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	<title>Sessoecibo</title>
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	<description>[impara la vita una Janissa alla volta]</description>
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		<title>S. Valentino, la zebra e l&#8217;armadillo</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 16:40:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lajanissa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Maschiezza]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><a href="http://sessoecibo.files.wordpress.com/2012/02/iocero.jpg"><img class="size-full wp-image-407 aligncenter" title="iocero" src="http://sessoecibo.files.wordpress.com/2012/02/iocero.jpg?w=460&#038;h=310" alt="" width="460" height="310" /></a></p>
<p style="text-align:left;">Il locale in cui mi trovo, occupando svogliatamente lo sgabello con la seduta più scomoda della storia degli sgabelli, si trova su una delle arterie <em>pro</em> della città, dove si concentra la borghesia lavorativa e commerciale della Palermo che conta –in genere, i soldi che ha. Avvocati, medici, commercianti, imprenditori, valvassori e valvassini. E di cose da fare e soldi da contare, questa Palermo qui ne ha a iosa. È dunque giusto, quasi obbligato, che la sera, dopo aver fatto e contato tanto, si ritrovi a mangiare sushi in un posto così di una zona così per un giorno così. Dentro camicie stirate con un tocco indubbiamente filippino e rigorosamente coperte da stretch pull con scollo a V siamo tutti stanchi, ma più belli. Soprattutto se oggi è San Valentino. Che sia chiaro: noi a San Valentino non crediamo e dato che non ci crediamo usciamo a far bisboccia per ricordarci che single è meglio che impegnato. O sposato. O fidanzato ufficialmente. O in una relazione complicata. San Valentino non esiste, ma l’antisanvalentino ci piace. Tanto che, per sì e per no, stasera abbiamo tutti indugiato casualmente un po’ di più nel nostro Acqua di Giò –sai mai che nella generale ostentazione di un’euforia autoindotta si incontri quell’irriducibile e romantica squinzia così disperatamente priva del suo valentino da ritenere sufficiente un bicchiere di buon vino cavallerescamente offerto accompagnato da sprazzi di scambi allusivi e uno schizzo di occhio languido, oltre che da noccioline.</p>
<p><span id="more-404"></span>Entro, e niente mi sorprende. Sapevo già tutto all’ingresso, a partire dai grossi vasi bianchi e illuminati dall’interno che non fanno neanche finta di contenere mai alcuna pianta, vera o sintetica non importa. E non mi aspettavo certo di trovarci dentro Montmartre, entrare e passare la serata a disquisire amabilmente dell’apporto Dada alle correnti avanguardistiche del Novecento. O delle insidie della grammatica italiana. O dell’<em>Io sociale contro l’Io individuale oggi: rapporto, scontro e distinzioni nell’epoca moderna</em>. Questo no. Il locale in sé contribuisce a sconfortare velocemente ogni speranza, se mai stasera ne ho avuta una, di imbattermi in personaggi poco più diversi da un clichè. Design con assurde velleità nordeuropee (e andrebbero pure bene, se i cumuli di spazzatura sulla strada su cui ho guidato fin qui non ricordassero che milioni di anni e tettoniche delle placche eppure siamo sempre più vicini all’Africa che al resto); luci soffuse per un  immediato effetto antiruga ma seguíto da tragiche ripercussioni sulla retina; nero e bianco unici colori in tutto il locale (sono neri e bianchi soffitto, pavimentazione, pareti, angolo bar, sushi, camerieri); bancone sushi all’ingresso, degno avvertimento per gli utenti in stile Lasciate ogni finanza, voi che entrate. Alle spalle di mini silos traboccanti di alghe e pesce crudo, figuri poco nipponici –felici ancora meno– fanno polpette di riso con le mani e senza guanti; poco più avanti, orchestrina minimale (ché altrimenti non sapevamo proprio dove metterla) suona un jazz di cui si potrebbe fare a meno e a un volume esagerato –ma nel corso della serata mi ricredo e la ringrazio, perché di fronte le puttanate di qualcuno posso scusarmi e fare finta di non averle sentite bene.</p>
<p>Ma partiamo dall’inizio. In principio era l’invito di un’amica a un aperitivo con una combriccola di suoi conoscenti single, quindi stasera presumibilmente allegrotti sul deficiente andante. Della cricca fa parte un tizio su cui lei ha puntato gli occhi, è questa la notizia. Forse stasera ci sarà, quindi mi accompagni se non hai niente di meglio da fare? Accompagnarla mi sembra un dovere morale. Ho niente di meglio da fare? Fare uno sfregio al mio ragazzo –che oggi ha pranzato insieme alla sua ex storica<span style="color:#ff0000;">*</span>– mi sembra un dovere religioso. Dico No, andiamoci.</p>
<p>Spazzatura sulla strada, vasi bianchi all’ingresso, bancone sushi a sinistra, orchestrina jazz a destra, e in fondo i suoi amici che io non ho mai visto, ma so chiaramente che sono i suoi amici. Si tratta di una mezza dozzina di uomini all’incirca quarantenni, alcuni seduti, altri in piedi, intorno un tavolo in vetro su cui campeggiano bottiglie di vino ancora tappate dentro cestelli con ghiaccio. Nessuno di loro sta guardando nessun altro, sta parlando con qualcun altro, sta cagando qualcos’altro. Sono tutti –<em>tutti</em>– con la faccia china sui loro iPhone che io non ho ancora visto, ma so chiaramente che sono iPhone. Come animati da una sincronia trascendente, all’improvviso buttano tutti quanti indietro le teste e scoppiano a ridere, questa volta guardandosi. Qualcuno dice qualcosa, altri sembrano confermare, tutti continuano a ridere ma, forse per la stessa sincronia trascendente di prima, all’improvviso smettono e tornano su una pagina di facebook che io non ho ancora visto, ma so chiaramente che è facebook. Pochi istanti e via: teste indietro, grasse risate, qualche goliardica calunnia e altro giro altra corsa, di nuovo sotto a smanettare sui display. Conoscendomi, li sto guardando come guarderei il tentativo di accoppiamento tra una zebra e un armadillo su NatGeo.  