E ad un certo punto non c’ho più visto. Non erano fame né rabbia, ma occhi. Quando il mio campo visivo è saltato, rotto da una serpentina zigzagante in zona periferica, ero al telefono. A destra tutto era nitido; a sinistra liquido. Qualcuno aveva deciso di inondare una parte di mondo. <&lt;Scusa, devo chiudere>&gt;, ho provato a chiamare il mio medico sudando su ogni tasto, perché tremavo, perché avevo la testa da tutt’altra parte, a pensare alle conseguenze del caso, dove il caso era la mia improvvisa cattiva vista e la conseguenza più probabile, essendo io padrona assoluta del pensiero positivo, una cecità. Così.
Un chilo di banane e due etti di cecità.
Sono 5 etti. Che faccio, lascio?
Fare quel numero era un’impresa. Nel frattempo la serpentina iniziava a traballare, rendendomi la vista ancora più instabile e quello che vedevo sempre più liquefatto, per di più saltellante. Almeno avevo risolto il problema del medico, dato che non riuscivo più a leggere il suo numero. Ho chiuso gli occhi nell’attesa che si mettesse tutto a posto con un pimpuru pampuru parimpampù. Inspira. Espira. Inspira. Espira. Non restava che controllare la paura, ma avevo sbagliato oggetto, perché ero già disperata e mi serviva un fiasco di lexotan. Ho sperato che un fiasco di lexotan mi si materializzasse di fronte. Poi mi sono chiesta come avrei fatto a riconoscere un fiasco di lexotan se non potevo nemmeno vederlo.
Con la paranoia c’&egrave; più gusto. E se volete che il vostro piatto sia ancora più saporito, aggiungetene un pizzico e sorprenderete i vostri ospiti.
Quando ho riaperto gli occhi, il mondo continuava ad ondeggiare. Meno a destra e su un mare in tempesta a sinistra.
<&lt;S&igrave;, salve. Cerco il dottore. È urgente. Non vedo>&gt;
<&lt;In che senso non vede?>&gt;
Mah, in senso frontale, occipitale, oftalmico e di tua sorella. Così frontalmente, occipitalmente e oftalmicamente, vengo lì e ti prendo a craniate.
Non ho detto così.
La prima cosa che ho pensato quando mi sono accorta che i miei occhi non tornavano a vedere è stata “Ok, non potrò più leggere”. Da incosciente con la serotonina isterica che ballava la tarantella, non mi preoccupava non vedere per il semplice motivo di non vedere. Ma l’eventualit&agrave; di non poter più leggere mi dava terrore. Avrei avuto bisogno di altri occhi, adeguarmi ad altre intonazioni e, dato che la cosa più amorevole detta dai miei prima di andare a dormire non è mai stata una fiaba, ma “Ti sei lavata i denti?”, il pensiero mi sconcertava.
Non credo nella condivisione della proprietà.
Leggere un libro significa impadronirsene, diventarne autore ultimo, ma se lo legge qualcun altro, se ne impadroniscono in due e non è possibile. Per di più non mi piace il modo in cui la gente legge. Soprattutto se sa di essere ascoltata, falsa la voce, marca l’intonazione, accelera nelle subordinate. E io conto molto sulle subordinate. Le subordinate meritano più attenzione delle reggenti. Un giorno avrei scritto un saggio intitolato “Pi&ugrave; tempo alle subordinate, per favore”. Ma in quello stato non avrei potuto più scrivere un beneamato cazzo.
La situazione aveva però un aspetto incoraggiante. Una cecità avrebbe dato un duro colpo alla mia misantropia. La gente cieca è costretta ad affidarsi agli altri e io, da stronza cieca, non avrei avuto altra scelta. Da questa prospettiva, la mia futura cecità si configurava come uno splendido esperimento sociologico.
Non vedevo l’ora.
In ogni senso. 
<&lt;Allora, che è successo?>&gt;
Il mio medico ha una voce così rilassante che mi è venuta voglia di dirgli “Niente, era uno scherzo. Ora parlami un po’ di te”.
<&lt; Non lo so. Non ci vedo bene. Non metto a fuoco, né da vicino né da lontano. Aiutami>&gt;.
La seconda cosa che ho pensato quando mi sono accorta che i miei occhi non tornavano a vedere è stata “Ok, non potrò più suonare”. Una cieca che suona è un successo assicurato, ma fittizio o, nel mio caso, inesistente. Perché io non suono il piano e con gli occhiali da sole sto davvero una gran cagata.
Ho riferito al dottore i miei sintomi punto per punto, poi ho deciso di staccare il cervello e mi sono persa in piacevoli elucubrazioni riguardo quello che, da cieca, mi restava da vivere. Tolte lettura, scrittura e musica, un ciufolo. L’ipotesi più confortante era un eventuale potenziamento dei sensi. Avrei imparato a riconoscere una persona dal suo odore e a miglia di distanza, come se già non sopporti a stento ogni comparsa improvvisa. Che culo di preludio.
<&lt;&hellip; quindi niente di preoccupante. Hai capito?>&gt;
<&lt;S&igrave;, no. Scusami. Mi fai un riassuntino?>&gt;
<&lt;Probabilmente è solo l’effetto di una brutta cefalea>&gt;
<&lt;Ma io non ho nessuna cefalea>&gt;
<&lt;Tranquilla. Tra un po’ arriva>&gt;
Minchia se sei di buon auspicio. Ti metti proprio lì, con la tua tonaca sacerdotale a guardare gli uccelli e a prevedere guerre.
Non ho detto così, perché in effetti, mentre pensavo ad una sicura, assodata, ineluttabile cecità, una trivellatrice aveva iniziato a perforarmi le tempie.
<&lt;Dovresti avvertire anche un po’ di vertigini>&gt;
Era chiaro che il mio medico stesse trafficando con aghi e bambolina, perché in effetti le pareti si erano fatte di gomma e il mio equilibrio era quello del Mercurio del Giambologna su una bagnarola in pieno oceano.
<&lt;E poi una grande nausea>&gt;
Fatto?
Con aghi e bambolina, il mio medico somigliava sempre più a Giovanni Muciacia.
<&lt;Non prendere nulla. Fatti solo un autista>&gt;
Un autista? Non male. Un autista mi mancava. Che poteri terapeutici hanno gli autisti? E  come potevo farmi un autista?
“Salve. In centro, per favore”
“Subito, signora”
”E già che ci siamo, mi darebbe anche una bottarella ai semafori?”
“Certo, signora”
<&lt;Altrimenti, fatti un canarino>&gt;
Bene. Dall’autista al canarino. Sempre più difficile.
Ma in effetti anche il canarino mi mancava e, pur di tornare a vedere, avrei affrontato ogni paura discriminante o problema dimensionale.
Quel giorno, passato per metà a vomitare e alla storia come “L&rsquo;antispastico Day”, armata di bicarbonato e limone, mi sono fatta sia l’autista che il canarino, nonché una cultura sulle mattonelle del mio bagno.
Adesso sono un’esperta in materia di ghirigori floreali per mattonelle in ceramica anni ’80.

Invece voi siete enormemente fortunati.
Perché, non essendo più cieca, continuerò a scrivere minchiate.

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