Dice che pioverà. Le previsioni rincuorano, ma le nuvole che avanzano in gregge sotto un sole svogliato annunciano temporali improvvisi con svianti e ingannevoli schiarite. Per quanto mi riguarda, potrebbero piovere rane, lasciarsi morire le vacche. Potrebbe calare il buio eterno e lanciarsi il diluvio che l’universo ferventemente aspetta. Comunque resterei lì, a scrutare il cielo e lambiccarmi il cervello per ricordare se ho l’abito adatto all’occasione. Qualsiasi cataclisma mi sorprenderebbe meno di quando la domenica pomeriggio mi accorgo di aver finito le sigarette e per colpa dei minorenni o dello Stato è sempre troppo presto o troppo tardi per scendere a comprarle.
Anna sabato scorso camminava sulle pozzanghere pur guardando a terra e dice che quella sera, mentre placavo le mie irrequietezze gastroenteriche bevendo un infuso di disgustosi fiori egiziani, un cameriere mi osservava con aria insistente. Poco dopo si avvicinava per servirci e mi versava addosso una fonduta di gianduia e rum. Poi mi guardava, rosso in faccia e senz’altro spiacente, chiedeva scusa e correva ad imprecare in bagno.

Forse era amore, ma nel frattempo ho portato il mio cappotto in tintoria.

È arrivato l’ammiratore di fine anno. Molto discreto, si fa vivo solo al telefono. Mi sveglia ogni notte alla stessa ora e, dopo aver ricevuto il mio terzo pronto, inizia ad ansimare sonoramente.
Arrendevole per mia stessa natura, resto in ascolto, senza disturbarlo. Se cade la linea, richiama subito e continua da dove aveva lasciato, stavolta senza aspettare di sentirmi.

Forse è amore, ma nel frattempo ho smesso di dormire*.

**Perciò, carissimo, ti chiedo – anche a costo di sembrare scortese – di spostare le tue seghe notturne ad orari più decenti.

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