Io ho un pene. Ma non uno qualsiasi. Io ho davvero un signor pene. Di quelli spropositatamente grandi, scrupolosamente depilati e bentenuti. Significa che in tutto questo tempo in cui ho avuto il pene me ne sono presa cura. E adesso mi piace constatare di essermi presa cura del mio pene. Lo guardo. Alzo gli occhi. Sorrido. Lo riguardo. Mio figlio. Sono davvero orgogliosa del mio pene. Sì, continuo ad avere anche una vagina che però, di fronte una bellezza penica così evidente, è destinata a passare presto in secondo piano. Non per vantarmi, ma credo che niente possa reggere il confronto con un coso del genere. È proprio il nonplusultra dei peni, l’eccellenza dei genitali, l’orgoglio di mammà. Chissà quante cose si possono fare con un pene. Per prima cosa imparerò a smanettarlo correttamente, perché non voglio che invidi mai qualcosa ai peni altrui. La mia creatura avrà il numero di palpatine giornaliere che si merita e, considerando che è davvero un fuoriclasse di pene, supererò chicchessia quanto a fregatine. Controllerò meticolosamente che stia comodo e trascorra una vita serena. Quali sono le urgenze esistenziali di un pene? Con un pene di questa levatura immagino ci sia solo l’imbarazzo della scelta. Lo proteggerò dalle contingenze, preservandone il rigoglio dai segni del tempo con sistematico esercizio. Da grande il mio pene farà strage. Non solo. Basta guerre, basta morti. Io ho la soluzione. La mia soluzione è un pene inequivocabilmente superiore, da cui nascerà una generazione di peni in grado di soddisfare chiunque e supplire a quelle stupide gare di testosterone gracile che fanno solo morti.

Il mio pene porterà vita e pace in ogniddove.
Dimensioni smisurate, prontezza invidiabile, continuo allenamento. Il mio pene è differente.
Le donne. Le donne andranno in visibilio, gireranno per il mondo completamente in estasi, con un indelebile sorriso stampato in faccia, pienamente soddisfatte ed eternamente grate al mio pene.

Le donne.
Le donne?
Un attimo. Io non voglio le donne. E non voglio nemmeno che le donne abbiano a che fare col mio pene.
Un pene?
Porcocazzo, un pene. Io non voglio neanche un pene. Cos’è questa cosa? Che ci faccio qui con un enorme mostro tra le gambe? Di chi è ‘sto altare smisurato?
Dove diavolo è finita la mia femminilissima vagina?
Ah, è qui. Per fortuna. Per un attimo ho pensato…
Ma un secondo.
Com’è che ho sia un pene che una vagina?
E poi perché la mia vagina dovrebbe stare sotto il mio pene? Non mi sembra giusto, cazzo. E, per dirla tutta, non mi sembra nemmeno giusto che ogni volta si debba evocare il pene piuttosto che la fica. Ma dico io, santavagina. Che discriminazione è mai questa? Smettiamola di essere così sessisti anche con le imprecazioni. Diamo ad ognuno il suo, soprattutto ora che ho entrambi, cazzarola.
Ficarola. Dannazione. F i c a r o l a.
Lo sapevo che doveva finire così.
Me lo dicevano. Non essere così aggressiva, ché sembri un uomo, Non dire parolacce, ché sembri un uomo. Non giocare a calcio, ché sembri un uomo. Non prenderti la fender, ché sembri un uomo. Non iscriverti a lettere e filosofia, ché sembri disoccupata*.
Quel che conta adesso è riuscire a liberarmi di questo coso gigantesco. Ed è a quel punto che entro in lotta col mio pene. Lo afferro con decisione, provo a tirarlo via, ma lui si distende come pongo e torna come prima. Lo riafferro con due mani, lo allungo il più possibile, a denti stretti, con tutta la forza che posso. La mia carotide si gonfia per lo sforzo, le braccia mi tremano, la mia faccia si contrae in una smorfia di tensione. Lo allungo come un elastico, divento blu, ma lui ha la meglio, mi fionda in una capriola all’indietro e…

PORCA PUTTANA

Mi sveglio.

PORCA PUTTANA

Anche il mio ragazzo si sveglia.

“Ma che cazzo ti prende?” dice non proprio cordiale mentre accende la luce.
“Aiuto. Aiuto. Ho il pene. Ho sognato di avere un pene. Che vuol dire? Che voglio un pene? Che detesto mia madre? Che voglio farmela? Che la detesto perché non voglio farmela? Che voglio evirare mio padre? Eh? Che voglio penetrare una donna? Ora scoprirò di essere lesbica e ti lascerò? Mi dispiace. Giuro, non volevo un pene. Non ho mai voluto un pene. A me è sempre andato bene il tuo di pene”
Sto per mettermi a piangere.
“Cioè quello lì bastava e avanzava. Cosa faccio adesso? Devo lasciarti dopo un po’ o è meglio farlo subito?”
“Cate…”
“Certo, hai ragione. Forse è meglio farlo subito. Mi perdonerai, vero? Non volevo finisse così. Mi prendi quel libro di Freud laggiù? Per favore. Io non me la sento. Leggi il paragrafo due. C’è scritto tutto. Ma vai tu. Ho paura che se mi alzo sentirò ancora quel coso immondo tra le cosce”
“Cate…”
Singhiozzare si addice ad una donna con un pene?»
“Cate…”
“Sì, lo so. Lo so, lo so. Ho un subconscio stronzo. Avrei dovuto dirtelo prima, ma cosa ne sapevo io? Eh? Cosa?”
“Cate…”
“Sono una squilibrata. Come ho fatto a non accorgermene? Dovevo immaginarlo. Ti prego, perdonami. È tutta colpa mia. Forse dovevo…”
“Cate!”
“Eh…” lo guardo spaurita.
“Guarda lì”
Lì c’è un comodino e vedo solo quello. Non capisco.
Ed ecco la rivelazione della vergogna.
Sul comodino c’è Middlesex. Per farla breve (ma molto breve), la storia di un uomo che è nato donna, che solo durante l’infanzia scopre di avere sotto lo stomaco dei genitali maschili pronti ad uscire e che, da quel momento in poi, sarà per sempre un uomo.
Guardo il libro impietrita. L’immobilità della vergogna. Quando mi rigiro, lui mi guarda sbadigliando sguaiatamente, con l’espressione di uno che sta aspettando, forse, il momento giusto per mandarmi a fare in culo. Apro la bocca come a voler dire qualcosa, ma la richiudo.

Lo guardo.
“Ah”
“Già”
“Già” dico anch’io, e poche volte mi sono sentita una cotale testa di minchia.
“Ora possiamo tornare a dormire, no?”
“Già”

È seguita una controllatina verificatrice, da cui è emerso chiaramente che, se vorrò un pene, non sarà mai il mio.

*Ed avevate ragione, insolenti uccellacci del malaugurio.

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