Fa caldo. È così torrido che se mi metto a respirare un po’ più velocemente sento mi cadranno i peli del naso. Fa caldo. Un caldo depilatore. Riesco a fare mezza vasca e spompo. I miei polmoni non rispondono alle intenzioni. A 26 anni il mio apparato neuronale controlla al massimo il 20% del mio corpo, fiato incluso. Addosso astutamente colpe alla calura, ma la verità è che i miei giovani bronchioli sono neri di catrame che quasi mi fanno pena.
Io maltratto i miei bronchioli.
Potrei fingere di avere avuto un crampo e per quel signore con gli occhialoni a goccia continuerei ad essere un affascinante esemplare di culo nuotatore. Ma fa troppo caldo per fare beneficenza, quindi il signore se ne vada a ‘fanculo, mentre io mi posiziono a morto con repentino effetto d’emersione del montarozzo TPC (tette, pancia e cosce). A quel punto galleggio e le mie orecchie a  mezz’acqua chiudono il brusio cicalante del bordo piscina dentro una sala registrazione, ovattando ogni suono. E non c’è più nessun altro. Potrei essere dentro una conchiglia, se non fosse per la puzza di cloro che mi ricorda che non esistono paguri da piscina. Tra la mia pancia emersa e il mio culo sott’acqua ci sarà una differenza di 10 gradi. Fuori ci si cuoce all’aria, dentro ci si avvelena di cloro. Mentre a Palermo divampano incendi e i sofficini si scongelano nei banchi frigo spenti perché manca la luce da sei ore, la mia vita è qui, momentaneamente appesa alla sottile linea blu della piscina di un villaggio vacanze, uno di quei posti in cui quello che paghi per farti una settimana al sole sai che andrà anche nelle tasche di loschi tipi con magliettine del cazzo che ti programmano la giornata a puntino, dal risveglio muscolare all’acqua gym, dal gioco aperitivo ai balli di gruppo, dai tornei di burraco ai selvaggi e affollati tornei di pallanuoto in piscina con 15 partecipanti dai 6 ai 50 anni per squadra.
In un villaggio vacanze paghi della gente perché ti rompa perennemente i coglioni.
Hai delle colpe da espiare? Vattene in multiproprietà. Ma anche qui puoi scegliere di mantenere quel briciolo di dignità che resta dopo aver deciso di andarci e fare finta sia capitato per caso tenendoti lontano da qualsiasi passatempo e, finché di tempo ce n’è, non sarà un idiota con una mogliettina del cazzo e il talento di Gigi Sabani a farmi scollare dalla mia linea blu.
E poi un fragoroso splash.
Sto giusto chiedendomi se, accollassata a morto in piscina a quest’ora del giorno, morirò prima di insolazione o di reumatismi, quando vengo travolta dall’onda anomala di un tuffo. Mi volto a guardare il soggetto, un bambino sui tredici anni con la pancia di un chiaro fan di BigMac. Un nano obeso, insomma. Quando mi scollo dalla posizione del morto per guardarlo meglio, i 20 metri della piscina sembrano un pezzo di mare in forza 8. In compenso il bambino è l’essenza stessa della felicità: risalito in superficie dopo lo tsunami provocato dal suo tonfo, si guarda intorno nuotando goffamente fin quando non vede l’amico rimasto a bordo piscina con l’aria timida di chi, prima di tuffarsi, tentenna perché teme l’acqua gelida. Dove sta lui in questo momento si respirano circa 45 gradi. Vabeh. Se per Kant il tempo è un’illusione, figuriamoci il clima. Il nano tuffatore, che intanto non ha smesso di dimenarsi in acqua rivelando un’incapacità pressoché totale a stare a galla, gli sorride e gli urla di tuffarsi, perché è bellissimo e se non lo fa è un fifone. Almeno, questo è quello che capisco, dato che, anche se non ci giurerei, l’obesino parla qualcosa di simile al napoletano. Per incitare l’amico timidino e freddoloso, caccia una bestemmia così forte che per un attimo cadono le rondini, la piscina si zittisce, le cicale non cantano più e la statua del redentore in cima a Maratea si spacca in mille crepe come un amaretto e crolla.
No, non è vero. Ma immagino sarebbe calzantissimo.
