Ho appena saputo che da oggi La Rinascente fa uno sconto del 25% sull’abbigliamento Uomo/Donna e temo che questa sarà la notizia più eccitante di tutta la mia giornata / se non della mia settimana. Avrebbe potuto essere la notizia più entusiasmante dell’intero semestre, se poche settimane fa non avessi ricevuto la mail di un live degli Ulan Bator nella mia città a cui, ovviamente, non sono andata perché la mail è andata a finire tra la posta indesiderata e l’ho vista solo dopo un mese dal concerto. Al momento quindi La Rinascente e Ulan Bator se la giocano. Mi asterrei volentieri dai giudizi definitivi ma, volendo essere più precisi, gli Ulan Bator sono sfumati, mentre è probabile che andrò presto alla Rinascente a rubare la solita quantità di biancheria intima. Dunque il premio di notizia dell’anno va certamente / anche se un po’ immeritatamente / alla Rinascente. Entrerò rivolgendo il solito sorriso borghese alle commesse, una sorta di ghigno stronzo di chi si crede superiore di fronte alla feccia senza scuola, mi fionderò speditamente al reparto intimo, afferrerò con sicurezza mista ad un po’ di sdegno sei/sette culottes insieme a qualche pigiama che farà solo da comparsa. Nel camerino, sfilerò le culottes dalle loro grucce, toglierò a morsi la striscetta cotonata dei codici a barre, le indosserò ad una ad una fino a quando i jeans mi entreranno a stento, uscirò dal camerino, risistemerò i pigiami mai provati al loro posto, mi avvierò all’uscita rivolgendo nuovamente alle commesse della cassa il mio peggior sorriso e un’aria mesta da “Arrivederci, mie care. Non ho trovato nulla, voi non siete diplomate* ma vi voglio bene lo stesso” e oltrepasserò le porte antitaccheggio camminando come un fantino, su un culo di dimensioni esagerate imbottito di dodici culottes..

*Chi dice che le commesse non abbiano un diploma? Chi dice che, solo perché fanno le commesse, non abbiano finito gli studi? Potrebbero pure avere una laurea ed essere semplici disoccupate costrette a ripiegare su un lavoretto qualunque. Oppure essere studentesse che si mantengono con un’occupazione momentanea. Ma io so che le commesse della Rinascente non hanno un diploma per due motivi. Uno: alla Rinascente mettono in regola e chi voglia mantenersi agli studi con un lavoro non va certo a cercarsi quello che trattiene parte dei guadagni per versare loro i contributi e da cui potrebbero licenziarsi solo dando due mesi di preavviso. Due: il kajal. Le commesse della Rinascente vanno in giro truccate con la stessa delicatezza delle battone diurne e se si presentassero con quelle nuance in una qualsiasi facoltà, sarebbero infelicemente destinate all’emarginazione. E se proprio emarginazione emarginazione non fosse, comunque non ho mai visto una truccata come Cleopatra disquisire dell’estetica di Tatarkiewicz. Quindi, volendo restringere il campo delle possibilità, una commessa della Rinascente non ha una laurea e, se ce l’ha, ora frequenta Economia e Commercio.
Non di più.
Essendo però figlia della scienza e della distimia, mi sono fatta qualche scrupolo, infine ho deciso di verificare in loco. Sono andata alla Rinascente, ho fatto il mio solito giretto intimo, stavolta con l’intenzione di comprare davvero qualcosa e trafugarne altre. Ho scelto un delizioso scialle rosa in lana merinos, costo 35 euro, perfetto come giaciglio invernale dei miei gatti e, con un malloppo di 5 culottes sopra il mio culo, mi sono diretta alle casse.
C’è una fila che nemmeno sulla Salerno-Reggio Calabria, la gente ama poco lavarsi e l’aria è irrespirabile. Sto mettendo a dura prova la mia serotonina in nome delle ricerche socio-antropologiche, quindi stacco un frontal dal blister e lo ingollo rapidamente come se fosse una zigulì. A poco a poco la fila si disperde, la gente esce con sacchi colmi di ciarpame natalizio e aspetto solo il turno di due vecchiette, quando una signora appena arrivata dal reparto cosmetici si ferma ad un passo da me, mi guarda dai capelli alle scarpe lentamente, conteggiando mentalmente quanti soldi ho addosso, e, indugiando sul mio zaino Prada, torna a guardarmi le scarpe, forse per accertarsi che l’abbinamento borsa-calzature sia corretto o per giudicarmi un’immeritevole fan di Miuccia. Quindi, dopo avermi fatto la tac, decide molto serenamente di superarmi e mettersi tra me e le due vecchiette alla cassa.
