Qui si vive una città in cui il caldo, quando arriva violento come in questi giorni di mezz’estate e, non contento, si fa afa, riesce a trasfigurarne l’aria, fino a rendere ogni sua zona un posto insolito e fascinosamente irriconoscibile.

Le città si dividono in due categorie: quelle abitate da gente che ha la fortuna di viverci e quelle abitate da gente che ha il coraggio di restarci.

La mia è una di quelle in cui serve avere un po’ di fegato, illuminata elasticità mentale e sano spirito d’adeguatio al rigore di certe leggi che non sempre sono favole per bambini.

Eppure l’arsura arriva per tutti micidiale, si comporta da livella e trasmuta ogni sapore tradizionale e consueto nell’espressione del folklore più atipico.

Camminare per l’estate di Palermo è un’esperienza quasi surreale.

Sembra che pulsi aritmicamente seguendo il passo lento e giallo dello scirocco sabbioso che colora di ocra i tetti delle macchine rigorosamente in doppia se non tripla fila, rendendo quel pulviscolo il loro sudore secreto.

Tutto segue una cadenza rallentata che cambia solo all’angolo tra una strada che attraversa parallelamente la città e quell’altra che la taglia e da’ sul porto che rinfresca con la sua brezza da tramontana.

E lei lieve allevia .

Respira alla velocità con cui le donne di quartiere escono dalle loro porte diroccate sotto case bombardate e mai più restaurate* –che siano un cimelio d’onore e resistenza bellici e, come tali, beni di stato da salvaguardare o far rimanere tali?.

La Gna’ tipica è di stazza generalmente robusta, si veste in modo classicamente siculo, il più delle volte sceglie il nero di un lutto di chissà quanti anni fa. Aspetta la sera per accamparsi maestosa come

la Circe del Dossi di fronte l’uscio, prende in mano il ventaglio più prezioso della propria dote e siede con gambe leggermente piegate e divaricate su sedioline che nessuno oserebbe mai scommettere possano reggere il peso dei suoi cuscinetti coperti dall’intransigenza di un’onnipresente sottana merlettata per tutte le stagioni.

Sta lì a susciarsi lentamente e seguire con lo sguardo chi le passa dinanzi senza guardarlo davvero.

Il Commare tipico  forma gruppo autonomo prendendo debite distanze dalla sua consorte. Indossa un irrinunciabile berrettino per tutte le stagioni che non importa se sia di feltro ed è arrivata l’estate: la coppola è un dettaglio da vivere come un bene prezioso quanto il proprio nome. Ma quando la vecchia signora sull’uscio chiama il suo uomo da un isolato all’altro, questi poggia dama e carte siciliane sul tavolino del bar e, farfugliando al proprio storico compagno di scopa qualche simpatica bestemmia rionale per congedarsi, corre ai comandi della sua strillona. Arriva a pochi centimetri da lei, ma la sgrida ugualmente in pubblico per aver osato vociare, e lo fa vociando più di lei.

Ma intanto ha corso.  

E se non è amore questo..

C’è chi non bada al caldo e lo sfida con interminabili tornei di calcetto che si dilungano fino a sera inoltrata sul bugnato giallo e sdrucciolevole del centro storico. Sono instancabili creature dal petto nudo, calzoncini e piedi scalzi per tutte le stagioni. Dopo la mezzanotte i piccoli atleti cedono al sonno, bussano al citofono delle loro case, ammuttano il portone con tutto il loro corpo e poco dopo si potrebbe pure aver la fortuna di vederli addormentarsi su materassi saggiamente posti sul balcone dei loro appartamenti solo dopo aver scambiato qualche sagace battuta col proprio dirimpettaio e il suo materasso nella palazzina antistante.

Ci sarebbe da chiedersi se questi piccoli eroi assonnati e indifferenti all’altezza dell’ ottavo piano non meritino di vincere un condizionatore alle lotterie ambulanti che attraversano in moto ape le strade dei mercati per regalare sogni da pochi euro. 

La mattina si svegliano all’alba per la luce delle finestre lasciate aperte ad elemosinare un po’ di frescura notturna che è non arrivata se non smoggata, oppure per la voce megafonata e preregistrata di un furgoncino che porta in giro sfincione appena sfornato e arancine ancora calde, o anche per la prepotenza del fumo allo strutto delle stigghiola appena insaccate.

E c’è sempre qualcuno che alle sette del mattino ha il coraggio di mangiarle sopra gli autobus per la spiaggia.
E se non è coraggio questo..

*Pictured by jacklord

 

[Edited version added]

La puntualità con cui certe zone -come questa– prendono fuoco in questo periodo dell’anno, non può che farmi insinuare che quei bastardi  della guardia forestale escogitino strane soluzioni per ricordare quanto il loro sia un lavoro necessario la natura spesso non sia clemente nei confronti di se stessa.

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