Quand’ero piccola e veniva la domenica, a me che ero una bimba un po’ così, che adorava tanto gli altri bimbi da non poter fare a meno di prenderli a sassate, non era concesso di fare la passeggiatina domenicale in villetta a far rotolare la palla o ad andare in bicicletta guidata dal papà. Intanto perché far rotolare una palla non mi è mai parsa un’attività interessante, soprattutto nei casi in cui partecipavano senza invito altri bimbi ignari della mia precoce asocialità. E poi perché non ricordo di aver mai avuto genitori partecipi della mia infanzia, tanto amorevoli e altruisti da accompagnarmi al giardino per farmi andare in bicicletta. D’altronde, dopo aver imparato ad andarci da sola, che bisogno c’era di caricarla in macchina per usarla altrove? Logicamente senza senso. I miei, portatori sani di amor militaresco e dunque di disastri psico-emotivi con ripercussioni tardive, erano più tipi da Hai imparato? Bene. Un giorno ti servirà. Per il momento sta a casa a non fare un cazzo. Così, quando non si passava la domenica in ospedale a fare una guardia, dopo aver scoperto -età 9 anni- che un papà di guardia non è necessariamente un usciere di ospedale vestito da guerriero medievale, mi svegliavo presto la mattina, guardavo la stella della senna chiedendomi quando avrei avuto anch’io un pallino rosa lucido sulla bocca e poi, profondamente frustrata per non avere un cavallo con cui fare l’eroina, andavo in salotto, accanto la foresta di piante di mia madre – che non ha un pollice verde, ma è verde lei stessa –, mi mettevo cuffie grandi più della mia testa che puntualmente ricadevano pesanti sul collo e ascoltavo i Beatles. Soprattutto due album dei Beatles, la collezione blu e rossa. In tutto erano otto anni di storia, ma forse perché allora le canzonette mi disturbavano, forse perché diffidavo già dei giri senza un minore almeno, la storia che mi piaceva di più era quella blu. Leggevo le parole a fatica, dato che blu era anche la copertina del vinile ed ero costretta a rigirarla per poter leggere le scritte nere su fondo scuro cercando di evitare il controluce. Fu così, molto romanticamente, che divenni miope. Di domenica mattina presto, mentre chissà dove gli altri bambini andavano in bicicletta, io urlavo
I am the eggmen
they are the eggmen
I am the walrus
goo goo g’joob goo goo g’joob
In quei momenti mi si apriva un mondo che non era il mio salotto. Di tipo  inestinguibile, che niente e nessuno avrebbe cambiato mai. Senza aver ancora assunto droghe, immaginavo caleidoscopicamente di rotolare su distese di fragole o di suonare in una banda di cuori solitari che sfilava tra strade affollate di barbieri, balie e banchieri sotto cieli suburbani. Se gli amici erano pochi, tuttavia erano quelli giusti per darmi la nota giusta e non cantare fuori tono; e se non c’era la villetta, c’era sempre una collina da cui guardare il mondo col rischio d’essere una scema, o fondali infiniti in cui invitare tutti a non essere più trovati, ma restare lì, a guardare certi polpi della Madonna o la rivoluzione di Loretta. Adesso parole e cose scorrono, come pioggia dentro tazze di carta. E devo solo stare a guardare, tra saluti e addii, chi rimane e chi è già andato, chi ha percorso strade tortuose fino a qui o è tornato ai luoghi che gli sono sempre appartenuti. È tutto in viaggio, solo meno misterioso e magico, quasi un film di cui ho già letto il libro. Ma i sorrisi tornano e, quando succede, va bene come un sole di cui da troppo tempo non si vedeva l’ombra.  
Perché coi Beatles certe cose si prevedono e, prima che si avverino, si conoscono. E quando si vivono, si ricordano le parole che meglio di altre e prima del tempo le avevano annunciate.

Eppure, quello che tra tutto sapevo meglio, anche a 9 anni, era che una con un nome come “Yoko” prima o poi avrebbe fatto la stronza. 

Annunci