Ma che bella serata mi attende. Ci avviciniamo, io mi butto addosso secchi di cordialità ma non sono sicura che sulla mia faccia non ci sia qualcosa di vagamente somigliante a uno yogurt tenuto al sole da tre giorni. Ciao dalla mia amica, Ciao corale da loro, Lei è Caterina, Ciao da me –e quelli sono tutti iPhone–, avvicinamenti per presentazioni con strette di mano, sorrido io, sorridono loro, sorridiamo tutti, butto un rapido sguardo giù –e quelle sono tutte pagine di facebook. Finiamo le presentazioni e, solo ora che è arrivata gnocca, intascano finalmente i cellulari. Ognuna di queste persone tocca almeno il gomito dell’altro, eppure poco prima stavano tutti comunicando attraverso bacheche e commenti. Le mie attese forse erano sbagliate, perché stasera un po’ di surrealismo in effetti c’è, anche se poco avanguardistico probabilmente.  Quello che segue non riesce a fuoriuscire dalle tristi frontiere della repubblica di amarezza, confinante a nord con lo stato di prevedibilità: sonori stappi di vino con biascicati prosit per i single in un italiano molto poco italiano (e il solito, incredulo “Ma che vuol dire <em>astemia</em>?”), motti di spirito molto poco di spirito, ostentazioni di allegria molto poco allegra e, ovviamente, tentativi di approccio molto poco riusciti, per una corsa verso un finale estremamente commovente in cui i baccanali di una sera lasciano il posto alle facce tristi di chi andrà in bianco anche stavolta e non gli basta essere ubriaco per fingere di non saperlo.  Non riesco a evitare un pensiero editoriale: qualcuno ha mai pensato di scrivere un manuale per i quarantenni? Un libercolo con rapidi consigli per evitare agli uomini certe imbarazzanti e irreversibili figure di merda degne di un ragazzino acneico, esiste? Sorrido. Se non esiste, lo scrivo io –dopo una serata così le idee tracimano, per alcune ho già in mente simpatiche illustrazioni e sagaci didascalie!<br />
(Caro uomo che ho appena conosciuto per caso –o forse più per espiare chissà quale atavica colpa:</p>
<ul>
<li>Se ci stiamo presentando, darti la mano mi sembra più che sufficiente. Evitiamo di baciarci subito e scambiarci tanti microbi e batteri, dai.</li>
<li>Se ci siamo conosciuti due minuti fa, tu non provi a mettermi un braccio intorno al collo. Mai.</li>
<li>Se ti dico che sono astemia, non guardarmi come se avessi detto <em>lebbrosa</em>: scommettiamo che a fine serata starò meglio di te?)</li>
</ul>
<p>Non riesco a evitare un pensiero legislativo: qualcuno ha mai pensato di rendere obbligatorio l’eventuale libercolo di cui sopra? Una legge che costringa ogni uomo a fare l’uomo, altrimenti la galera. <em>Art. 739 comma 2: è severamente vietato a qualsiasi cittadino italiano di sesso maschile compiere 40 anni prima di aver letto il manuale “Guida a un comportamento degno di un quarantenne”</em>. Sorrido. Se non esiste, propongo un referendum io.</p>
<p>“Perché sorridi?” mi chiede qualcuno il cui nome sono orgogliosa di non ricordare. “Mi è venuta un’idea”. Lui alza le sopracciglia furbette e sgancia un sorrisetto da vecchia volpe.</p>
<p>(Caro uomo che riusciresti a sentirti unico al mondo pure in un centro commerciale la domenica pomeriggio:</p>
<ul>
<li>Se ti ho finalmente degnato di una frase dopo che non mi ti sono filata per tutta la sera, quante possibilità ci sono che la cosa ti riguardi?</li>
<li>Se ti dico che non mangio sushi, tu non provi a fare l’aeroplanino con le bacchette verso la mia bocca.</li>
<li>Se fai l’aeroplanino con le bacchette verso la mia bocca e io la serro guardandoti come guarderei il tentativo di accoppiamento tra una zebra e un armadillo su NatGeo, tu non ti sorprendi, né ci resti male.</li>
<li>Se io non te l’ho mai chiesto, non tirarmi una pippa di apologia dell’inverosimiglianza con un peana su come in genere conquisti le donne.</li>
</ul>
<p>Soprattutto</p>
<ul>
<li>Se io e la mia amica siamo le uniche donne presenti, anche se a fine serata ci raggiunge il compagno<span style="color:#ff0000;">**</span> di una delle due, non è mica carino offrire la cena solo a quella delle due che è ormai chiaro sia l’unica single.</li>
<li>Se comunque a questo punto è ovvio che tu non sia né mica né carino, non chiedermi di mettere quaranta euro quando io ho preso un’insalata e una mezza naturale, mentre tu e i tuoi amici barili di sushi e due fontane di vino.</li>
<li>Se ti chiedo “Quaranta euro non è un po’ tanto?” e tu mi rispondi “Sì, ma ne vale la pena anche se costa tanto perché io qui sto bene e mangio sushi buono”, io ti rispondo “Appunto. <em>Tu</em>, io no”. E subito dopo magari corri in chiesa e accendi un lumino alla santa protettrice della decenza pregandola di tornare a vegliare su di te).</li>
</ul>
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<p><span style="color:#ff0000;">*</span>Sarà stato per lui, o per lei, o per un pranzo caduto casualmente a San Valentino in cui ho letto un simbolismo cospiratorio, ma non ho preso la cosa molto bene, ammettiamolo.</p>
<p><span style="color:#ff0000;">**</span>Che vuole fare ammenda</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sessoecibo.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sessoecibo.wordpress.com/404/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sessoecibo.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sessoecibo.wordpress.com/404/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/sessoecibo.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/sessoecibo.wordpress.com/404/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/sessoecibo.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/sessoecibo.wordpress.com/404/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sessoecibo.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sessoecibo.wordpress.com/404/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sessoecibo.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sessoecibo.wordpress.com/404/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sessoecibo.wordpress.com/404/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sessoecibo.wordpress.com/404/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sessoecibo.wordpress.com&amp;blog=30474866&amp;post=404&amp;subd=sessoecibo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il radicchio, questo sconosciuto</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Aug 2011 12:44:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lajanissa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sui giovani d'oggi]]></category>
