Era una Natale come questo e anch’io ero come adesso, forse solo un po’ più bassa e senza tette. Vagavo per casa con aria furtiva per non far capire ai miei che stavo dannandomi per trovare i regali che avevano nascosto. Babbo Natale era stato dichiarato ufficialmente inesistente un anno prima, quando avevo scritto la mia ultima letterina a caratteri cubitali e l’avevo lasciata sul lampione di fronte casa  –un atteggiamento che oggi definirei profondamente gotico, ma che ricordo come l’espressione della speranza che Babbo Natale riuscisse ad afferrare la mia letterina velocemente e della paura che cercasse di intrufolarsi giù per un camino che non avrebbe trovato.
Quel giorno mi ero imbattuta solo in quelli che allora erano i regali di gente a me estranea, quella povera che trovava modi gustosi per ringraziare mio padre delle operazioni non pagate: cesti di vimini pieni di bottiglie, salamini chilometrici, sacchetti di caciotta, grossi barattoli di conserve adagiati su filamenti luccicosi o bambagiosi. Sarebbero passati mesi prima che tutto venisse consumato. Così mi inginocchiavo per metà, come se dovessi cadere sul sedere da un momento all’altro, e in quella posizione sfilavo con due mani ogni leccornia dal cestino per poggiarla sul pavimento, sbirciando di tanto in tanto verso la porta del soggiorno e poi, se mi andava bene e non frantumavo nessun barattolo, agguantavo la cesta e correvo per le scale sulla voce di mia madre che urlava “Ma dov? ..Posa quel cestin..VIENI QUA!”. Perché quelle ceste erano talmente grosse da potermi contenere. O forse ero io ad essere così piccola da poterci entrare. Così le portavo nella mia stanza e mi addormentavo nel prurito di quell’ imbottitura filamentosa argentata.
Era un Natale dai regali ben nascosti, quando una mattina ne vidi uno sperando fosse il mio. Era una scatola lunga, magra e marroncina, cinta da un nastro rosso, alta quanto l’alberello sintetico e striminzito accanto a cui era stata messa in piedi. Una bustina bianca attaccata alla scatola conteneva un bigliettino di parole in corsivo e alla fine una sola parola in stampatello maiuscola: NONNA TINA, che è l’abbreviazione di Nonna Caterina. Nonna Tina è la nonna che, per quanto ne sapevo io, quando ero nata avevano deciso di chiamare come me per rispettare la tradizione. Nonna Tina è sorella di zia Pina, zia Lina, zia Ina, zio Masìno e figlia come loro di una guerra e di tempi pigri in cui tutti si appellavano con nomignoli che erano l’abbreviazione di qualcos’altro.
Anche se sapevo che quella scatola non mi sarebbe servita per dormirci dentro, la presi con fare clandestino e la trascinai su. Venti gradini e dieci minuti dopo, stavo in camera mia con le mani rosse e gonfie per lo sforzo nell’aprire quel cartone impenetrabile. 
Era una pianola. Un aggeggio marrone e pesantissimo dal totale design 80’s. Aveva una tastiera di  solo tre ottave, ma lì per lì mi sembrò il pianoforte più grande e lungo che avessi mai visto. La parte sinistra era ricoperta da tre file di tastini rettangolari disposti obliquamente e colorati di rosso, arancione e giallo a partire dall’alto fino al basso e, sebbene al tempo non lo sapessi, dovevano servire a fare gli accordi in diesis emettendo il suono di una fisarmonica. Sulla parte destra della tastiera c’era l’accensione simile all’interruttore di una abat-jour e ancora più su la barretta rossa del volume, fino alla scritta in grassetto Antonelli – Golden Organ 2550. Ricordo tutto benissimo. Attaccai il cavo ad una spina e non c’era nulla, nessuna spia a segnalare se quel coso si fosse acceso o no. Ma si era acceso, perchè in quello stesso istante sentii il rumore di una ventola fortissima che proveniva dal retro della tastiera. Mettendoci la mano, capii che l’aria usciva davvero ed era caldo-tiepida. Quel giorno lo passai a suonare in un modo che solo Luigi Russolo e i suoi intonarumori avrebbero capito. Avevo circa otto anni; i tempi di Consuelo, Ænima e Judith erano ancora lontani e, sebbene di musica non ne capissi nulla, il suono del pianoforte mi aveva sempre affascinata. Ricordo mia madre che mi raccontava di quando da piccola era stata costretta a prendere lezioni di piano che le avevano causato un totale rifiutodio per lo strumento; ad ogni mia preghiera, ripeteva che quello era un motivo più che giusto per non fare studiare musica nemmeno a me.
Brava, mamma.
Grande stronzata, mamma.
Così avevo preso l’abitudine di passare la domenica a casa di certi miei cugini che avevano un pianoforte in casa e che spesso se ne lamentavano. Quando sentivo qualcuno dire di aver abbandonato le sue lezioni di piano, mi meravigliavo, chiedendomi perché: per me era impossibile arrivare a provar noia a causa di un pianoforte.
Adesso però anch’io ne avevo uno . In scala un po’ più ridotta, sì. Magari senza quel suo elegante suono d’avorio. Ma quelle tre ottave mi bastavano per eseguire i miei cari tempi di gavotta. Da quel giorno iniziai a passare ore e ore chiusa nella mia camera a grugnire di rabbia ogni volta che sbagliavo una nota de i soldatini passano o quando non riuscivo a dissociare bene le mie mani per fare due accompagnamenti diversi nello stesso tempo. Così, un giorno di quelli, decisi di prendere un pennarello rosso e scrivere do re mi fa sol la si su ogni tasto. Bastava prendere una partitura, chiedere a mia madre di tradurmi in sillabe le sue note, mettermi davanti alla mia pianola e suonarne i tastini scritti di rosso. Certo non divenni una pianista e non imparai mai a leggere la musica correttamente, ma l’amore per quella tastiera fu tale da farmi svegliare presto la mattina per poterla suonare prima di andare a scuola e a poco a poco mi accorsi che camminando per strada, seduta al mio banchetto, pranzando o qualsiasi cosa facessi, le mie dita iniziavano a battere sui miei pollici come se stessero suonando tasti veri. È l’unico tic che ricordo di aver avuto da bambina e quello a cui ero tanto affezionata.
Una decina di anni fa, in piena crisi riot-adolescenziale, dopo aver imparato a suonare la chitarra, la mia pianola venne accantonata. Iniziò a prendere polvere sopra il mio armadio, così decisi di buttarla via, delegando mio padre probabilmente per la paura di trovarmi di fronte i cassonetti dell’immondizia e non esserne più capace.

