Al giorno d’oggi c’è ancora gente che si sposa.
È assurdo.
Tra quella gente che continua a sposarsi c’è spesso qualcuno che si ostina ad invitarmi al proprio matrimonio.
Ancora più incredibile.
Mi chiedo se al mondo esista un vizio così poco democratico: in quale altro momento della vita ci si imbatte in tanta palese mancanza di amore e fratellanza come nel ricevere una partecipazione di nozze?
È un un obbligo di disumana violenza psichica. Sì, perché qui vigono ancora delle regole formali, quel senso del buon costume che sta ai rapporti umani come le linee della metropolitana alla città. Sai che ci sono ma non le vedi; vorresti non usarle, ma qualche volta devi. I matrimoni sono quelle occasioni in cui il mio potere decisionale e quella libertà per cui i miei avi hanno lottato e sono morti deve sottostare alle norme e piegarsi all’utilizzo delle metropolitane.
Non è eticamente giusto. È una questione di principi e un matrimonio me li porta via tutti. È una minaccia al mio edonismo esistenziale, un’irruzione alla mia quieta quotidianità  fatta di imbrattamenti prandiali, di grassi, fragorosi e volgari sbadigli non coperti, di gomiti sul tavolo e chili e chili di parmigiano sulla pasta col pesce.
Un matrimonio è una violazione indiretta del libero arbitrio altrui. Non c’è scelta né bronchite che tenga: ai matrimoni ci si deve andare, e, se anche fingi la prigione per spaccio, devi comunque preoccuparti di mandare ai futuri sposi un regalino milionario che dopo qualche anno sparirà negli oscuri stipetti della loro cucina. Allora tanto vale andarci. Almeno si scrocca il pranzo. Ed è lì, quando capisci che non hai scelta, che inizi a nutrire la segreta speranza che gli sposini per l’occasione non abbiano scelto un rudere ai confini del mondo dove il menu prevede animali non ben riconoscibili o di cui ignoravi la commestibilità fino a poco prima di vederli su un piatto.
O ti ritrovi a pregare che non sia uno di quei matrimoni pseudo bucolici, dove vince chi mangia di più. Quei pranzi interminabili in agriturismi stucchevolmente rustici, con la cacciagione in bella vista appesa al soffitto da così tanto che è resuscitata e adesso parla; dove fuori si apre una distesa di verde infinito agli occhi, in cui paggetti laccati e vestiti da gangster urlano e sputano fuoco finché il papà di turno li fa sporgere dalla staccionata per accarezzare maiali di proporzioni e fetore esagerati.
Un matrimonio in agriturismo è un attentato al bene della comunità: è un giorno di paura che un eventuale pernottamento coatto possa compromettere la tua tolleranza sociale.
Anche se avessi scelta, hai già sprecato tutte le tue fantascientifiche scuse in altre sedi. Per esempio quando tua nonna ti ha invitato per capodanno e le hai detto che
No, nonna. Oggi è morto il mio gatto preferito e sono tanto in pena. 
O quella volta che tuo padre ti ha invitata a casa sua dopo essere scomparso per tre mesi tre e
No, papà. Oggi mi sono svegliata con la tiroide gonfia, ma così gonfia che mi sento ormonalmente a disagio.
O quell’altra, quando una tua amica logorroica ti ha invitato ad una cena indiana e
No, tesoro. Sono allergica al curry, non lo sai?
No, ti conosco da 16 anni e non l’ho mai saputo.
Beh, la prossima volta sta più attenta, cristo.
O ancora quell’altra occasione in cui dovevi andare ad una cena sociale ma
Non posso, mamma. Non ho nulla da mettermi nè la voglia di andare in giro a cercare un vestito alle sette di una sabato pomeriggio palermitano dove bene che vada resterò imbottigliata nel traffico per tre ore.
Ma sì, fai un salto veloce da Marina Rinaldi o Elena Mirò.
E di grazia, mater clarissima. Perché dovrei andare a cercare un vestito in un negozio per taglie forti?
Ma tesoro, sono taglie comode, non forti. Comode.
E hai provato a citare la tua longilinea madre per danni morali, ma quando l’avvocato più che un giudice ti ha consigliato un dietologo, hai citato pure lui, chiedendoti se al mondo ci sia vita e rispetto oltre la 42.