		<category><![CDATA[piercing]]></category>
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		<category><![CDATA[scamorza]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giorno del mio compleanno, il trentesimo, ho conosciuto una ragazza di ventanni che non sa cos’è il radicchio. E, casomai ne avessimo bisogno, mi sono sentita vecchia. Casomai ne avessimo ancora dubbi, ho capito di appartenere a un’era diversa, quella in cui tutti sanno cos’è il radicchio. Una differenza di 10 anni e tacchete. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sessoecibo.wordpress.com&amp;blog=30474866&amp;post=125&amp;subd=sessoecibo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sessoecibo.wordpress.com/2011/08/20/il-radicchio-questo-sconosciuto/radicchio/" rel="attachment wp-att-129"><img class="aligncenter size-full wp-image-129" title="radicchio" src="http://sessoecibo.files.wordpress.com/2011/08/radicchio.jpg?w=460&#038;h=242" alt="" width="460" height="242" /></a>Il giorno del mio compleanno, il trentesimo, ho conosciuto una ragazza di ventanni che non sa cos’è il radicchio. E, casomai ne avessimo bisogno, mi sono sentita vecchia. Casomai ne avessimo ancora dubbi, ho capito di appartenere a un’era diversa, quella in cui tutti sanno cos’è il radicchio. Una differenza di 10 anni e tacchete. Il povero radicchio è già andato in estinzione.<br />
Quando poi la stessa ragazza è entrata nel panico per aver perso la vite del suo piercing all’ombelico, ho sentito la mancanza di un piercing all’ombelico anch’io. Voglio essere una ventenne con il piercing all’ombelico anch’io, ho pensato. Però voglio sapere cos’è il radicchio -ché non penso potrei vivere senza sapere cos’è il radicchio. O forse sì, potrei vivere senza radicchio e non pormi il problema di sapere cosa sia, perché tanto avrei un piercing all’ombelico, che oggigiorno si sa.. Tira molto più del semplice radicchio.</p>
<p><span id="more-125"></span>È quella verdura rossa e bianca… Nulla. “Un po’ amarostica…”. Nulla. “…che mettono anche nelle grigliate o nelle insalate pronte…”. Nulla.<br />
Poco dopo avrei scoperto che quella stessa ragazza non sapeva cosa fosse la scamorza. E se prima, con la questione del radicchio, avevo finto un po’ di naturalezza per non metterla a disagio e perciò avevo chiuso lì la cosa con un veloce “. Vabeh, appena lo vedi sono sicura che lo riconosci”, nel caso della scamorza sono rimasta zitta, accorgendomi che avevo ridotto gli occhi a due fessure malefiche e abbassato istintivamente le spalle in segno di resa.</p>
<p>“Ma mi prendi per il culo?”<br />
“No”,  sorride “Non so davvero cos’è?<br />
“Non sai cos’è la scamorza?”<br />
“No”<br />
“La scamorza è un formaggio”<br />
“Ah, ecco perché. Io non mangio formaggi”</p>
<p>Cazzo vuol dire, idiota? Anch’io non tengo un elefante in casa, però so cos’è.<br />
Quello stesso giorno, l’ho vista aprire un panino, avvicinarselo alla faccia per guardarlo attentamente e, con un movimento che era la quintessenza della grazia, privarlo delle foglie di rucola che conteneva ad una ad una. Le pizzicava con pollice e indice e un’aria decisamente schifata, per poi buttarle non so dove, ma lontane, lontanissime da sé. La rucola, questo dio del male, era stato sconfitto. Svilito. Debellato.</p>
<p>“Cosa fai?”<br />
“Niente, tolgo queste foglioline verdi dal panino”<br />
“Non ti piace neanche la rucola?”<br />
“La rugola?”<br />
“La RUCOLA. Non ti piace neanche quella?”<br />
“Ah, questa è rucola?”<br />
“Sì è rucola”<br />
“Non lo so. Non la conosco. Non mi ispira moltissimo”<br />
Non ti ispira la rucola? Nel senso che la sua visione non ti stimola alla stesura di capolavori letterari imperituri? Ma la rucola non deve ispirare, cocchina di mamma tua. La rucola se magna.<br />
“Capisco”, ho detto, ma in realtà non era vero. In realtà non capivo né quella dolce ventenne che si inoltrava affannosamente sotto tavoli e sedie per trovare la vite del suo piercing all’ombelico né perché, mentre parlava, immaginavo che le cose che diceva le pensasse tutte contratte e piene di K.<br />
“Ma dv srà fnta qsta kavolo di vite?????”</p>
<p>Forse ho troppi preconcetti nei confronti dell’idea di gioventù? Invidia? Meglio sapere cosa sia la rucola e l’italiano scritto o avere ventanni e sbattersene allegramente dell’esistenza sia dell’una che dell’altro? Valentina, la mia cara Valentina, cara e soprattutto mia coetanea, quindi ampia conoscitrice sia di radicchio che di scamorza che di rucola, quello stesso giorno mi ha detto “Vabeh, Cate. È giovane”. Ma giovane il cazzo, le ho risposto. Perché io all’asilo disegnavo elefantini tutto il giorno.<br />
La giovinezza oggi è bella, incosciente e incolta. Non sa ancora cose elementari che se ne frega bellamente di sapere. La vecchiaia ha i capelli bianchi e si trascina dietro il mito che renda saggi.<br />
Di lei, qui si sono presi solo i primi. E di saggezza neanche a cercarne l’ombra sotto tavoli e sedie. Perché no, la vecchiaia qui non rende saggi. Fa solo amplificare difetti congeniti e pessimi modi.<br />
E io più divento vecchia più divento un’intollerante stronza.</p>
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		<title>Serie vita vera. Lo spogliatoio femminile: quante emozioni!</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 10:54:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lajanissa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita vera]]></category>
		<category><![CDATA[circuire]]></category>
		<category><![CDATA[dieta]]></category>