Ieri pomeriggio camminavo per il traffico natalizio palermitano insieme a mia sorella. Cominciando a sentire il peso del freddo smoggato e dei regali che tenevamo in mano, lei decide di attraversare la strada per entrare in un negozio che andava dal baggiano all’inutile, pieno di cianfrusaglie ammucchiate, quadri antichi, oggetti kitsch e poltrone che odoravano del disinfettante che usano nei mercatini dell’usato. Dopo aver fatto un breve giro sconfortante e nauseabondo tra tutta quella roba logora e nostalgica, la chiamo per andarcene, ma lei rimane di fronte un mobile a parete pieno di vasi cinesi appartenuti a chissà chi e telefoni sip.
“Guarda. Quella somiglia alla tua pianola”.
“Già. Andiamo?”.
“Guarda. Qualcuno ha scritto le notte in rosso sui tasti, come facevi tu da piccola”.

Tuffo al cuore. Squarcio nella mente. Vertigini su uno sgabello troppo alto. Le mie dita piccole e il profumo del maglione di lana di mio padre dietro di me che le guidava. Suoni stonati dei miei pugnetti incazzati sulla plastica. Giorni senza tradimenti. Tempi senza parole in grado di definire il dolore. La felicità dell’incoscienza.

Ho ricomprato i miei ricordi a soli 9€. 
E ancora suonano
.

 

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