Questo è un De tetta, ovvero un trattatello sulle tette, che dunque sarebbe meglio intitolare “De tettis”, considerando che, a meno di qualche goliardico scherzetto della natura, in genere le tette sono sempre due.
In qualità di trattato, il De Tetta si propone di affrontare una materia che, pur comunemente sotto gli occhi di tutti, reca in sé misteri e incompiutezze gnoseologiche.
Partiamo dal principio.
Un trattato sulle tette è di ovvia pertinenza anatomico-endocrinologica: le tette altro non sono che variabili estensioni adipose che rivestono le ghiandole mammarie, quindi rappresentano l’unico caso in cui più grasso c’è, meglio è per tutti.
Sin da ora è necessaria una puntualizzazione: un’indagine sulle tette non può assolutamente prescindere dal coinvolgere il più ampio e misterioso ambito della psicologia umana, poiché il ruolo involontariamente svolto dalle nostre eroine, quali simbolo di prosperità e fecondità della specie, è di fondamentale importanza per l’iter comportamentale dell’individuo: la naturale attrazione del maschio nei confronti della femmina dalle forme prosperose e invitanti, è motivata dal fatto che quelle rotondità garantiscono la fertilità e sollecitano il suo stesso senso di mantenimento della razza.
Volendo entrare nel merito della questione, gli stimoli fondamentali che causano la produzione di ossitocina e prolattina, simpatici latte-induttori, sono in genere la suzione del capezzolo da parte del neonato e la visione del neonato (o anche solo del suo pianto) da parte della femmina.
Uno scambio di informazioni tacito e vicendevole davvero sorprendente, che spiega il motivo per cui certe insane donne sentano l’irrefrenabile impulso di concedersi al tipo di maschio neoromantico lacrimevole: questi risveglia infatti il loro innato senso di maternità rendendole delle inguaribili e sfigate crocerossine.
Risvolti e condizionamenti psicologici notevoli anche per il maschio adulto che, memore dei benefici tratti dal seno materno, vive tentando incessantemente di rievocare quel contatto, andandolo a cercare tra le varie tette del mondo.
Quello che i malevoli e gli ignoranti definiscono in gergo un volgare porco qualunquista, altri non è che un nostalgico della ghiandola mammaria, schiavo, per sua stessa natura, del desiderio ossessivo per il palpeggiamento e il chupa chupa.
Il suddetto, che in questa ricerca chiameremo affettuosamente Salvatore, concepisce la sua vita come un eterno viaggio alla ricerca delle tette corrispondenti al canone conservato amorevolmente e da sempre nel suo inconscio, e che per questo potremmo definire Regola delle Tette Maestre. Il cammino è impervio e non privo di traumatici inconvenienti. Tra i più eclatanti, ricordiamo la profonda delusione di Salvatore di fronte la scoperta della vacuità del petto che ha dinanzi, una volta spoglio di un wonderbra o sprovvisto dei benefìci e dell’impalcatura di un push-up. Patologia, questa, che potremmo tecnicamente definire Il trauma da tetta truffaldina

-sarebbe comunque d’uopo rammentare a Salvatore che non tutte le donne del mondo sono fortunate come Sophia Loren e che, quelle che sono fortunate come Sophia Loren, in genere non si inculano mai Salvatore.

Non meno doloroso per il nostro cavalier errante potrebbe essere il caso in cui si ritrovi a palpeggiare quelle tette che credeva perfette prima di capire che fossero finte: in questa circostanza le conseguenze possono essere molteplici e dipendere dal livello di professionalità del chirurgo.
Se questi ha operato un pesante imbottimento, il rischio che le tette sembrino di gommalacca al tatto, potrebbe provocare in Salvatore un indelebile senso di sdegno. Il trauma (il cosiddetto Trauma da tetta al pongo)

lo costringerebbe a reprimere l’ossessivo desiderio del palpeggio col rischio di frustrazioni di entità spropositata, di cui la sua prossima compagna potrebbe ahimè pagarne lo scotto.
D’altra parte, se Salvatore dovesse imbattersi in una mastoplastica additiva eccessivamente malleabile e sgusciante, lo spettacolo della carne della sua bella che, nella stretta, sfugga al controllo delle sue falangi, potrebbe essere non meno pietoso del primo caso e comportare un trauma psichico di pari entità, noto come Trauma da tetta Blob-fluido che uccide.

Un trauma quest’ultimo intimamente legato a quell’altro causato dalle più comuni tette grosse e flosce, vero impedimento per una sana abbronzatura.
Nel ricorrere ad espedienti artificiali per colmare i suoi due vuoti, la donna deve perciò fondarsi sempre su criterio e moderazione. Sconsigliabile, per una donna particolarmente aggressiva, che la consistenza delle sue future tette si adegui alla sua indole esuberante, onde evitare di ritrovarsi due palafitte omicide. Tu, donna dalle tette di calcestruzzo, hai notato delle tumefazioni sulle mani del tuo amateur, o il crollo improvviso di parte della sua dentatura? Ebbene, forse è il caso che cominci a chiederti perché, prima di vederlo spuntare a letto armato di scalpello e cesello.
In altre parole: per il benessere proprio e della collettività, una donna che ha deciso di intervenire sulle sue tette deve optare per soluzioni intermedie e mai eccessive. Assolutamente da evitare le protesi abnormi, poiché rischiano di logorare l’intesa sessuale col partner: tu, donna dalla terza al quadrato e dall’intuito precario, ti chiedi perché il tuo compagno ha preso l’abitudine di ballonzolare per la stanza sfruttando il tuo petto a guisa di tappeto elastico?

Ebbene, sgonfia il canotto, se non vuoi incorrere nel pericolo che per il tuo maschio saltellante il piacere sessuale diventi ludico e che di conseguenza ti sostituisca all’improvviso con un giochino più divertente.

In conclusione.
Le tette hanno da sempre condizionato la storia dell’uomo e influenzato in modo decisivo ogni sfera dell’agibile e dello scibile. Nel corso dei secoli l’evoluzione ideologica inerente le tette non ha risparmiato nessuna branca del sapere umano e, ad oggi, c’è da chiedersi di cosa mai parlerebbero gli uomini se esse non esistessero. Le tette continuano ad essere per loro una fonte inesauribile di giubilo, disperazione o spunto fondamentale per quei dibattiti in cui filosofeggiano sulla difficoltà di un ricongiungimento con le Tette Maestre o si sorprendono della varietà dei propri gusti.
Ma niente paura: al di là delle preferenze e delle opinioni soggettive, tali dispute culminano in genere con l’unanime presa di coscienza che, piccole o grosse, a pera o a coppa, a pompelmo o a goccia, vere o finte, le tette piacciono comunque e in ogni salsa.
È per questo che ad esse va il merito di fungere da collante sociale in grado di garantire la compattezza del genere maschile: le tette sono un bene aggregante e indispensabile da una prospettiva antropologico-ancestrale. Difatti, alla domanda “Se non esistessero le tette, riusciresti a immaginarle?”, gli uomini, a riprova del loro innato amore, dicono Sì.

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