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		<description><![CDATA[Vado in palestra e faccio un’ora di sala, che per i non bisognosi/esperti in materia ginnica, equivale ad un’ora di esercizi con degli attrezzi invitanti e fascinosi come una falciatrice -che almeno ha il decorosissimo compito di spazzarti via l’erba, mentre quelli hanno l’effetto di spazzarti via la vita. E farti venire voglia di steroidi, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sessoecibo.wordpress.com&amp;blog=30474866&amp;post=124&amp;subd=sessoecibo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sessoecibo.wordpress.com/2010/07/31/serie-vita-vera-lo-spogliatoio-femminile-quante-emozioni/ishot-1002/" rel="attachment wp-att-147"><img src="http://sessoecibo.files.wordpress.com/2010/07/ishot-1002.jpg?w=460&#038;h=278" alt="" title="Attack of the Killer Tomatoes" width="460" height="278" class="aligncenter size-full wp-image-147" /></a>Vado in palestra e faccio un’<em>ora di sala</em>, che per i non bisognosi/esperti in materia ginnica, equivale ad un’ora di esercizi con degli attrezzi invitanti e fascinosi come una falciatrice -che almeno ha il decorosissimo compito di spazzarti via l’erba, mentre quelli hanno l’effetto di spazzarti via la vita. E farti venire voglia di steroidi, chiaro. C’è sempre il palestratissimo manzo di secondo taglio che consiglia di strafarti per aumentare il rendimento e quasi ti convince. Ma basta guardarsi un po’ intorno per cambiare idea, entrare in una qualsiasi palestra e ispezionarne anche distrattamente la fauna. Ovvero: uomini con un torace a forma di Germania e un culo delle dimensioni di un cheerios, che non riescono a sollevare un peso senza emettere un immancabile urletto cavernicolo, come se già il loro sex appeal non sia stato ridotto ai minimi termini dal loro aspetto di triangolo equilatero rovesciato. </p>
<p><span id="more-124"></span>In genere mi ci tengo a debita distanza, tento di scansare quei loro mastodontici corpi, i cui soli capillari, grossi quanto le mie dita, potrebbero graffiare a sangue. Altro modo per sfuggire al teatro degli orribili pompati è inforcare cuffie e spararle al massimo, perché i loro respiri primitivi sono così ridicolmente ed enfaticamente affannati da surclassare anche i Qotsa. Così, mentre loro continuano a pomparsi, io divento sorda. Oggi però, iPod grazie a dio lasciato a casa, mi sono goduta una scenetta da brividi e sudorazioni senza sforzi. Un quarantenne (e sono generosa) con il solito fisicaccio da Sopperisco-alle-ridicole-dimensioni-del-mio-membro-cercando-di-far-diventare-il-mio-avambraccio-un-mappamondo, ha preso a gironzolare intorno ad una poverina di massimo sedici anni per una buona mezzora. Roba che in uno zoo è contemplabile, fuori da uno zoo determina gli estremi per una chiamata veloce veloce ai carabinieri, ma che in una palestra è un tragico classico. Dopo un po’ ecco che il baldanzoso ornitorinco quarantenne in calore si avvicina finalmente all’innocente preda minorenne e, puntando il dito e l’intero braccio teso davanti quel  faccino innocente e sbigottito, sentenzia<br />
“Io / Ho / deciso / Che tu / Sei / davvero / Figa / Un caffè?&#8221;, scandendo ogni pausa con quel braccione che non esiste in natura. Ho fermato il tapis roulant per l’emozione, in attesa che volasse quel bel rovescione con cui qualunque essere umano dotato di un minimo di buon gusto spera sempre si concluda una scena di questo genere (horror). Purtroppo la fanciulletta, cui di sicuro nessuno ha mai spiegato la differenza tra complimento e circuizione, ha risposto solo con un lusingato Grazie / va bene, guadagnandosi per direttissima il ruolo di protagonista del filmetto che il qui presente Mister Muscolo Viscido si farà in testa durante la sua prossima pippa dedicata.</p>
<p>Insomma, faccio un’ora di palestra e nemmeno ho la soddisfazione di rifarmi gli occhi su qualcuno che rientri in un qualsiasi standard di decenza est-etica, ed è frustrante. Perciò, frustrata e con un pezzo di vita importante lasciato sulla gluteus machine e un po’ di polmone sul crosstrainer, raccolgo la mia roba e mi dirigo verso lo spogliatoio, con un sonno boia e la voglia di pregare le mie endorfine di restare lì -il mio rilascio non ha evidentemente nulla a che vedere con quello delle endorfine di certe cinquantenni che dopo un’ora di spinning sono tutte sorrisi e cosce pimpanti. Pazienza. Mi convinco che povere, loro hanno certamente smesso con ben altro tipo di attività motoria e le loro endorfine si liberano solo qui, sul sellino di una triste cyclette. Mentre io, oh yeah. Cazzo, io posso ancora darci dentro! (Magari non adesso. Magari tra un paio di giorni. Magari quando l’acido lattico mi permetterà di riprendere a camminare).</p>
<p>Apro la porta dello spogliatoio con noia, non sapendo invece che la mia giornata sta per prendere tutt’altra splendida piega. Dentro ci sono due donne, una di fronte l’altra, e da qui è solo l&#8217;altra che riesco a vedere. È una signora non proprio giovanissima in tenuta impeccabile: canottierina super aderente e leggings scalda arterie. Una bella spremuta di carne anziana con contorno di tette palesemente rifatte -e male, dato che tra l’una e l’altra ci sarebbe spazio a sufficienza per farcene entrare altre due- e tutto sommato un bel fisico (se per <em>bel </em>si intende non ancora morto e per <em>fisico</em> una cosa che sta in piedi). Quella seduta davanti a lei non riesco ancora a vederla, ma la sento. È una ragazzina e sta piangendo, con singhiozzi sonorosissimi e inconsulti che non riesce a controllare nemmeno quando si accorge che sono entrata. Appena dentro, il buongiorno mi muore in bocca. È chiaro che qui dentro non lo sia, così mi limito ad un cenno del capo e continuo a camminare per raggiungere il mio armadietto il prima possibile. Nel frattempo non posso fare a meno di chiedermi quale tragedia sofoclea sia capitata a quella ragazzina prossima alla fibrillazione, ed ecco che finalmente la vedo. Oddio. <em>Vedo</em>. La<em> vedo</em> per quanto è possibile che un essere del genere venga <em>visto</em>.</p>
<p>La sua schiena è così magra che le vertebre spuntano dalla canottiera come palline Ben Wa che, ad ogni singhiozzo, scompaiono e riemergono, scompaiono e riemergono. Resto ipnoticamente a fissarle per un po’, il tempo necessario a contarle. Perché sì, le vertebre di questa cosa che un tempo deve essere stata una donna si possono contare. Che roba affascinante. Le mie sarebbero così in vista solo in una radiografia e oggi so che esistono solo perché qualcuno me l’ha detto -io so di avere delle vertebre in fiducia.</p>