Come ogni cosa, anche l’obbligo di andare ad un matrimonio ha un prezzo, che in genere è quello di un vestito da comprare. Sacrifici. Si fa di necessità virtù e si sfrutta l’occasione del giorno in cui due incoscienti coroneranno il loro sogno d’amore come valida scusa per giustificare a se stessi i bilioni  buttati sullo shopping frenetico, alla ricerca spasmodica di un abito carino e carissimo, ma con le dovute premesse. Scegliere un vestito da cerimonia non è cosa semplice, bensì un’accurata operazione di strategia ben studiata. Quel che serve è intanto una brand new mise che non permetta alle ragazzine appena uscite da Top Girl di chiedersi se per caso non l’hai già sfoggiata prima; tanto sobria da poter confondersi nella folla senza il pericolo di essere riconosciuta, fermata e trascinata in quei morbosi discorsi che si fanno solo ai matrimoni,  con gente che non vedi da sempre o che non sai bene se hai mai visto davvero. Ma non basta. Se vorrai evitare gli sguardi biasimanti delle attempate signore in arabeschi floreali e trucco fluorescente, quell’abito dovrà essere quanto è sufficiente per renderti assolutamente meno affascinante della sposa, che si sa: per il suo matrimonio, tradizione d’eccentricità femminile vuole che sia lei la bella delle belle –e poverina.. Come toglierle questo sacrosanto diritto in un giorno tanto triste?
E che quello sia il più triste dei suoi giorni lo sa anche lei: altrimenti perché sfoggiare quel sorriso costante per più di dodici ore, se non per camuffare la presa di coscienza della follia appena commessa? La paralisi facciale che quel giorno la nostra eroina rischierà è frutto del vano tentativo di nascondere una tragica consapevolezza: l’ aver insanamente scelto che quello sia l’unico membro con cui aver a che fare per il resto della sua vita, pena pauroso e angosciante senso di colpa per tradimento con conseguente depressione tipicamente e biologicamente femminile. Il suo ostentato sorriso è ovviamente insensato e ancora sorpreso che un mero monosillabo abbia sancito la fine dei suoi anni migliori fatti di genuino sesso svolazzante, abbia siglato la rinuncia alla propria natura sessualmente emancipata e decretato la morte di secoli di lotta femminista.
Sì, mia novizia. È per questo che immoli la tua mandibola ai fini della truffa.
Per orrore.
Eppure in questi ultimi giorni dissennati sei stata tanto savia da non dimenticare che un mal comune sia mezzo gaudio e faccia meno male. Ecco perchè mi hai invitata a partecipare al tuo momento di follia, brutta sgualdrina nel tuo candido bianco sciatto: per sentirti meno sola nella disperazione; per infliggermi quel dolore che è tuo soltanto e che ti brucia così tanto da volere compagnia; per coinvolgermi in questo strano rituale collettivo, divertendoti a guardarmi zigzagare sui trampoli tra i tavoli di una sala dagli improbabili tendaggi, mentre sconosciuti mi sorridono complici, pensando quant’è bella giovinezza e quanta sbilenca allegria provochi il buon vino nelle occasioni di fes
ta, e non sanno che sono astemia da cinque anni e oggi vorrei tanto non esserlo.

Quindi ho deciso.
Se mai mi sposerò (e non sarà certo in chiesa e, se sarà in chiesa, sarà solo e unicamente per testare l’acustica degli interni con un rutto dodecafonico), scriverò sulle partecipazioni di non partecipare.

Cari amici,
ebbene: a titolo informativo, io mi sposo. Non vi dico a quale ora di quale giorno, perché non vi interessa. Ho infatti deciso che voi non ci sarete. Già. Questo è un divieto, un diktat, una non partecipazione. So bene quanto voi che solfa siano i matrimoni e, nel rispetto del bene che vi voglio, non ritengo affatto giusto infliggervi il supplizio del mio. Se avessi scelto di invitarvi, il mio gesto sarebbe stato tirannico ed egoista: non vedo infatti come starmi accanto nel giorno in cui sarò così folle da dire Ok alla monogamia, possa rendere la cosa meno triste. Voglio che quel giorno l’onere di patire tanto dolore sia mio e mio soltanto.
Casomai sapeste di altre persone da me invitate, vi prego: non dubitate del mio amore per voi, perchè sappiate che si tratterà esclusivamente di vendetta.
Saranno solo persone che mi stanno sul cazzo.

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