A causa del mio ultimo post, mi si è rimproverato di aver reso pubblico un diverbio nato in una situazione reale, di aver messo i diretti interessati alla berlina ingiustificatamente, irrisoriamente e, quel che più conta, totalitaristicamente: scrivendo quel che ho scritto in Io voglio, devo, posso, avrei infatti eluso ogni possibilità di chiarimento o risposta da parte dei presunti offesi. Tutto ciò ha sollevato un inverosimile polverone reale (presso persone che spesso frequento) e mi ha personalmente portata a varie entusiasmanti conclusioni (non per ultima, la presa di coscienza di quante sgradevoli persone si facciano i cazzi miei sbirciandomi di tanto in tanto attraverso sexandfood). Quanti giudizi di ipocrisia e critiche al mio costume immagino mi siano piombati addosso! D’altronde, leggere su una pagina web le opinioni personali, e mai manifestate prima, di una conoscente, suppongo sia traumatico; soprattutto quando l’apprendimento di queste opinioni non fa altro che assecondare pregiudizi e confermare sentimenti nei confronti della stronza che s’è permessa di esprimere i suoi senza peli sulle dita. Sebbene tema che le conseguenze del mio post derivino in buona parte dalla sua totale ineccepibilità e, perché no, verità, il dado è stato tratto, certa gente ha potuto avere la prova di quel che spesso penso a suo riguardo e, dopo aver volontariamente attraversato il Rubicone, s’è consumata la disgrazia. Ora che i miei verbi sono scritti, lì rimangono. E lungi da me ritrattarne scrupolosamente il significato o dar strategicamente loro una motivazione altra da quella che è già stata scritta.
Il mio cruccio è un altro.
Sono addolorata.
È successo l’imprevedibile.
Adesso che il mio alter ego bloggistico è stato improvvisamente smascherato, adesso che s’è palesato agli occhi di tutti e sta sulla loro bocca che vive solo dell’altrui sparlottamento, la paura mi assale, la mortificazione mi prostra, il senso di colpa mi divora. A questo punto della mia carriera pubblicamente offensivistica, cosa il popolo mi consiglia di fare?
• Chiudere sexandfood
• Privatizzarlo
• Scrivere un post di chiarificazione apologica che mitighi lo scandalo
• Abolire l’ICI.

Ebbene, siete tutti invitati, a dispetto del mio supposto totalitarismo, a dire la vostra e consigliarmi la giusta strada su cui muovermi.
Anticipatamente, vi ringrazio.

Ma un attimo.
C’è qualcosa che mi sfugge. Un prurito costante alla mia ipofisi mi attanaglia l’animo e me lo stringe in un’infernale morsa che mi par soffochi il mio gentil petto. Una spinetta sotto il mio adiposo fianco invita le mie dita a veloci danze rotanti senza ch’io possa fermarle. Una vocina solletica fastidiosamente la mia tromba d’eustachio come una mosca ronzante che saltella spensierata sulle mie sinapsi.
Sì, è così.
A ben pensarci,
NO.
Non ho la benché minima intenzione di fare nulla di tutto ciò.
Perché, ora che mi ricordo..
io me ne fotto.

                                                                            Pa 05/05/2006

Cari amici che vi nascondete dietro le apparenze più spietate e accusate chi reagisce con gli stessi mezzi a sua volta (vuoi per stanchezza, vuoi perché crede che in fondo una giustizia cosmica esista e, se non esiste, allora tanto vale farsi giustizia da sè), quant’è tosta la vostra faccia?
Mi addolora enormemente avervi arrecato così acre offesa attraverso la mia cantilena e il suo asterisco.
Ma, oh perbacco!
Tanta poca ipocrisia so rispondere alla vostra, che io quasi me ne fotto.
Quasi dimentico che il problema non si pone.
Perchè io, quel vostro falso perbenismo, non solo non ricordo una sola volta in cui me lo sono inculato, ma per quanto mi conosco (e in ciò mi amo molto), so bene che mai me lo inculerò.
A. Accusarmi di aver reso pubblici una discussione privata, una persona di cui non si è fatto nome o i miei sentimenti a riguardo, è ridicolo o folle o tutte e due. Perché solo un ridicolo folle potrebbe considerare pubblico un blog in cui bazzicano utenti per lo più sconosciuti tanto a me quanto più ai miei cari offesi: è burlesco, pretestuoso, un modo (l’unico di cui disponete) abilmente escogitato per confermare la mia bruttezza, la mia pochezza e tutto quello che di me non è mai stato chiaro, quindi mendacemente aperto ad erronee, arbitrarie e  meschine interpretazioni. Temo inoltre che un momento in cui due o più persone si scoprono a parlare di una terza che né c’è né può sentirli, sia più pubblico di un blog, oltre che più gretto e infelice.
Quindi rettifico:
Cari amici che vi nascondete dietro le apparenze più spietate e accusate chi reagisce con quasi gli stessi mezzi a sua volta. . 

B. Il fatto che le accuse siano state mosse da gente che non ha mai avuto il buon senso o l’educazione di sciacquarsi la boccuccia un attimo prima di spararle grosse sull’altrui conto, non vedo come possa interessarmi o sollecitare i miei sensi di colpa per quello che per la prima volta (e non certo l’ultima) ho deciso di scrivere. Perché a tutto c’è un limite dopo il quale, come dicevano saggiamente gli antichi babilonesi, ci si rompe il cazzo.
Chiunque fraintenda i fatti di cui ho scritto e ne tragga le proprie eccessive conclusioni, si ritenga libero di farlo: professando libertà d’espressione, non vedo come potrei malvedere libertà di ricezione. Questo però non significa che quel chiunque possa ritenersi altrettanto libero di estendere le mie opinioni da postilla (quanto al post, infatti, sfido a trovare qualcuno che me lo pregiudichi) al di là dei diretti interessati: la giovin chioma e chi si trova accanto.
Per contro, non avete alcuna esclusiva. Calmatevi. Trovatevi. Fermatevi, voi e l’insano passaparola che avete scaturito in cerca di consensi collettivi. Non siete così importanti da essere gli unici bersagli o le sole fonti di ispirazione delle mie acide, contorte, sessuali, alimentari, politiche, sociali riflessioni: sexandfood sopravvive anche senza di voi. Molti spesso leggono, commentano senza rendersi conto che quel che leggono potrebbe essere riferito proprio a sé o venutomi in mente leggendo loro. Perché, nella fattispecie delle mie ultime cantilenanti riflessioni, il mondo è fin troppo pieno di gente che non solo dice di volerlo cambiare non muovendo un dito per farlo, ma anzi lo deturpa attraverso cattivi modi, orribili caratteri, spaventosi pregiudizi e l&rsquo
;infinita ipocrisia con cui manda avanti la propria vita e inquina quella d’altri. E non c’è mondo che cambi senza un uomo cambi innanzitutto il suo. Quando vorrete, se vorrete, pronta a ribadirlo in qualunque sede. Ma se decido di scriverci qualcosa a riguardo, allora lo faccio quando voglio, come voglio, e dove voglio.
Chi non fosse d’accordo, si autoproclami cavaliere senza macchia, si tributi un encomio e si fotta.

Ma con amore.

P.S. Dio mi fulmini se non mi sono mai annoiata così tanto come a scrivere queste stronzate oggi.

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