<p>La signora le sta vicino, ha un tono e un fare consolatori, mentre la giovanoressica in lacrime bofonchia parole con la voce rotta e il respiro di un cuore a pezzi, roba che tra un po’ farà piangere anche me. Quasi sto per avvicinarmi, tanto per mera solidarietà femminile. O per porgerle un kleenex. O per qualsiasi cosa la faccia smettere. Per fortuna arriva subito la sorprendente rivelazione, il dramma svelato, l’epifania. Stupida io a non averci pensato prima. Sono in una palestra, dentro uno spogliatoio femminile. Quale altro dramma esistenziale potrebbe provocare un tale scroscio di lacrime e singulti se non un affare di <span style="font-size:11px;">DIETA</span>?<br />
Il momento è sofferente: da una parte una fragile ragazzina che l’anoressia non basta, in preda ad un pianto irrefrenabile perché avrà mangiato tre carote al posto di due; dall’altra una signora compressa dentro una mise da cui fuoriesce della carne con cui non è mai nata. Così decido di fare l’unica cosa che la mia morale, in questi casi, mi impone. Afferro il moleskine dalla borsa e trascrivo parola per parola il loro dialogo. Non posso esimermi. Per quanto ne so, è la sola forma di amore per il prossimo che conosco. È la mia pietas. Come volevasi dimostrare, quelle che sento si rivelano le imperdibili perle di un’umanità meravigliosa, un perfetto esempio di come spesso certa gente ragioni e agisca secondo un unico, straordinario, atavico criterio.</p>
<p>Il cazzo.</p>
<p>Sembra siano lontani i tempi in cui era esclusiva del sesso maschio sragionare con il membro mandando in muffa i bei vecchi neurotrasmettitori. Ormai la vacuità è anche donna -e forse a causa di quella stessa confusioni di intenti per cui, avendo voluto gli stessi diritti dell’uomo, abbiamo creduto giusto ereditarne anche i doveri.<br />
E sì, in effetti l’osmosi ormai è vicendevole, non esiste gradiente superiore che definisca la direzione dello scambio. I ruoli hanno confini labili, gli uomini certe sopracciglia perfettamente sfoltite da far invida alle donne, le donne cer<br />
te brutalità perfettamente involgarite da far invidia agli uomini. E ad alcuni andrà pure bene, ma non a me, per cui la donna non è il sesso forte, ma quello sano. A me -inguaribile romantica notoriamente dolcissima- una donna a metà del suo corpo, che piange a dirotto perché mangiare rappresenta una colpa straziante, fa una pietà strana. Di quelle che il primo impulso non è il soccorso, ma la mazza chiodata.<br />
Se non su di lei, quantomeno su qualcuno che le sta vicino. E in effetti non mi dispiacerebbe suonarle un po’ anche a questo esempio di mastoplastica additiva venuta male, soprattutto quando capisco che con quello che dice per consolare la ragazzina malnutrita vuole solo dare man forte alle sue mille patologie galoppanti.</p>
<p>Tra le due ci saranno minimo 30 anni di differenza, ma sono più le somiglianze che le differenze. È evidente che entrambe, la vecchia rifatta e la ragazzina anoressica, sappiano cosa significa sacrificare se stesse per rispondere alla richiesta attualmente dominante di una femminilità modificata, rispettivamente senza tempo e senza spazio. Per di più saranno compagne di gag, o pilates, o step, o gluteus explotion, o sai quale altra attività utile a tenersi stretto il ricco maritino fedifrago o una taglia 36.<br />
La discussione va avanti su un tono intimo e confidenziale, profondamente commosso e partecipe.</p>
<p>- Non ci posso pensare -<span style="font-size:11px;"><span style="font-family:arial,helvetica,sans-serif;">pausa per abbondanti singhiozzi</span></span>- Ancora non capisco perché sono stata tanto scema -<span style="font-size:11px;">altri singhiozzi.</span><br />
- Ma ormai che importanza ha? È successo? Va bene, basta. Guarda avanti, scusa.<br />
- E come faccio? Come si fa a smaltire in due giorni mezza vaschetta di gelato al cioccolato e sei gelati al tartufo mangiati alle 2 di notte? <span style="font-size:11px;">-silenzio dall’altra parte- </span>E poi lo sai cosa mi ha fatto più male? -<span style="font-size:11px;">nuovi terribili singhiozzi</span>- Mi ha fatto più male lui con le sue parole -<span style="font-size:11px;">singhiozzi, ancora silenzio dall’altra parte</span>- Quando sono salita sulla bilancia e ha visto che avevo preso 600 grammi, mi ha guardata come se ero un mostro e mi ha fatto il cazziatone che neanche mio padre! -<span style="font-size:11px;">attenzione, diamo il benvenuto al terzo attore sofocleo: IL NUTRIZIONISTA!</span>- Mi ha detto “Ma come è possibile? Cosa diavolo ti sei sbafata per prendere 600 grammi con il regime che ti ho dato? Com’&amp;egrave; potuto succedere?”. Allora -<span style="font-size:11px;">singhiozzi</span>- gli ho raccontato tutto. Gli ho detto del gelato, dei tartufi. Tutto -<span style="font-size:11px;">singhiozzi</span>- E lui continuava a guardarmi malissimo -<span style="font-size:11px;">singhiozzi</span>- e a me mi è venuto da piangere. E poi arriva e fa “Vabb&amp;egrave;, vabbè. Sarò costretto a toglierti i pomodori, questa settimana”. E mi ha tolto i pomodori, capisci? -<span style="font-size:11px;">scoppio di pianto scrosciante</span>.<br />
- No! Veramente? Ti ha davvero tolto i pomodori? Che infame però!<br />
Sì, mi ha tolto i pomodori. Ma a me va bene così -<span style="font-size:11px;">assunzione di aria improvvisamente fiera</span>- devo perdere almeno quattro chili prima di andare al mare -<span style="font-size:11px;">voglia matta di farle notare che siamo praticamente ad agosto e tirano 40 gradi</span>- Voglio stare in costume tranquilla, altrimenti non ci vado.<br />
- Certo, logico -<span style="font-size:11px;">voglia matta di fare notare all’amica che in tutto questo di logico c’&amp;egrave; un cazzo</span>.<br />
- Sono esaurita, sto esaurendo -<span style="font-size:11px;">rinnováti segnali di pianto incombente</span>- Se ci ripenso -<span style="font-size:11px;">brusca  metamorfosi facciale</span>- mi viene da piangere -<span style="font-size:11px;">e infatti ricomincia.</span><br />
