Venti anni sono l’età della fallibità deliziosa e incosciente.
A venti anni si sbaglia senza saperlo. Si corre incontro a tutto, senza sapere che spesso qualcosa possa essere uno sbaglio. E questo non vuol dire che cinque anni più tardi si sbagli di meno.
Semplicemente lo si sa. A venti anni si sbaglia senza saperlo, a venticinque anni si sbaglia pure, ma sapendo di poter sbagliare. E allora si corre un po’ di meno, o, se si corre, si è più bravi a frenare.
E non significa che sia bello -qui non si vogliono esprimere giudizi, qui ci si limita a guardare.
A venti anni capita di prendere clamorosi abbagli. Ci si perde in minchiate che si giudicheranno a pieno titolo tali solo dopo un po’, quindi, nella momentanea inconsapevolezza che lo siano, ci si perde volentieri e spesso ci si culla anche. Cullarsi nelle minchiate può non essere proficuo e, dopo il tempo che basta per realizzarlo, finisce col sembrare una gran perdita di tempo. E il tempo, quel gran cornuto, non lo si riprende. Ti distrai un attimo e lui fugge a gambe levate facendo marameo.
Bisogna ammettere però, volendo cercare, per non morire di tristezza e nostalgia, un senso didascalico e morale all’inevitabile (anche perché inevitabile sa di morte e la morte non ci piace), che spesso solo i venti anni motivano i venticinque.

Al tempo dei miei venti anni mi infatuai terribilmente di un debosciato pseudo maledetto, uno di quei giovani privi della più banale nozione biologica, per cui a venti anni si sentono già uomini e come tali si comportano. Anzi, non proprio come tutti gli uomini, ma come quelli che certa storia ha confuso per eroi, mortificando il caro vir. Tipi volontariamente asociali, scorbutici, violenti, malinconici. Poeti anni ’90, più senza arte che parte. Il poeta che ho deciso mandasse alla malora i miei venti anni aveva occhi azzurri, fianchi da giovenca, carnagione itterica, nessun pelo sul petto e mani tozze da anziano arterioso. Quando non si aveva nulla da fare, io e il mio poeta ci si picchiava con amore e per interi giorni si stava a discutere scambiandosi di tanto in tanto qualche livido. Così. Tanto per fugare la noia.
Ma gli ematomi passano.
Il motivo per cui associo il losco individuo ai miei venti anni sbagliati non sono le botte che condividevamo, ma l’errore biblico che rappresentò. Il ragazzo, sgominando con vigore non pochi avversari, è stato eletto summa perfetta di tutte le mie adolescenziali stronzate: dalla musica al vestire; dal vegetarianismo all’università; dal modo di parlare al modo di scrivere.
Parlare.
Come scriveva il giovane conquistador, manesco di notte e poeta di giorno?
David, così si chiamava il fanciullo che resi più volte cornuto, scriveva in modo maledetto. E non è un’affermazione oggettiva. Era lui stesso a dirsi e a dire in giro di essere un poeta maledetto che scriveva cose maledette in modo maledetto.
Lui era feroce, carnale, brutale, perché lui si pensava feroce, carnale, brutale e questo diceva di sé agli altri. La prima volta che lo incontrai mi disse
“Ciao, io sono David e non ho niente, solo due grandi occhi per guardarti”.
E davvero il poverino non aveva nulla, ma lui, la situazione e io eravamo sbagliati e quegli occhi che fino ad un momento prima mi erano sembrati due pertugi assopiti, all’improvviso anche a me parvero enormi.
[Va da sé che se qualcuno mi si presenta in questo modo oggi, minimo minimo gli dico avanti il prossimo].
Il giovane David (che qui potremmo dunque ribattezzare “David l’illusionista”, o “David il truffaldino”), passava intere ore a scribacchiare su un taccuino che prendevi la lebbra solo a guardarlo per quanto era lurido, pieno di vaccate su vaccate in un linguaggio tra il primitivo e il neonatale, il futurista e l’italiamente inaccettabile. Le sue frasi erano vomiti di quello che credeva fosse l’inconscio nella sua forma più immediata e raccontabile, quindi pressoché priva di costrutti sintattici comuni, ma piena di insopportabili puntini di sospensione, di punti esclamativi, di spazi tra le parole, di spazi tra le frasi, di spazi tra le sillabe stesse. I suoi appunti erano un vuoto di spazi su spazi qui e lì interrotti da paroline stupide che si rincorrevano su un foglio per non tradire vacuità.
Ogni sua presunta poesia consisteva di brodi di parole gettate alla rinfusa e legate solo dal colore della penna che si muoveva sulla carta, rapida e decisa, senza darsi pace -forse per non perdere l’ispirazione o quant’altro renda conturbante la forma di qualcosa che di fatto non conturba.
La solita dicotomia, così solita che annoia.
Quando a David veniva voglia di scrivere un haiku, desideravo che s’aprisse il cielo e li risucchiasse, lui e i suoi pregiati scritti. Non gli volevo male, ma ero stanca di leggere
paroline
                        bistrattate
messe in fila
come i
prodotti
                        della spesa.
Blonde girl, blo blob, blobbami e lovami. Mi dava ai nervi l’arroganza con cui sosteneva di dar forma al rumore del suo animo (siore e siori, attenzione: il   r-u-m-o-r-e    d-e-l    s-u-o a-n-i-mo) e il suo rifiuto nell’ammettere di riuscire a coniare solo espressioncine malmesse che si succedevano per assonanza nella sua mente e che solo un’assonanza rappresentavano.
Ma avevo i miei venti anni e per loro David era la cosa più vicina al tormento che sentivano, un disagio a cui si erano illusi di poter dare voce attraverso le cicalate di un povero tonto a cui la crusca non bastava, che al sole declamava odi alla bellezza e al buio faceva pagare a me la rabbia per la sua ignoranza.

Perché è tutta una questione di prospettive.
Se hai la bocca storta, ci sarà uno e un punto soltanto da cui non sembrerà storta. Avrai una possibilità su un milione, un secondo su i secoli, un acaro su una moquette per non far sembrare storta la tua bocca.
Perché tu vivi e, vivendo, ti muovi.
E il tuo muoverti nel mondo senza cura sarà la tua condanna, perché sempre il mondo si accorgerà della tua bocca, senza aspettare il momento in cui avrà modo di sembrare dritta.

Annunci