Quando entrò nella camera, ammutolirono tutti. Vestiva uno stile che non si sentiva da tempo, tanto dimenticato che non mancò chi si chiese se fosse mai esistito. Aveva un’aria evanescente, resa morbida e fluttuante dalle lunghe frange del suo scialle in fitto macramè che quasi sfioravano il terreno. E quello stesso terreno sembrava gioire, eccitato, di quel contatto che mai avveniva, tanto da darsi in impercettibili tremolii ogni volta che la sua dolce scarpetta a tacco basso toccava il pavimento e i suoi bizzarri disegni. Su di loro poggiavano alte pareti roselle compatte che, al primo sguardo che lei diede, si presero di collera e decisero di opporsi al bianco candido del suo volpino cercando di accendersi di rosso, per poi rassegnarsi e impallidire fino ad uno sciatto giallino spento. All’improvviso, più il suo passo incedeva sicuro più l’aria si riempiva degli sguardi stizziti delle donne, facendosi cupa. In pochi secondi poté solo respirarsi un’acre noncuranza tradita dai visi sprezzanti delle eleganti femmine avide dell’attenzione di quegli uomini distolti dalla sua comparsa e ormai lontani col cuore. Le tende arancioni piansero di enorme tristezza quando smise di toccarle anche il sole che, offeso da tanta impudenza, scelse di punire quelle anime elemosinanti guardando altrove. Se gli uomini presenti fossero stati più attenti e meno abbagliati da quel fascino chiaro e chiaramente ostentato, avrebbero colto quell’attimo di esitazione che bloccò le sue graziose scarpe accennando ad un soffio di delusione, amarezza e sconforto. Ma nessuno se ne curò, grazie a dio, e fu questo ciò da cui le sue scarpette a tacco basso trassero la forza di spingersi in avanti senza più timore e insicurezza. Si fermò quasi al centro della sala e i filamenti dorati di quel lampadario imponente sembrarono anch’essi guardare nel punto dove si era fermata per sfumare la sua attesa. Che motivo c’era di esitare oltre? Cos’erano orgoglio e buontono di fronte alla paura di deludere quell’angelo alimentandone l’attesa? Le sue ali si sarebbero abbassate, i suoi occhi, delusi, si sarebbero socchiusi, le sue mani avrebbero tremato. Così quelle mani i galantuomini si affrettarono a prendere tra le loro e finsero di baciarle quasi per paura di sporcarle con le proprie labbra ebbre di champagne, accennando ad inchini fatti maldestri per il desiderio di non togliere il proprio sguardo dal suo. Sciocchi. Così sciocchi da credere che lei se ne sarebbe ricordata. Così sciocchi da pretendere di restare tra le sue preferenze tanto quanto ogni loro sguardo avrebbe retto la sua vista. Le donne intanto iniziarono a rincrescersi e, come spinte da un vorticoso moto centrifugo sorto al di sotto dei ghirigori del lampadario che continuavano a muoversi come le serpi sul capo di Medusa, finirono col confondersi con la tappezzeria e nel giro di pochi minuti si trovarono così isolate da assieparsi, solidali, in un solo canto, in prossimità dell’alta porta di legno spesso. E potrei giurare che un attimo prima quella porta fosse più distante.
Incantata da tanta gentilezza e tante cure sconosciute, elargiva sorrisi che si facevano incerti ogni volta che passava da un viso ad un altro, cercando di capire se l’ultimo fosse veramente un nuovo o uno dei tanti prima di lui. I suoi guanti lindi al sapore di panna si piegavano, si distendevano, si ritiravano ad ogni labbra; le sue palpebre sbattevano aritmicamente seguendo il tempo dei visi che le passavano dinanzi; i complimenti iniziarono a riempire la stanza, satura di desiderio, calda di sospiri, insieme ai sussurri dei suoi grazie, morte di ogni grazia. Che` lei ancora non sapeva -e chi mai avrebbe potuto dirglielo?- che quando una donna ringrazia  un uomo per un complimento osato, di cuore o senza, una delle tre piange.

Oh, Sophì.

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