- Dai, non fare così. Ormai è successo, non pensarci più -<span style="font-size:11px;">carezza delicatamente il braccio della ragazza, le avvicina una mano al viso, le scosta i capelli- <span style="font-size:12px;">S</span></span>ai che possiamo fare? Conosco una ragazza che ha perso quattro chili e mezzo in una settimana -<span style="font-size:11px;">e brava la cazzona</span>- Ora la chiamiamo e le chiediamo come ha fatto, va bene? -<span style="font-size:11px;">la ragazza smette di piangere, adesso tira su col naso.</span><br />
- Davvero ha perso quattro chili e mezzo in una settimana?<br />
- Giuro!<br />
- E come ha fatto? -<span style="font-size:11px;">continua a tirare su col naso e l’aria mesta</span><br />
- Questo non lo so, però possiamo scoprirlo -<span style="font-size:11px;">sì, scopri questa fava</span>- Che ne dici? Dai!<br />
<span style="font-size:11px;">Poco convinta, la ragazzina resta immobile con la testa bassa.</span><br />
- Dai, coraggio! Fatti forza. Adesso usciamo di qui, la contattiamo e tu le chiedi tutto quello che vuoi, ok?<br />
<span style="font-size:11px;">E lei, piccola in quel suo aspetto tirato, la schiena storta nell’arco di una gobbetta già pronunciata che nessuna morbidezza può nascondere, continua a guardare per terra.</span><br />
- Allora? -<span style="font-size:11px;">chiede l’altra</span>.</p>
<p><em>E poi i suoi piedi si fermano e in faccia le spunta un sorriso che non si capisce se sia Pollyanna o Norman Bates.<br />
Allora sai che ti dico? -<span style="font-size:11px;">la tizia accanto si allontana leggermente da lei e fa bene</span>- Ti dico che allora ‘</em><span style="font-size:11px;">STO CAZZO</span><em>. Ti dico che adesso </em><span style="font-size:11px;">MI SONO DAVVERO ROTTA I COGLIONI</span><em>. Di me, di te, del dietologo, di Marie Claire, </em><span style="font-size:11px;">DI TUTTI</span><em>. Ti dico che a me piace mangiare, ok? E se mangiare significa ingrassare e a voi il grasso fa calare l’indice di gradimento, sai dove potete mettervelo quell’indice? Ecco, </em><span style="font-size:11px;">PROPRIO LÌ</span><em>. Quindi sai che si fa veramente adesso? Adesso io esco da questo posto di pipponi fissati, passo dal giornalaio, mi fiondo nel primo bar che trovo, ordino tanta, ma </em><span style="font-size:11px;">TANTA</span><em> roba untissima e aspetto. Sì, aspetto. </em><span style="font-size:11px;">ASPETTO DI CAGARLA TUTTA TUTTA SU UN PAGINONE APERTO DI COSMOPOLITAN</span><em>. Così. Tanto per  rispedire un po’ di merda al mittente, capito? Per rispedirla a voi. Voi e i vostri canoni di massa, che più le si assomiglia e meglio è. Voi con le vostre abitudini disumane, che vivete tristi tra sacrifici e privazioni. E tutto questo per cosa? Per allontanarvi da voi e avvicinarvi a quello che non siete. Vergogna. Vergogna io, tu. Vergogna mio padre, mia madre, i miei presunti amici che fanno finta di non vedere e, se vedono, preferiscono la comodità di non chiedere. Vergogna il dietologo grande esperto che tutto mi ha detto di fare, tranne che di parlargli del perché mi venga voglia di ingozzarmi di gelato a notte fonda. Che neanche una delle decine volte in cui mi ha vista mi ha chiesto perché, pur essendo così magra, volessi continuare comunque a dimagrire e dimagrire e dimagrire. Troppa urgenza di farsi la piscina, evidentemente.<br />
Smettetela. </em><span style="font-size:11px;">TUTTI</span><em>. E smettila anche tu, che vivi nella più bieca vergogna. Sì, proprio tu. Ti vergogni di un corpo che ha l’unica colpa di aver vissuto. E tu cosa fai? Lo tratti in un modo che dovrebbe essere lui a vergognarsi di te.<br />
Svegliati, idiota.</em></p>
<p>Sarebbe potuta andare così. Ma non è andata così.</p>
<p>- Dai, coraggi<br />
o! Fatti forza. Adesso usciamo di qui, la contattiamo e tu le chiedi tutto quello che vuoi, ok?<br />
<span style="font-size:11px;">E lei, piccola in quel suo aspetto tirato, la schiena storta nell’arco di una gobbetta già pronunciata che nessuna morbidezza può nascondere, continua a guardare per terra.</span><br />
- Allora? -<span style="font-size:11px;">chiede l’altra</span>.<br />
<span style="font-size:11px;">La ragazza tira un’ultima volta su col naso.</span><br />
- Ok. Ce l’ha msn?</p>
<p>Chiudo il moleskine, mi alzo e apro finalmente il mio armadietto.<br />
Sperando di trovarci dentro una doppia spranga dentata.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sessoecibo.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sessoecibo.wordpress.com/124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sessoecibo.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sessoecibo.wordpress.com/124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/sessoecibo.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/sessoecibo.wordpress.com/124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/sessoecibo.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/sessoecibo.wordpress.com/124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sessoecibo.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sessoecibo.wordpress.com/124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sessoecibo.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sessoecibo.wordpress.com/124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sessoecibo.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sessoecibo.wordpress.com/124/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sessoecibo.wordpress.com&amp;blog=30474866&amp;post=124&amp;subd=sessoecibo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il Bambino I</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 10:19:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lajanissa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi contatta una persona a cui devo molto nella vita. Rosario, il portiere &#8211; l’uomo grazie al quale ogni sera posso dire di avere ancora una macchina perché ogni giorno impedisce al carroattrezzi di portarsela via. Rosario mi dice che nel palazzo abitano due ragazzi, due brave persone, due figli di famiglia, che avrebbero bisogno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sessoecibo.wordpress.com&amp;blog=30474866&amp;post=123&amp;subd=sessoecibo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sessoecibo.wordpress.com/2010/02/25/il-bambino-i/31993_10150204977295307_900170306_12668040_109846_n/" rel="attachment