotidianità, soprattutto quella cestinata. Mi ero sempre persa la deliziosa cura dei camion nell’accostarsi perfettamente ai cassonetti, l’emozionante momento del salto degli intrepidi spazzini (burp, operatori ecologici), la malinconica immagine del camion carico degli escrementi dei miei cani che si allontana verso il magico mondo sovratassato delle ceneri. Quanta bellezza nella downtown.

Poco fa, proprio mentre addentavo il primo pezzo del primo fungo delle prime pappardelle della prima cena nella mia prima nuova casa, immaginavo, da fantasciccosa psicolabile cresciuta con gli uccellini, che da tutto questo verrà fuori una persona veramente yeah, talmente yeah da saper discutere delle dinamiche di raccolta della spazzatura e di riunioni e/o omicidi condominiali. E ai vari vantaggi di una nuova casa c’ho pure creduto, ma sapevo che stavo fingendo. Non ho avuto neanche il tempo di dedicarmi alla mia patologica impostura che nel giro di pochi attimi è piombata una sequenza velocissima di sirene, sgommate e un botto da infarto dalla strada al mio soggiorno con furore. E la pappardella mi si è fermata in gola. Ho tracannato un bicchiere d’acqua mentre mia sorella cercava una biro per farmi una tracheotomia, «Ok, sto bene» e sono rimasta impietrita a guardare le veloci scie blu delle sirene riflesse sul pavimento del corridoio. Che gittata potentissima ‘sti poliziotti, pensavo.

Sono corsa alla finestra del salone che dà sulla strada trafficata in cui scorrazzano i miei nuovi vicini cittadini cercando Erik Estrada, ma c’erano solo un motorino per metà a terra e per l’altra incassato nel paraurti anteriore di una macchina parcheggiata all’angolo di una strada in curva, la volante che ha reso il mio salotto una pista psichedelica e dietro, sull’asfalto, il segno nero di una frenata di cinque metri. Un poliziotto piuttosto figo in piedi, accanto lo sportello del guidatore, mani in tasca, si guarda intorno camminando a passi larghi. Dall’altra parte, lo sportello del passeggero è rimasto aperto. Quindi, ricamiamo: o due poliziotti annoiati stavano rincorrendo un ragazzino sulla moto, l’hanno preso in pieno e uno dei due è andato ad occultare il cadavere (ma la polizia non fa ancora di queste cose di fronte a gente affacciata al suo balcone che sta assistendo a questo dolce spettacolino notturno, quindi questa è un’ipotesi futuribile, ma del cazzo), oppure si sono dati all’inseguimento di un poveraccio truffaldino che curvando si è impolpettato contro una macchina e si è dato alla fuga. A quel punto una delle due sottopagate guardie dello Stato sarà scesa molto atleticamente dalla macchina non prima di essersi molto scenicamente passata una mano sui capelli.

La trama si fa interessante, aspettiamo dunque il ritorno da vincitore del collega per avere la nostra buona dose di catarsi quotidiana. E infatti, pochissimo dopo, eccolo spuntare dalla quinta laterale, camminando dietro un ragazzino che avrà al massimo 14 anni, in manette, con le braccia stirate dietro la schiena e un’espressione non proprio contenta. Qui ci sta l’applauso. Tutti hanno quello che volevano, giustizia è stata fatta, un bell’applauso cittadino ci starebbe. E infatti arriva, timido e stonato, come se chi lo sta facendo temesse dall’alto del suo balcone di essere riconosciuto dalla folla buia e poi punito per la parte presa. Applaudire è un ottimo modo di dissacrare qualcosa, ma qui la cosa è vera e un vero applauso non basta.
Per quanto mi ricordi, nel vedere un sedicenne che torna da un disperato tentativo di fuga, strattonato e violentemente costretto a salire in macchina battendo ripetutamente la testa allo sportello, un po’ di soddisfazione vorrebbe esserci. O dovrebbe esserci.

Sto diventando amorale.
E rutto pappardelle.

Crisi del cazzo.

Queste cazzate sono state scritte davvero la prima sera in cui sono andata a stare in una nuova casa, circa un mese fa. Nel frattempo ne sono successe di cose. Alcune divertentissime. Come quando un motorino parcheggiato sul marciapiede davanti il mio palazzo ha preso fuoco, distruggendo la macchina posteggiata alla sua destra.
La mia era quella a sinistra.
Ringrazio ancora dio Eolo per aver spirato almeno una volta dalla parte giusta.

Ma la cosa che ad oggi resta la più divertente tra tutte succede ogni mattina, quando esco in terrazza a bere il mio caffè e al posto del mare e degli uccellini vedo il vecchio signore del palazzo di fronte (cui la mia fantasia ha dato il nome di Totuccio) che, puntualmente, si affaccia al suo balcone, si smanetta deliziosamente il pacco, con una sistematicità quasi commovente stende il culo di lato per alcuni secondi e infine rientra in casa, visibilmente soddisfatto.

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