Nel frattempo vedo il bagnino avvicinarsi minaccioso e tento di ricordare se nel regolamento della piscina ci sia traccia del divieto di bestemmiare. In caso contrario, decido che mi fionderò in difesa del ciccione con orgoglio concionando “Hey, Mitch. Siamo al 52esimo posto nel mondo quanto a libertà d’espressione. Quindi lascia la gioventù libera di bestemmiare quanto vuole almeno qui”. Il bagnino, gambe a fantino e pelle macchiata dal sole, si piega sul bordo piscina e fa cenno al ragazzino di avvicinarsi. Gli sussurra qualcosa e il ciccio esce subito dall’acqua con chiara riluttanza. Corre, per quanto i rotoli delle sue maniglie gli consentano di fare, da quella che per la somiglianza di adipe riconosco come sua madre. Ora che è uscito dall’acqua, mi accorgo che ha una maglietta bianca attillata, di quelle che si usano per fare diving. Sudo per lui solo a guardarlo. Le dice contrariato che il bagnino gli ha proibito di fare il bagno per via della maglietta, perché in questa piscina è vietato fare il bagno con la maglietta, quindi se vuole fare il bagno in piscina deve togliersi la maglietta. Sembra molto deciso e, senza aspettare la risposta della madre, il ciccio fa per togliersela, ma lei blocca violentemente i suoi gomiti lardosi già alzati e gli rimette a posto la maglia.
«Ma si pazz? Che staje facenn?»
«Mi leva a magliett’, ma’. Kill’ m’ha itt ca’ nun se po’ sta int a piscina accusì, mammà. C’aggia fa’?»
«Ma allora si’ scem over. Mammeta t’ha acattat a magliett appost’, pariv bell e mo’ ta vuò levà?»
«Ma mammà, fa caur e mi vogli’ ‘nfonnere. Pecchè ca’ nisciun port a magliett?»
«Pecché, pecché. Pecché a ggent è popo scema, mamma tua. Assì t liev a magliett car malat! T vuò fa venì coccos o mar? Eh? Dill’ a mamma tua. Ti vuoi ammalare in vacanz?»
Certo, a’ mammà. Tutti sanno che facendo il bagno in piscina senza maglietta ci si becca l’aids. 
Il ragazzino guarda sua madre, abbassa lo sguardo sul cotto rovente della piscina, incrocia le braccia e si siede accigliato sulla sdraio accanto una signora tale e quale la madre, presumibilmente la zia.
Mette su un broncio che sembra un canottino, mentre la zia, perfettamente imbacuccata nella sua mise da mare leopardata e una sobria acconciatura alla Platinette, gli accarezza compassionevole la testa.
Nuoto fino alla scaletta, esco dalla piscina, faccio un metro e sono già asciutta. Mi stendo sul telo accanto l’ombrellone del cipollotto disperato e lì una rabbia smisurata e cocente più del caldo mi attraversa le viscere: il bambino timidino e freddoloso che fino a poco prima pareva non avesse alcuna intenzione di tuffarsi, s’è visto tutta la scena e adesso va deciso verso il trampolino, prende la rincorsa e fa una cosa allucinante tipo salto mortale carpiato con rovesciata, doppio loop e triplo axel. Dopo il tuffo da competizione riemerge dall’acqua e con aria sprezzante e altezzosa urla al pomodoro incazzato «Wè, c’hai ragione, compà. È proprio bellissimo!». Stronzo di un bastardello. Mi volto verso il poveretto che, a quelle parole, alza la testolina e la riabbassa ancora più imbronciato e triste. Ho appena assistito ad una cosa che qui si suol definire una brutta “tagliata di faccia” e che qui sarebbe punibile con l’incaprettamento. Ma sono fuori sede e non voglio farmi riconoscere. Le cose da fare al più presto sono due: andrò ad affogare il manigoldo dispettoso in un momento in cui tutta la piscina è distratta e poi andrò dalla mamma del ciccio scoraggiato a dirle
“Scusi, signora. Non ho potuto fare a meno di sentire la discussione e, se il problema è una possibile scottatura, io ho delle creme per ogni tipo di pelle e protezione. Inoltre ho una lunga esperienza nel settore dell’abbronzatura, per cui posso assolutamente garantirle che di scottatura da sole non è mai morto nessuno. Se vuole posso darne un po’ al suo bambino, così potrà andare a fare il bagno, eviterà di evaporare al sole, a lei risparmierò la nomina di madre di merda per quest’estate (ma solo per questa) e forse un giorno quel povero cristo di suo figlio avrà un motivo in meno per drogarsi”.

Annunci