wp-att-153"><img class="aligncenter size-full wp-image-153" title="Freakshow" src="http://sessoecibo.files.wordpress.com/2010/02/31993_10150204977295307_900170306_12668040_109846_n.jpg?w=460&#038;h=322" alt="" width="460" height="322" /></a>Mi contatta una persona a cui devo molto nella vita. Rosario, il portiere &#8211; l’uomo grazie al quale ogni sera posso dire di avere ancora una macchina perché ogni giorno impedisce al carroattrezzi di portarsela via. Rosario mi dice che nel palazzo abitano due ragazzi, due brave persone, due <em>figli di famiglia</em>, che avrebbero bisogno di fare un po’ di doposcuola. Un po’ di<em> doposcuola</em>. Doposcuola è una di quelle parole che non ho mai trovato promettenti. Come fedifrago, propedeutico, corroborante, postpartum. Doposcuola sa di ragazzino rigorosamente in tuta, con ascelle pezzate e capelli unti, che puzza eternamente di sudore e merendine. In questi giorni non ho molto tempo, ma non ho neanche molti soldi. Quindi mi offro disponibile quantomeno a conoscere i ragazzi e i rispettivi genitori. Così, tanto per farmi un’idea della situazione e trovare motivi validi per non pentirmi subito di una scelta che, conoscendomi, la mia ostinata incapacità a dire di no ha già preso. Tanto per prendermi per il culo, insomma. I motivi validi si distinguono in due categorie: motivi validi morali (opzionali) e motivi validi pecuniari (necessari). In genere sono motivi validi: presenza di soggetto cerebroleso da redimere o cui far quantomeno capire cosa sia un libro facendo in modo che anche mezzora dopo continui a capirlo (questo sarebbe il massimo, ma è merce rara) e presenza di genitori facoltosi assillati da problemi di coscienza, pronti a farsi spillare anche ingenti somme di denaro in cambio della promessa che il figlio smetta di essere il coglione che è. Un giorno. Forse.</p>
<p><span id="more-123"></span>In realtà, a parte pochissime eccezioni, tutto quello che finora ho garantito ai genitori disperati che ho incontrato è stato un balsamo alle loro inottemperanze nella forma di un rapido passaggio dal 2 al 7 nella pagella dei loro figli. Dopodiché, tirando un sospiro di sollievo, sono ritornati dal parrucchiere o dall’amante a cuor più leggero e in gran fretta. E per il resto, a parte pochissime eccezioni, i loro figli sono rimasti i coglioni che erano. Per fortuna sono tempi poco esigenti ed essere dei coglioni è secondario, quando va di moda il risultato e quello che si fa, perché quello che si è non si sa o è tale da non meritare di sapersi, meno che mai degno di qualsiasi valore attribuibile. Quello che faccio in fondo è solo offrire a degli straordinari coglioni umani gli strumenti per ottenere risultati e diventare degli ordinari coglioni sociali. Perché tanto, a meno che non condizioni il risultato, a questi figli del T9, delle K e delle sincopi ortografiche, di conoscere Orazio o qualcos’altro non gliene fregherà mai un cazzo. È a questo che penso in ascensore, mentre scendo per andare in portineria a conoscere le amabili mamme e i loro amabili figlioli assetati di conoscenza in forma di voto. La location non sarà certo delle migliori per delle presentazioni da cui potrebbe dipendere l’acquisto del mio iMac, ma almeno è zona franca, non è una casa, non è la mia. Per l’occasione e per contrastare l’asciuttezza di una guardiola, mi inventerò il più inflessibile e diligente personaggio di istitutrice mai esistito, roba che Jane Eire mi farà una rassegnata pippa. Il portiere mi presenta una signora con una faccia esausta e tiratissima, non si capisce se si sia  appena alzata dal letto o stia per andarci. Un donnino pienotto sotto l’abbigliamento ricercato, ma dal volto secco, senza trucco e rugoso, con un’espressione di stanchezza irremovibile. Di sicuro ha meno anni di quanti ne dimostra e meno tempo a disposizione di quanto ne vorrebbe. Dopo le presentazioni, inizia infatti a parlare in modo piatto senza tradire alcuna esitazione, lanciandosi in un discorsetto indubbiamente preconfezionato forse con lo scopo di ottimizzare i suoi tempi evidentemente già corti. Perfetta come giornalista del notiziario per non udenti, qui sembra piuttosto una donna imbottita di benzodiazepine. Ancora più del suo aspetto, appena apre bocca vengo colpita  dal nome del suo pargolo, qualcosa su cui non intendo passar sopra. Non scrivo mai i nomi reali delle persone di cui parlo, non solo per questioni di anonimato. E non solo perché le prendo per il culo. Considerando che si tratta sempre di cose e persone banali, penso che chiamare cose e persone banali per nome le renda più banali di quanto siano. Invece la sola iniziale al posto di un nome intero, oltre a suggerire un’idea di presunta e brodosa letterarietà anche in un testo che di letterario non vuole avere nulla, rimanda ad un occultamento, una necessità di rivelazione parziale, e magari ad un’impressione di contatto apparente con la realtà. Insomma: non scrivo nomi perché non si sa mai e perché fa figo non scriverli. Qui no. Qui il nome del figlio della signora lo voglio scrivere. Perché il figlio di questa signora si chiama <em>Ugo</em> e <em>Ugo</em> è come doposcuola, fedifrago, propedeutico, corroborante e postpartum. Una di quelle parole che non ho mai trovato promettenti. Abbiamo già trovato una falla nel sistema, quindi, e si chiama <em>Ugo</em>. Ascoltando parlare mater Ughi, il nome di suo figlio non è la sola cosa che può far paura. C’è ancora quella sua voce atona ma sicura di chi sembra stia leggendo e che tu ci sia o meno non frega niente a nessuno; quello strano e inquietante modo di pronunciare le frasi mettendo alla fine un punto e un a capo e soprattutto quel ricorrere del nome del figlio all’inizio di ogni periodo. Freud, qui c’è roba. Se la sua è una tecnica per farmi stare zitta e accorciare i tempi, è perfettamente riuscita: non dico una parola, non ne ho il tempo, e interrompere la sua litania mi sembrerebbe rischioso come far svegliare di soprassalto un sonnambulo fonofobico. Così non faccio altro che annuire e restare a guardare lei che neppure sembra vedermi, e parla parla parla. Di Ugo Ugo Ugo. La discussione dura cinque estenuanti minuti in cui la mia tolleranza non è mai stata così alta e va avanti più o meno così.</p>
