Ci sono cose che piacciono e cose che non piacciono, ed è davvero strano constatare quanto spesso piacciano le cose che ad altri dispiacciono.
"Che figona"
"Chi? La polpetta ambulante con culo abusivo in attesa di sanatoria?"
Ancora più incredibile delle cose che piacciono e non piacciono è la loro reversibilità, quelle variabili frazioni di tempo tra un momento in cui le cose piacciono e quello successivo, in cui non piacciono più. È da una vita che la gente riprende con aria vistosamente irrisoria e sufficiente il modo brusco con cui mi stanco e stacco dalle cose per cui ho vissuto fino un attimo prima. A quanto pare non è carino, no. È solo un misero retaggio di un’età infantile e viziata dove era lecito buttare il vecchio per il nuovo ad una velocità alta, ma consentita. Adesso no. Adesso è diverso. Non solo è diverso, ma di quel che c’è, ce n’è di più. Lo dicono i numeri che aumentano. Quelli dei miei anni, delle mie conoscenze, dei miei capelli bianchi, dei miei compiti, dei miei cd, delle altrui pretese e porcatroia dei miei chili. E intanto cresce al passo dei numeri che aumentano la necessità di centellinare attrazioni e passioni, accusando di incoscienza l’impeto nell’amare una cosa e solo quella con tutto quel che c’è, senza riserve e soffocandolo di conseguenza. Maturità, raziocinio, responsabilità o parsimonia che si chiami, mi sembra una squallida strategia a mo’ di gabbia in cui infilarsi con misure appositamente prese dagli altri al fine di poter vivere meglio tutti.
Ho avuto la mia prima chitarra a 12 anni e ho passato un’intera estate sugli esercizi di distensione delle dita, di modo che anche le mie, tanto piccole, potessero abbracciare più tasti possibili. I polpastrelli iniziarono a gonfiarsi, ad annerirsi e poi a diventare ruvidamente callosi. Ne ero incredibilmente soddisfatta e pensavo che non me ne sarei mai pentita. Erano la prova più durevole della mia nuova passione, il segno tangente che aveva lasciato su di me.
Così, con dita livide e formicolanti, eccola qui La Ragazza Che Canta, senza cui nessun falò è un falò, a cui obbligatoriamente chiedere faccisentirequalcosadai in qualsiasi momento. Poco dopo, quando ho realizzato che, invece di tornare a casa a prenderla tanto valeva portarmela dietro perennemente, iniziai a trascinare la mia chitarra ovunque, e diventare La Ragazza Che Canta Con La Chitarra fu il passo successivo e più veloce. Non mi piaceva affatto scarrozzare Consuelo nel cofano della macchina e costringerla a subire il trauma di ogni buca. Qui le strade riflettono poetiche esistenzialiste così profonde da voler restare tortuose e mai dritte. D’altronde su una strada ben asfaltata ci si annoierebbe.
Non mancava chi mi credeva un’eccentrica affetta da evidenti manie esibizioniste. Non era colpa mia. In realtà erano stati gli altri a creare il mio personaggio e io non facevo altro che accontentarli quando mi chiedevano di dargli voce. Quella voce piaceva e più piaceva meno si stancavano di sentirla. Me ne stancai io stessa, ma allora mancavano ancora 11 anni.
Q
uell’estate mi ritrovai a girare con una tizia che aveva deciso di presentarsi come una mia grande amica e andava sfoggiando me e la mia chitarra dappertutto, come se la mia voce e le mie mani fossero un suo orgoglio o, ma lo immagino solo adesso,  colmassero la totale mancanza di afflato e tatto che l’ha sempre in-distinta.
Quando un giorno di molti anni più tardi, alla cornetta, mentre mi sorbivo già da una ventina di minuti le sue arringhe a difesa della superiorità della ceretta su qualsiasi altro fascinoso metodo  depilatorio, ho avuto paura, l’ho liquidata costretta da un fantomatico latte che stava bruciando su un inesistente fornello e ho riattaccato sollevata.
La chiamai pochi giorni dopo e la tizia stentava a parlare, la sua voce tirata aveva poca voglia di rispondermi e malcelava imbarazzo.
"Cate, tu il latte non l’hai mai bevuto".
Avrei dovuto dirle di aver rovesciato la Ferrarelle dentro l’acquario e che le mie aragoste se la stavano svignando.
Così, sebbene ammetta che tra tutti gli amori della mia vita quello sia stata il più duro a stancarsi, dopo la mia prima chitarra e i 10 anni in cui l’avevo suonata mi stancai  anche di lei. Era arrivato il tempo di cambiare aria e materiali. Un’elettrica. Sì, una chitarra elettrica mi avrebbe permesso, approfittando della sua stessa distorsione, di sfoderare la mia innata aggressività senza poterla rimproverare.
Il personaggio cardine delle piccole cricche da falò fatte da filosofeggianti menti dagli aspetti volutamente trasandati e nostalgici di un ’68 che non avevano mai vissuto, quella r.c.c.c.l.c. delle albate di fine estate sulla spiaggia permeata dall’odore di sangria, cedette il posto ad un’altra mirabile creazione: la ragazza cattiva dal kajal spesso e nero come la sua strato che suonava quella che la mia insegnante di religione del liceo avrebbe definito la musica del diavolo –anche se, a pensarci bene, la mia insegnante di religione del liceo una volta ha realmente definito qualcosa come la musica del diavolo. Ed erano i Beatles. Chiaramente non aveva ancora sentito i Type o negative e la loro versione di Day tripper.
Penso che la gente nasca con un’insaziabile necessità di dare un nome alle cose, di distinguerle, di catalogarle, come se, così facendo, le cose diventino più facilmente controllabili e meno pericolose. Da donna angelo stilnovistica diventai improvvisamente maliarda e suadente, la donna della combriccola vista sempre con sospetto e frequentata con disagio, di cui non era mai una buona idea fidarsi. A onor del vero, questo valeva per le donne, che`, quanto agli uomini, ho sempre stretto ottimi e |più che| fraterni rapporti con loro.
Chissà (io) perché (sesso?).
Iniziai a camminare con passo più sicuro di quanto, conoscendo le mie gambe, potessi aspettarmi e con l’espressione che il mio sopracciglio sinistro, tendente altezzosamente verso l’alto dalla nascita, aveva deciso per me. Tremendamente eccitante sapere e fare finta di no, celarsi per inventarsi e distrarre gli altri. Di fronte la noia da bandire, ci si fletteva e piegava al nuovo con trasporto crescente, sfidando e rispondendo ad ogni segnale di stanchezza negandolo, con la stessa convinzione con cui si nega quel profondo senso di crisi crisi e aridità che segue l’ultimo amplesso tra i tanti senza nome.
“Lui è il mio ragazzo, Paolo”.
“Mi chiamo Claudio”.
“Ma quanto sei pignolo”.
Eppure col tempo anche le novità smisero di esserlo e, quando le risorse si esaurirono, ho avuto paura e ho riattaccato liquidandomi senza ricorrere al latte.
Mi ero stancata delle Strato, del mare e dei tramonti.
Avevo cambiato musica, amori e generi come fossero culottes.

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