Palermo possiede idiomi tutti suoi. Alcuni, molto affascinanti, risalgono ai tempi dei tempi che li hanno consacrati a fondamenti proverbiali, altri più giovani e così potenti da attecchire immediatamente nel facile terreno della comunicazione di nicchia dialettale. Un’espressione presa da un ambito può essere trasferita su un altro e assumere molteplici valenze il più delle volte dispregiative, tenendo presente che l’ingegno umano, anche il più assopito, si mostra sempre pronto di fronte l’emergenza di trovare un modo nuovo, piuttosto che il solito altro, per colpire nella maniera più scenica possibile.
Per esempio, a Palermo c’è fango e fango.

A Palermo il fango non è solo il banale e melmoso limo, ma anche una persona. U fangu, con quella N pronunciata in modo impercettibile, quasi fosse il movimento appena accennato di un’epiglottide giapponese, accompagnato da un’espressione in cui le labbra si ritirano da un lato, generalmente quello sinistro, per disegnare lo sdegno, è un essere che al limo somiglia in tutto e per tutto: è viscido, putrido, inconsistente come la merda. E non si tratta di similitudini fisiche, ma comportamentali: u fangu è chi tradisce o chi si tira indietro per preservare l’interesse proprio, con un movimento che ha delle conseguenze sorprendentemente negative su altri; è quello delle male parti, delle cattive iniziative che mai ci saremmo immaginati potessero essere prese proprio da lui, è l’uomo delle svolte nocive. Il fango non mantiene la parola, è scappato all’ultimo momento, non onorando quanto detto o l’idea che di lui noi ci siamo fatti –e pare che qui siamo tutti molto legati al concetto di onore, qualsiasi cosa significhi o vogliamo che significhi. Volendo svuotarlo dalle incoerenze e dai contenuti approssimativi di cui qui lo si carica, in fin dei conti il fango non è altro che un individuo che sa il fatto suo e lo difende anche a costo di perdere la stima altrui o danneggiare chi gli sta intorno; che cambia idea per alimentare il proprio interesse senza curarsi di quanto potrà costare agli altri; uno scaltro voltagabbana in un posto in cui poco convincenti teorie sul decoro e impegnativi concetti di parola data non ammettono tradimenti, pena la cattiva e indimenticabile reputazione.

Pena il fango.

Tralasciando i pareri, se sia il caso o meno di paragonare alla merda un individuo che, sbattendosene del credito sociale, ha coltivato se stesso, resta il fatto che a Palermo fango sia una delle peggiori offese che si possano utilizzare, più dell’insulto alla famiglia di “Tua madre è mia”,   dell’enunciazione di una dubbia identità sessuale di “Arrusa” o dell’oltraggio alla privacy matrimoniale e alla pubblica sicurezza di “Curnutu e sbirru” (quest’ultima offesa comprova tral’altro il modo dei palermitani di intendere l’infedeltà subita come un’onta e l’integrità morale di chi è ligio al dovere come un tradimento disonorevole, ovviamente secondo chi di quella rigorosa dedizione ha finito col subirne delle conseguenze).

– Signorina, che ci possiamo fare? Sono solo una manata di fanghi – mi ha detto il portiere stasera.

Mio padre abita in un palazzo sulla circonvallazione, dove non occorrono bollettini per avere un’idea del traffico giornaliero e dove le decine e decine di ambulanze che sfrecciano ad ogni ora a sirene spiegate fanno prefigurare orribili scene di pronto soccorso e mortali incidenti autostradali causando un’immediata perdita di sonno. Di fronte il portone principale da cui entrano le 150 famiglie del condominio c’è un largo spiazzo perennemente occupato da una fila stretta e lunga di macchine posteggiate a spina di pesce. La massima fortuna della giornata è riuscire a trovare posto lì dentro, perché, data la location, l’alternativa è quella di lasciare la macchina ad isolati di distanza, e da che mondo è mondo, non esiste circonvallazione in cui dopo una certa ora camminare sia piacevole, tantomeno in quella della mia città.

A me, donna dall’imperitura sfiga, capita sempre di arrivare ad orari tragici, quando la gente è appena rientrata a casa dal lavoro e ha già occupato tutto lo spiazzo del parcheggio. Questo pomeriggio, stremata dalla canicola, immagino di dover passare una buona mezzora nell’arsura a cercare un posto in culo al mondo, e invece, quando adocchio un posto libero e capiente proprio sotto casa, mi sento subito unta e benedetta dal signore. Parcheggio assicurandomi di non dare intralcio alle macchine accanto e salgo a casa felice. Dopo poche ore, quando ridiscendo, dimentico la mia buona sorte e mi avvio in automatico verso l’uscita dello spiazzo, pensando di aver lasciato la macchina alle solite due città di distanza. Ma poi no! Mi ricordo che oggi dio mi ha vista e ha provveduto a farmi trovare un parcheggio proprio qui! Quindi torno indietro, entro nello spiazzo e mi incammino verso la macchina con la testa bassa per cercare le chiavi in mezzo ai quattro chili di ciarpame dentro la mia borsa. Sono allo sportello, ho trovato le chiavi, vado per infilarle nella toppa ed eccolo: un lungo e profondo sfregio che percorre tutto il fianco della portiera posteriore. Dura un attimo la speranza che quella non sia la mia macchina, perché ricordo di averla lasciata integra ma ricordo anche di averla lasciata lì, così come dura un attimo la consapevolezza che, pur essendo quella la mia macchina, uno sfregio non debba interessarmi, poco curante dei beni materiali e poco incline alla loro salvaguardia come sono. Perché questo è uno sfregio in tutti i sensi: così come non c’è alcun motivo per prendersela tanto se qualcuno pianta un chiodo sulla lamiera di una macchina e ce lo fa scorrere sopra, non c’è alcun motivo per cui qualcuno si creda in diritto di farlo.

