Ecco quel tappeto di gente in nero elegante e datato, rimasto per chissà quanto tempo dimesso in un armadio ad impregnarsi dell’odore bianco della naftalina.
Nauseanti pallette di naftalina si stringono le mani ammiccando di intesa concordia.
La sala è l’ovale di una luce artificiale che spiove diffusa dalle pareti scandite con finti arazzi dipinti in stile Madama e colonne forti testimoni di salda storia –fiducia del cazzo o speranza nel nulla migliore.
Basta scegliere chi ce la mandi buona.
L’atmosfera è zenitale. L’aria disturbata.
Non c’è spazio per accorgersi delle finestre schiacciate da mezzanino da cui filtra un pulviscolo di vera luce del mondo che mette in vibrazione e taglia ansiosamente in diagonale quel brusio baritono che si alza fino al soffitto e stordisce.
E’ l’estasi di una nausea.
Rintrona quello sciame di voci che si spegne quando quel vecchio tarchiato esce da una porta accompagnato dal fastidio di una mosca che, leggendo o orando, scaccia improvvisando un buffo solfeggio scoordinato rispetto alla solennità del suo tono raschiato.
Dirige i gesti dei suoi devoti fedeli al lutto.
Pretende speranza. Elemosina fiducia, tranquillo come un quarto di pollo.

Non imparo l’amore da chi non l’ha mai fatto.

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