La misura del tempo è il mio mal di testa. Quella della mia inadeguata nutrizione il rischio di suicidio in percentuale sulle strisce pedonali. Oggi si cammina con fare dinoccolato sull’asfalto secco e ondeggiante in lontananza. Con le sporte di poca spesa che sdrucciolano dalle dita, si ciondola stancamente, perché lo scirocco ha colorato la città di giallo e la mia testa pulsante sogna solo di nuotare in un mare di analgesico. La frutta appena scaricata dai camion è acerba, ma sui banconi è già matura. Un sole scortese, estivo senza appuntamento, continua a scavare rughe sulla fronte di chi l’ha raccolta. La gente si assiepa sotto gli alberi, in attesa che passi l’autobus e, prima di lui, il caldo. Tutto è fuori tono. Sicuri che questo sia solo maggio? Non suda come agosto senza mare? Gli uomini nelle macchine allentano le cravatte dai colli umidi, le donne camminano punzecchiando nervosamente i collant incollati alle loro gambe, squilibrandosi ad ogni passo. Per quanto ne so, se si alza il deserto, è qui che per primo decide di soffiare, quale sia il tempo o la stagione. La misura di questa sono automobilisti che temporeggiano oltremodo, rincuorando la mia prova pedone, se i loro freni stridono prima delle strisce. L’amore per questa è passato veloce di gamba in gamba, attraverso un pezzo di nastro. Via via sempre meno adesivo.

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