Può succedere che una casa di 14 stanze sembri all’improvviso un po’ troppo spaziosa per una famiglia che un’impennata di testosterone incontrollato ha dimezzato.
Così i casi della vita hanno costretto la janissa a tuffarsi nel feroce e folle mondo del “Si loca”. Perché mentre i genitori degli amici della janissa mangiavano pane e semenza incendiandosi di mutui con cui comprare case ai propri figli, quelli della janissa se la spassavano per i cazzi loro. Con i cazzi loro. Nei cazzi loro, sbattendosene della suddetta e dei suoi futuri cazzi.
Ad oggi assai amari.
Riassumiamo.
La janissa non sarà mai quel tipo di persona che, orgogliosa d’essersi fatta da sola, metterà su un impero multimilionario.
Perché?
Perché da che mondo è mondo non s’è mai sentito che una persona uscita da lettere e filosofia metta su un impero multimilionario. Ma c’è già troppo ottimismo, dato che da lettere e filosofia io non sono ancora uscita.
Dunque, oltre a non diventare mai ricca sfondata, la janissa sarà anche un individuo in fondo frustrato, socialmente avvilito, che non avrà mai fierezze da raccontare ai suoi commensali per cena e forse nemmeno una laurea con cui tappezzare il vuoto delle sue pareti.
Se mai pareti ci saranno.
Sarà anche una persona estremamente noiosa, che al massimo sragionerà spesso sull’apporto fornito dal metodo psicoanalitico all’antropologia moderna o sulle cause della renella felina, con gli occhi gonfi di un’insonnia secolare, una sigaretta dal filtro bruciato in una mano e un’aria delirante in un’altra.
Per di più sarà una di quei disturbati cronici che parlano di sé usando la terza persona – e questo pare sia già una certezza.
Il mio futuro non è roseo. È più giallo cacca con venature blu suicidio, il 137 C misto al 296 C di una qualsiasi mazzetta pantone®, il colore tabù che nessuno vorrebbe mai indossare né tantomeno vedere. 
«Vedi quel signore col cappotto giallo cacca?»
«No. Ricorda: sono solo favole per bambini. Ora scusa, devo andare»
D’altra parte, la janissa guarda al mondo spalancando la sua finestra d’alluminio a scorrimento con violenza e chiede
“Ma brutto figlio un una ‘ndrocchia con sifilide, perché mi assilli coi tuoi feticci?”. Guardacaso la finestra si apre su un giardino sui cui folti alberi i corvi planano in stormi velocissimi per avventare pezzi di polpa di loto e gustarseli poi placidamente sui rami. E i rami sotto quel peso pennuto fanno su e giù, a volte pettinati da una folata di vento. Poi ci sono gatti che si leccano il pelo ad occhi chiusi e, che a volte si puliscano le zampe dopo aver mangiato un corvo, può sempre capitare in una norma naturale.
E ci sono cose che nascono e muoiono al tempo moderato ma con brio delle stagioni, tipo l’albero di perette di cui non si ha più traccia dalla nevicata dell’’85.
Di fronte questi e altri fatti, la janissa pensa al mondo e ai suoi idoli al di là del suo giardino, dove i loti non bastano, a meno che non siano i più banali frutti di una proprietà, quasi erbaccia in confronto a pregiatissimi fiori di campo o rampicanti che avviluppano infiniti metri quadri di cemento.
Pare che tutti vogliano solo prendersi un pezzo di mondo, metterci una firma sopra e credersene padrone eterno, finché il suo eterno dura. E invece c’è chi dice che l’eterno sia una splendida invenzione per fingere di essere così come non si è mai nati, una consolazione piena di speranza, ma in fondo solo disperata.
Perché da piccola pregavo che il paradiso venisse sul mondo in tempo, prima che da lui me ne andassi io. Crescendo a tempo esagerato e senza dio, per un motivo o per un altro ho dimenticato come si faceva. Oppure mi sono candidamente accorta che il paradiso in quel momento non c’era e, dopo essermi data della sciocca con il rimpianto di non esserlo più, ho iniziato a tempestarmi di canne e superalcol, finché il fisico non ha più retto e ho ripiegato sui tranquillanti diventandone un’esperta. 
Forse i miei hanno fatto bene a spassarsela e a me non interessano le case. Non venero i Penati o altri numi da focolare per chissà quale legge tramandata che ho avuto la sfiga storica di ascoltare. Me la scrollo di dosso, lei e qualsiasi dogma sui legami di sangue o il dovere, come se non fosse già troppo alta la pretesa, di coltivarli dentro alcune mura. E piuttosto che contribuire al collasso dell’economia mondiale e nutrire il grasso ventre di una banca, trasformo la famiglia in sentimento e scelgo me come casa in cui conservarlo.

Quanto al mio futuro di splendido pantone, è chiaro che sono già sulla buona strada.
E a proposito. La renella per i gatti è mortale e c’è chi dice sia colpa dei croccantini di sottomarca fatti al risparmio con granelli di sabbia.

Annunci