Non torno su questi lidi da meno di un anno, eppure avrei giurato che la sabbia avesse un colore diverso. La strada per il mare è sempre la stessa, ma sotto il mio pareo sgargiante mi sento più stanca, le mie dita scivolano sul nervosismo dei miei palmi e il mio petto si gonfia d’ansia. Sto andando al mare, camminando su un pezzo di strada che faccio da vent’anni, salutando con mezzi cenni del capo o poco più le facce che ho visto invecchiare o che hanno visto me farlo, che ho amato e dimenticato e che non ricambiano più i miei cenni come una volta. La strada dista dalla spiaggia pochi metri, ma se guardo verso il mare mi sembrano così tanti che mi scopro a stringere il manico della mia borsa con forza, come se la stessi supplicando di non lasciarmi sola. Forse è colpa sua. Forse l’ho riempita così tanto che adesso pesa e io, sovrappensiero, confondo la stanchezza per qualcos’altro. Tre solari di tre diverse protezioni sono più che sufficienti. Un libro, due riviste e un notebook sono esagerati per fugare la noia. Avrei dovuto snellire il mio occorrente e adesso mi fiacca. Soprattutto, non avrei dovuto mettere la brasiliana. Avere qualcosa di sintetico tra le chiappe non fa mai bene la prima volta.
Salgo sul lungo marciapiede che cinge la spiaggia separandola dalla strada e mi fermo in cima ai gradini che portano giù al mare. L’avevo lasciato a brontolare sotto la pioggia di fine inverno e adesso si stende calmo e strafottente sotto gli schiamazzi dei bimbi inciambellati, i supersantos che volano oltre reti immaginarie sopra la testa di portieri tuffatori e una passerella di gambe che passeggiano sulle battigia guardando più intorno che dinanzi, ignare dei boxer arrapati che le seguono. Le attempate signore accampate sotto l’ombrellone troneggiano come la Circe del Dossi sulle sedioline che scompaiono sotto i loro culi maestosi, che, se non si sapesse che c’è sotto qualcosa, sembrerebbero  sospesi a mezz’aria. Passo tra quei culoni ingombranti distribuendo ad ognuno di loro sorrisi velenosi e sguardi assassini che proprio sui loro migliori ammassi di cellulite indugiano. Sto mentendo. Ogni mio Buongiorno tradisce la sorpresa di vedere ancora viva la gente a cui lo rivolgo. Lo so io, lo sanno loro. Hanno passato venti estati a ciarlare e ad inventarmi di  chiacchiera in chiacchiera.
Mi dispiace, signore. Quest’anno niente topless di cui parlare.
Se le cose cambiano, significa che di tempo ne è passato. Ma non qui. Qui il tempo passa solo per chi decide di andare altrove.
Mi addentro in quella vetrina che è la stessa da sempre, cercando uno spazio che basti a tenermi lontana da tutto, ma senza sembrare la solita stronza che va a cercare quiete nelle spiagge affollate. Fingo di non vedere il bagnino che mi passa e spassa davanti e che l’estate scorsa ha smesso di parlarmi, quando i suoi sgrammaticati metodi d’approccio non hanno sortito l’effetto/letto desiderato e mi ha visto con un altro.
Pazienza. Non è il solo a possedere dei dorsali.
Do uno sguardo alla spiaggia, rapido come la luce di uno scanner, alla ricerca di dorsali migliori dei suoi, e me ne accorgo. La gente intorno non smette di guardarmi e c’è chi non si vergogna di abbassare le lenti per farlo meglio. Quando non mi guarda, allora ciancia, irritante più delle cicale.
Ho sbagliato tutto.
Tornavo al mare dopo tutto il tempo occorso all’inverno per diventare inferno. Volevo un po’ di pace da un anno volato di disastro in disastro, sbattuta da un fondo a un altro, mentre assistevo in silenzio ai lutti che non ero ancora brava a elaborare. Speravo che sfamarmi di illusioni potesse bastare e che ritrovarmi lì dove tutto era iniziato mi avrebbe fatto ricordare quanto si stava bene prima della fine.
Mi ha ricordato altro, perchè spesso, quando si ha poco da dire su di sé, si inizia a dire tanto di altri e la spiaggia coi suoi ombrelloni, le sue chiazze e le sue lenti a specchio, aizza chi le indossa a dare sfogo al passatempo più vecchio del mondo. Per questo adesso, chi del mio inferno è venuto a sapere, non ha timore di puntarmi gli occhi addosso per cercarne su di me le tracce.

Quindi no, signori. Quest’anno niente topless su cui sbavare, che` le vostre bocche sono già piene delle mie vergogne.

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