Zia Sophie dice che si fa teatro per necessità. È questo che risponde, compiaciuta, quando le chiedono perchè ami tanto recitare, mentre i suoi bulbi la tradiscono ruotando alla ricerca di qualcosa che vada oltre un postulato e, non trovandola, ammiccano garbatamente, per confondere chi glielo chiede e intimorirlo col monito che la cosa sia scontata e non meriti spiegazioni. E allora gira e gira dimenticandosi di trovare un senso che proibisca a quegli occhi di rotare, perché fare teatro le ha insegnato che l’effetto è più importante di tutto il resto, che i dettagli non devono mai contare più dell’essenza necessaria.  Zia Sophie canta agli angoli delle strade con gli occhi ancora chiusi, mentre la gente cammina rallentando il passo quando le passa accanto e sembra che lei lo sappia. Dice che canta solo per se stessa, eppure ad ogni passante distratto zia Sophie strizza gli occhi e stringe la sua chitarra con vigore, perché la gente che passa lo sappia che lei quando canta ci mette il cuore. Zia Sophie una volta disse che “Non si canta se non metti il cuore” e quando qualcuno le chiese cosa intendesse per cuore, lei rispose dolcemente che “Il cuore è tutto quello che si sente e che si è e non c’è musica senza ciò che si sente e che si è”, poggiando delicatamente una mano al centro del petto. Ma zia Sophie, avrei voluto dirle, quello che canti è una musica e quello che senti sono cazzi tuoi che a quella musica e a quel momento non interessano. Non l’ho fatto, perché io temo i suoi bulbi rotanti. Zia Sophie platonicamente dice che non c’è poesia senza il sublime fervore delle Muse e che “La smettano quelli che si dicono poeti solo perché cibano i sensi e appagano il cuore”. E una volta qualcuno le chiese come riuscisse lei a capire sotto quali versi si nasconda il furore e rispose che “Il cuore sa fare sempre le distinzioni buone, come quando piove è inevitabile bagnarsi”. Mi sarebbe tanto piaciuto chiederle perché il cuore sia importante solo quando vuole lei e l’avrei fatto, se non temessi davvero i suoi bulbi rotanti.
Zia Sophie dice che non è arte tutto quello che imita la realtà perché, così facendo, non coglie la sua essenza costante, ma si limita a rappresentare la varietà che non è mai necessaria, anzi povera di spirito. Per questo a zia Sophie basta una digitale in movimento per rendere la realtà vera, quella pura e senza oggetto. Ma zia Sophie, la realtà che cogli è già un oggetto che è fuggito e ti ha lasciato sulle mani un rullino con l’immagine del suo ricordo che non era lei e non tornerà più ad esserlo, nemmeno se ne hai preso i contorni sfumati o le linee portanti. Se non hai i soldi per comprarti una yashica o ce l’hai e non sai fare una cazzo di foto decente, non malvedere chi una yashica ce l’ha o chi la realtà la rende bene. Questo gliel’ho detto non guardandola negli occhi per paura dei suoi bulbi. Ma lei non ha risposto e se n’è andata mentre la sua mano scivolava via dal petto.

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