Sarà una bellissima giornata.
«Scusi» picchietto le dita sulla sua spalla.
Lei si gira.
«Sì?»
«Buona sera –perché io sono educatissima. Volevo chiederle..»
«Sì?»
«Ma secondo lei, io, qui.     Che cazzo sto facendo?»
Il suo sguardo middle class si ritrae in una maschera di stupore misto a sdegno, segno che l’esemplare di donna che ho di fronte è una di quelle che la parola cazzo la sentono solo in tv e probabilmente in quel caso cambiano canale.
«Ma che modi sono?»
«Risponda. Secondo lei. Io. Qui. Che cazzo sto facendo?»
Si guarda intorno con l’espressione ridicolmente stupita di chi attende appoggi e si urta ancora di più se non arrivano.
«Scusi, ma che vuole?»
«Voglio che lei aspetti il suo turno come tutti» le dico brandendo in direzione della fila la gruccia del mio scialle in lana merinos – gruccia che potrebbe casualmente piantarsi in uno dei suoi occhi.
«Si calmi. Io nemmeno l’avevo vista»
«Oh, la ringrazio. Lo prendo come un incentivo per la mia dieta. Ma in effetti lei non mi aveva vista. Mi aveva semplicemente fatto la radiografia. E ora, sposti il suo culo Dolce e Gabbana da un’altra parte»
Torna a guardarsi intorno più basita di prima, ancora una volta non trovando soccorsi, quindi si allontana bofonchiando qualcosa.
Nel frattempo arrivo alle casse.
«Buongiorno» più sorriso affabile.
Le due commesse in nero (sia sulle vesti che in faccia) mi guardano appena, preoccupate solo di afferrare la merce e passarla al lettore ottico con un automatismo spaventoso.
«35 euro e 90» e nessuno ha mai risposto al mio Buongiorno.
Tiro i soldi dal portafogli, glieli porgo e mentre una delle due impacchetta lo scialle, vado all’attacco con l’espressione della più buona, amabile e cortese delle vecchie signore.
«Perdonatemi. Una domanda. Sono dell’ufficio “Risors Font Times New Roman”, indagini sociali per conto dello stato (e sto per dire del Nebraska, ma mi fermo in tempo). Stiamo svolgendo dei sondaggi per analizzare lo stato dei giovani professionisti operanti nei settori di consumo. Per conoscerli meglio, capire il loro background e spianare la strada ai lavoratori di domani».
Mi ascoltano estasiate, una ha ancora il lettore ottico nelle mani e penso che invece farebbe bene a schiaffarmelo al più presto in piena faccia.
«Per quanto riguarda la vostra esperienza personale, quali sono stati i requisiti minimi imposti da questo marchio perché voi entraste a farvi parte?»
Adesso mi guardano un po’ meno convinte, con la pupilla fissa su un punto incerto della mia faccia a cercare, prima ancora della risposta, una spiegazione alla domanda.
Allargo le labbra in un sorriso accogliente, da ora in poi sarà tutta in discesa.
«In poche parole. Che tipo di formazione avete avuto?»
Le loro espressioni finalmente si rilassano, adesso sembrano addirittura cordiali.
La commessa di destra ha 29 anni e ha frequentato il magistrale.
Quella di sinistra invece l’Ipsia, una cosa strana tipo scuola professionale dove formano ottici. Finito di raccontare fieramente i loro trascorsi scolastici, mi guardano stranite e non capisco. Ah, già. Vogliono che io prenda appunti. Tiro il mio moleskine fuori dalla borsa, lo apro e lo firmo una quindicina di volte. Prendo il pacco con il mio scialle, le ringrazio enormemente ed esco dalle porte passando attraverso le sbarre antitaccheggio con il culo ripieno e la coscienza più pulita.

Annunci