Ho incontrato una persona che non vedevo da quando ancora non esisteva la pubblicità nei tg. Dopo il solito chiacchiericcio su quanto veloce passi il tempo e un rapido accenno al surriscaldamento terrestre, l’amico ritrovato arriva al punto dei punti.
«E adesso cosa fai?»
Come prima cosa, respiro (che non è da tutti) e poi altre cose. Magari vuole saperle davvero. Magari vuole un elenco di quello che faccio nella vita di fronte la macchinetta del caffè dell’università. O vuole più banalmente sapere che lavoro faccio, di che mi occupo, con cosa campo. Abbiamo borghesizzato il linguaggio. Qualcuno ha stabilito che, tra le mille cose umanamente possibili a farsi e a dirsi, si scegliesse precipuamente un mezzo, lo si confondesse scioccamente col fine e lo si identificasse col generico fare.
Rispondo, come sempre capita nel caso di una questione di siffatta levatura, con un vago 
«Mah, pressoché un cazzo» solo edulcorandolo con brevi racconti su come ammazzo il tempo quando non mi penso –il che sarebbe un lavoro a tempo pieno se le distrazioni del mondo non si comportassero da erinni o sirene.
Non contento, prosegue (e inizio a spaventarmi)
 «Bello! E ti senti realizzata?». Sorride.
Anima candida.
Mi sento realizzata? Con i miei chili e le mie tette, non dovrei sentirmi più che realizzata? Certo, vorrei essere un’idea iperuranica di chiara conoscenza appartenente ad una dimensione ancora ignota che attende di concretarsi e rendersi finalmente visibile dopo essersi sublimata percorrendo tutti i gironi di ogni cantica. Ma per il momento no, non è così e temo che lui parli d’altro.

Il fatto è che c’è gente animata da un insaziabile bisogno di occupazione, che viziosamente richiede una realizzazione, secondo un meccanismo dalle connotazioni ben precise: ci si prefigge uno scopo che in età adolescenziale si spaccia per sogno, si passa parte saliente della vita a fare delle cose che portino al suo raggiungimento, si trascorrono altri 30/40 anni a crogiolarcisi su e poi dal grande sogno si va in pensione. In quei 30/40 anni in cui pensa di essersi realizzata, quando in realtà non ha fatto altro che scegliere il mezzo per campare meno annichilente tra quelli socialmente possibili, certa gente, ignara della differenza tra io autoreferenziale e io esogeno-sociale, incapace di distinguere l’io autenticamente essente dall’io praticamente facente, ha bisogno di credere di aver trovato una strada.
Possono per lo più essere motivo di realizzazione, un lavoro prestigioso, il matrimonio o in ugual misura il tradimento, la procreazione, la notorietà e altri fatti.
Fatti.

Per quanto mi riguarda, io mi realizzo come essere e io pensante quando taglio i pomodorini pachino. È un’operazione di puro misticismo. Di fronte un’insalata, mi sento un super essere che contiene in sé i principi dei misteri eleusini e poco mi manca che veda il futuro. Se qualcuno intorno a me taglia i pomodorini pachino in modo grossolano, gli urlo “Hey”, mi avvicino cattiva, gli strappo il coltello dalle mani e, continuando a guardarlo, gli do una bella lezione di etica comportamentale. Non siate maldestri, anche qualora la natura vi abbia fatto nascere mancini. I pomodorini pachino meritano un modus operandi assolutamente privo di sbavature. Fatevi del bene, agguantate il pomodorino scelto tra i polpastrelli del pollice e dell’indice con fare deciso ma non troppo. Ponete il pomodorino in posizione perpendicolare rispetto al piano d’appoggio. Posate dolcemente la lama esattamente al centro del suo bitorzolino e affondatela con vigore sufficiente a che la creatura non si spappoli mentre la tagliate –il che implica che si sia precedentemente appurata la sua consistenza, che può variare da specie a specie e da stagione a stagione. Da esperta  tagliatrice di pomodorini pachino, io so che quelli di Ballarò, subendo l’azione di un sole a picco su un mercato all’aperto, sono ovviamente più molli di quelli presi al banco frigo della Coop, in cui una temperatura bassa e controllata impedisce al pomodorino di subire i danni di una precoce maturazione. Dopo averlo tagliato per la sua metà verticale, è necessario ripetere l’operazione nella sua ampiezza orizzontale, con rinnovato zelo. Se il taglio iniziale su un pomodorino pachino intero può infatti risultare abbastanza facile anche alle nuove leve, riuscire ad ottenere altre due parti dalla sua metà già recisa è operazione ben più spigolosa. C’è infatti la possibilità che le due metà del pomodorino sguscino all’improvviso dalle mani o si affloscino sotto il peso della lama: un tale orribile imprevisto causerebbe una cattiva tetrapartizione del pomodorino, da cui il fallimento dell’intera missione. Il segreto, come ogni cosa, sta nel tocco, nella personale abilità sensoriale, nella scelta del modo in cui domare un ortaggio così piccolo e potente. Se adeguatamente sviluppata, tale capacità ti porterà, caro amico tagliatore di pomodorini pachino, a prevedere il modo in cui ogni pomodorino si comporterà tra le tue mani. Se sarai in grado di maneggiarlo con l’amore che merita, nessuno sguscio te lo porterà più via, nessuna insidia turberà più la tua esistenza. E tuo sarà il mondo e tutto ciò che è in esso e, quel che più conta, sarai un uomo, figlio mio.

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