Vivere è un cazzo.
Un cazzo sbattuto a casaccio sul panno verde di un tavolo da gioco, tra numeri e fiches.
Chi si siede, punta.
Se ha culo vince.
Se non ha culo, perde.
Ma non sceglie.
È la palla puttana che sceglie.
Chi si siede, punta. Non sceglie.
Aspetta.
Se ha culo vince.
Se non ha culo, perde.
E muore.
Mi accorgo di aver finito le pillole solo quando passo le dita sul blister e sento tutti gli incavi vuoti. Allora dico sempre la stessa cosa.
Ma porca puttana.
Mi sveglio e ancor prima di capire dove sono allungo la mano sulla confezione delle mie pillole. Capisco che le ho finite e ricordo che in effetti l’altro ieri mi ero ripromessa che le avrei comprate ieri. Ma non le ho comprate.
E dico sempre la stessa cosa.
Ma porca puttana.
Devo prendere una pillola ogni mattina, mezzora prima di ingerire qualsiasi cosa, liquida o solida che sia. Se non lo faccio la mia tiroide va di matto e posso scordarmi di digerire fino a quando la tiroxina non rientrerà in circolo debitamente.
Sono tiroxina dipendente.
La tiroxina è la mia droga.
Se non la prendo non sarà una buona giornata per nessuno.
La mia tiroide mi costa 7 euro e 85 ogni trenta giorni. Sono circa 94 euro all’anno e con 94 euro potrei andare in farmacia per comprare circa 90 pacchetti di zigulì, oppure 80 pacchetti di galatine, o ben 94 confezioni di barrette enerzona monopasto alla mela verde e cioccolato. Ogni trenta giorni vado in farmacia e contribuisco a fare arricchire l’industria più potente del mondo. Se non sapete ancora come arricchirvi, vi do un consiglio. Pensate ad una patologia ad oggi oscura o inventatevi di sana pianta una fobia. Trovatele un nome altisonante, effetti relativamente comuni e conseguenze catastrofiche. Durante la stessa conferenza stampa in cui annuncerete al mondo di aver scoperto l’ennesimo pericolo per l’umanità, tranquillizzatelo. Rivelategli che per fortuna alla nuova e devastante malattia avete trovato una cura efficacissima. Mettete quella cura in pasticche e chiamate il vostro farmaco nuovo di zecca con una parola che abbia un tema che suoni medico e una desinenza vezzeggiativa, in modo da convertire alla chimica anche i più ostinati naturalisti con carineria.
Sinaptiferina andrà benissimo.
Ma anche actiserotonina agens farà un figurone.
L’adeninananna manderà in delirio le masse.

Ogni trenta giorni entro in farmacia con 7 euro e 85 centesimi contati e non c’è volta in cui non penso che farei meglio a comprarmi le zigulì all’arancia. Ma siccome senza la tiroxina io non vivo, devo comprarne quanto basta per non mandare la mia tiroide in astinenza. E ogni trenta giorni entro in farmacia più scazzata del mese prima.
Nella mia farmacia lavorano tre persone in tutto, un buono, un brutto e una cattiva. Mentre aspetto il turno, conto le persone che mi precedono per calcolare a chi, tra il buono, il brutto e la cattiva, chiederò la mia tiroxina. Mi sposto tra la fila perché voglio trattare solo con il buono, dato che il brutto e la cattiva mi chiedono sempre una ricetta che non ho.
Per la tiroxina serve la prescrizione, mi dicono. L’ultima ricetta che certifichi la mia vitale esigenza di tiroxina risale al 2003 ed è nascosta nei meandri di chissà quale borsa. Figurarsi se, impegnata come sono a lottare perché un cavolfiore bollito non mi faccia ruttare per una settimana intera, ho tempo di pensare ad andarla a ripescare.
Per poi sentirmi chiedere se mi sono accorta che siamo nel 2006.
No, grazie. Preferisco aspettare il farmacista buono, quello che mi conosce da quando ero una nanetta e a cui la mia ricetta non interessa, proprio perché ha visto tutte le fasi della mia trasformazione da persona normale in ipotiroidea e quindi al mio ipotiroidismo ci crede a tappo.
Il farmacista buono non soltanto mi dà la tiroxina in fiducia, ma le altre volte in cui vado a ritirare farmaci a nome di qualcun altro e dimentico di scrivere sulla ricetta qualche codice fiscale, lui li compila tutti e mi sorride pure.
E non è tutto. Ogni volta che decido di andare in dieta (e dico andare perché per me la dieta corrisponde ad un viaggio extracorporeo semicosciente), il farmacista buono mi mette da parte le barrette enerzona alla mela verde. Le barrette enerzona sono il meglio del peggio in circolazione. Il loro principale valore aggiunto è che non c’è la foto di marisa laurito sulla confezione. E poi sono buone. Le normali barrette promettono risultati sorprendenti in meno di due settimane
con font gigante sull’involucro, ma poi le scarti e leggi meglio le mini scrittine in cui si raccomanda di associare ad ogni barretta una dieta ipocalorica (sedano e carote) e costante attività sportiva (quattro ore giornaliere di tapis roulant) per non vanificarne l’effetto dimagrante. Le mie barrette alla mela verde sono stronze quanto le altre, solo che almeno sono buone.
Ogni volta che la farmacia esaurisce le scorte di barrette alla mela verde, il farmacista buono mi guarda dispiaciuto, come se si trattasse di una sua mancanza, me le ordina e mi promette che entro domani arriveranno. Mi sorride e mi raccomanda di salutargli i miei (due dei tanti codici fiscali che conosce ormai a memoria).
Grazie al farmacista buono, andare ogni trenta giorni in farmacia pur sapendo di contribuire all’arricchimento delle troie industrie farmaceutiche, mi pesa un po’ di meno.
Quasi quasi lo guardo sorridere e viene voglia di sorridere anche a me.
 
Ma oggi no.
Perché ieri il mio farmacista buono è stato ammazzato.
Gli hanno sparato durante una rapina che non è mai avvenuta, perché teneva in mano uno di quei piccoli tagliacarte con cui i farmacisti sollevano il codice a barre dalle scatole di medicine per incollarlo sulle ricette.
Ottimo materiale per barzellette.
E mentre stasera la città dorme e la luna non la illumina, nel silenzio nero che la domina mi pare di sentire qua e là le urla disperate di una vedova. 
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