Quindi io me la prendo tanto.

E tutto questo avviene non su una strada qualunque alla mercé di chiunque, ma in un regolare parcheggio, di fronte la portineria di un palazzo perbene. Perché poi proprio la mia macchina? Un catorcio appena acquistato che però, date le mie finanze disastrose, non sarei volgare nel dire che mi è praticamente uscito dal culo.
L’ultima volta che ho visto un taglio così grosso e netto che, se resto un altro po’ a guardarlo e poi vado dal ferramenta riesco a indovinare la marca del chiodo, è stata qui, qualche settimana fa, sul cofano della macchina del mio ragazzo, che lui aveva argutamente deciso di lasciare di fronte la saracinesca di un box dove sta scritto “vietato parcheggiare notte e giorno” con un font del colore del sangue e della dimensione di un 6×3. Ma il mio ragazzo fa il pubblicitario, quindi è convinto di dover fare il creativo anche nel parcheggiare: lui non trova posteggi, li inventa, il più delle volte a spina di armadillo (se non proprio a cazzo di cane).

Ma la mia macchinina, quella da cui non riesco a staccare gli occhi, così carina e ordinatamente parcheggiata, non merita uno sfregio. Io non merito uno sfregio. Chi può essere stato? Qualche goliardico teppistello in vena di spacconerie?

Salgo in macchina, innesco la retromarcia con l’intenzione di fare una manovra alla “a chi prendo prendo” e mi fermo di fronte il portone.

– Signor Rosario, può venire qui un attimo? dico al portiere inforcando gli occhiali da sole per nascondergli i lapilli che sento uscire dagli occhi. Il portiere dello stabile, il mitico signor Rosario, sposato con la dolce Signora Pia, abilissima cuoca che usa preparare la peperonata alle 7 del mattino e lo fa sapere a tutto il palazzo lasciando la porta della guardiola aperta, è un uomo pasciuto e socievole, che, se indugi sul pianerottolo in attesa dell’ascensore, ne approfitta sempre per raccontarti della sua vita, di quanto ami sua moglie e, se l’ascensore è fermo al 12° piano, ha anche il tempo di leggerti i cocenti messaggi pieni d’amore che scambia con la consorte casalinga mentre lui è a lavoro, con l’aria compiaciuta di chi sa che un amore simile in questo mondo sia cosa molto rara. (Per come la vedo io, dato che lui fa il portiere, sua moglie la casalinga e la casa in cui abitano è quella della portineria del condominio, la cosa, più che rara, è molto inquietante).

– Che successe, signorina? – dice lui premurosissimo uscendo dalla portineria.
– Che successe? Successe che qualcuno ha deciso di graffiarmi la macchina – gli rispondo io con fare incandescente. Rosario stava parlando con un ragazzino dall’aria brutalmente poco convincente e, quando me ne accorgo, decido di alzare la voce – Qualche stronzo di sicuro – puntualizzo, perché, per quanto ne so, lo stronzo in questione potrebbe essere pure quello lì.
– Due sono le possibilità, signorina.
– Eh, me le dica – dico svogliatamente cercando di dissimulare l’ira per evitare di sfogarla su un innocente.
– Allora: o è stato qualcuno dei suoi alunni…
– Impossibile – lo interrompo con sicumera
– Perché impossibile?
– Perché i miei alunni sanno che, se facessero una cosa del genere, gli farei tradurre “Ho graffiato la macchina della mia professoressa privata perché sono un’abominevole testa di cazzo e adesso dovrò chiedere i soldi alla mia ricca mamma per farla aggiustare” in latino e loro si farebbero una ceretta al culo pur di non tradurre qualcosa in latino.
– Allora signorina – continua Rosario un po’ meno a disagio di prima – solo una cosa è potuta succedere: che è stato qualche condomino.
– Come qualche condomino? Dice qualche ragazzino?
– No, no. Dico qualche condomino grande. Qui lo fanno sempre.
– Uno grande? Lei mi vuole dire che un adulto ha visto la mia macchina e ha deciso di prendere un chiodo per sfregiarla?
– Certo. Ma non è che ha visto la sua macchina e poi ha preso il chiodo..
– Aaah, ecco..
– Qui i chiodi se li portano direttamente da casa.
– Scusi? – adesso Rosario sorride con aria furbetta.
– Sì, signorì. Apposta lo fanno. Forse lei non lo sa – continua con l’aria di chi debba spiegare le cose ad un bambino idiota – ma anche se questo è un parcheggio, il regolamento del condominio proibisce di parcheggiare. E siccome ci parcheggiano lo stesso, ad alcuni dà fastidio, così di tanto in tanto vedono le macchine parcheggiate, scendono da casa con dei chiodi nelle tasche e le graffiano.

Eh? Come? Che?
Parcheggio > regolamento > non parcheggio > fastidio > chiodi?
Non capisco.
Lo guardo sapendo che, con la bocca basita un po’ caduta, avrò la più brutta delle espressioni, quella faccia di chi assiste a qualcosa di inconcepibile, come sentire qualcuno che dice “Adoro i Lacuna Coil”.

– Suo padre abita in questo palazzo da poco e forse non ha ancora letto bene il regolamento.
– Certo. Il regolamento. Quindi, se da oggi in poi parcheggerò sempre fuori dallo spiazzo, poi potrò mettermi anch’io a sfregare chiodi sulle macchine della gente solo perché mi sta sul cazzo che loro parcheggino qui e io no?
– Signorina, che ci possiamo fare? Sono solo una manata di fanghi – mi ha detto il portiere stasera.

Fanghi o non fanghi, per sì e per no, ho fatto un salto dal ferramenta.

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