<p>Ugo è una brava persona -<em>non ne avevamo dubbi</em>- e non lo dico perché sono sua madre -<em>certo che no</em>.</p>
<p>Ugo è intelligente, sveglio e fa molto sport -<em>vuoi che gli dia ripetizioni o che me lo sposi? </em></p>
<p>Ugo ha solo un piccolo problema -<em>la butto lì: essere tuo figlio?</em></p>
<p>Ugo non ha voglia di studiare -<em>ma va? E scommetto che nella valutazione della sua intelligenza questo è un dettaglio insignificante</em>.</p>
<p>Ugo per il resto è un <em>bambino</em> splendido.</p>
<p>Bambino? -<em>è la prima cosa che le dico dopo il mio nome. </em></p>
<p>Ugo, d’altronde, non è stato mai abituato bene a studiare e forse…</p>
<p>Scusi. Aspetti. Ha detto <em>bambino</em>? <span style="font-size:small;"><span style="font-family:Arial;">Mi guarda come se si fosse accorta di me solo ora e chiedendosi che ci faccia lì.</span></span></p>
<p>Sì, bambino.</p>
<p>Ma bambino nel senso che è il <em>suo bambino</em>?</span></span></p>
<p>No, bambino nel senso che <em>è</em> un bambino. Ha solo dodici anni -dodici anni ed è un bambino? Mia cara signora, io a dodici anni sapevo già cosa fosse un bacio con la lingua e La metamorfosi di Kafka.</span></span></p>
<p>Capisco -dico- quindi fa le medie? </span></span></p>
<p>Certo, Ugo fa la terza media.</p>
<p>Terza media. Il peggio del peggio. Uno che in terza media ha bisogno di avere ripetizioni, non deve  più chiamarsi Ugo per non essere promettente. </span></span></p>
<p>Oh, quant’è tardi! -<em>cambia tono bruscamente, o forse ne acquisisce uno per la prima volta</em>- Ugo starà già finendo le sue <span style="text-decoration:underline;">tre ore</span> di calcetto! Devo proprio andare, Ugo mi aspetta.</p>
<p>La mammante di Ugo fa per salutarmi, ma per sua sfortuna ci raggiunge la mamma del secondo ragazzo cui dovrei dare ripetizioni e che, tanto per confermare la proverbiale varietà di questo splendido mondo, è l’esatto contrario della prima -ma la cosa non si rivelerà un bene. Truccatissima, pantaloni neri in lattice aderenti dentro stivali tacco 12, silhouette da frequentatrice di cardiopump e, soprattutto, ciuffo tirato su con lacca e visibilmente soffice come il cemento. Nemmeno il tempo di una stretta di mano e ci sono già tutti i presupposti perché tra me e questa donna si instauri un promettentissimo rapporto in cui lei mi starà indubbiamente sui coglioni. Con lacca, voce roca, latex e certe fauci da pompe magne, quello che mi sta davanti è un concentrato di lezioni di stile per transessuali in erba. Altre presentazioni e altro giro di informazioni vomitate velocemente come aveva già fatto la sua amica. Bla bla entrambe portavano i rispettivi figli da una tizia che, rimasta incinta, ha dovuto rinunciare ad andare avanti con le lezioni e bla bla. Entrambe sanno di cosa parlano bla bla, anche quando l’una parla dell’altra (con sommo sollievo della prima che, passato il testimone, può rimettere la mente a dormire). Dalla descrizione che ne fa, il figlio della lacca risulta praticamente identico al figlio della fattona, solo che questa volta non c’è alcun nome, ma qualcosa di peggio. Quando la lacca in latex si riferisce a suo figlio, lo chiama</span></span></p>
<p>Il Bambino</p>
<p>Rabbrividisco dentro. Ma non è nulla in confronto al mio sbigottimento quando finalmente vedo spuntare Il Bambino nel suo metro e ottanta di altezza. Il lato positivo è che in sua presenza smetterà di chiamarlo Il Bambino, penso. Spero. Voglio.</p>
<p>Ah, ecco Il Bambino <em>-muoio di imbarazzo per lui. Voglio un telecomando per cambiare canale-</em> Gioia, ti presento Caterina -<em>lo abbraccia e lo attira a sé</em>- la ragazza che ti farà doposcuola al posto di Mariella -<em>ora le darai un pugno, mi dico mentre gli porgo la mano</em>. La sua stretta è debole fino al fastidio. Non me ne stupisco. <span style="font-size:small;"><span style="font-family:Arial;">Non è carina? -<em>mi sento Hello Kitty</em>- E parla anche molto bene! -<em>virtù eccezionale, pare</em>.</span></span> <span style="font-size:small;"><span style="font-family:Arial;">Poi la madre molla la presa su suo figlio e, senza tuttavia lasciargli la mano (non si sa mai tagliare il cordone alla nascita sia stata una scelta ginecologicamente affrettata), si sporge verso di me e mi sussurra all’orecchio</span></span></p>
<p>I professori mi hanno detto</p>
<p>“Signora, il bambino potrebbe essere il primo della sua classe”, capisci Caterina? <span style="text-decoration:underline;">È praticamente un genio</span>! Solo che gli scoccia studiare e ha bisogno sempre di qualcuno che gli dia il <span style="font-size:x-small;">LA</span>.</p>
<p>Torno a rabbrividire, non so se per la frase in sé o perché questo essere geneticamente scorretto mi si è avvicinato un po’ troppo. Decido comunque di sorriderle annuendo con l’espressione di chi la sa lunga, ma dentro di me penso che a questo qui non basterebbe un’intera scala.</p>
<p>[<a href="http://sessoecibo.wordpress.com/2010/02/25/il-bambino-ii/">Qui c'è il seguito di questo post</a>, non è forse una gran botta di culo?!]</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sessoecibo.wordpress.com/123/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sessoecibo.wordpress.com/123/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sessoecibo.wordpress.com/123/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sessoecibo.wordpress.com/123/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/sessoecibo.wordpress.com/123/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/sessoecibo.wordpress.com/123/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/sessoecibo.wordpress.com/123/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/sessoecibo.wordpress.com/123/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sessoecibo.wordpress.com/123/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sessoecibo.wordpress.com/123/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sessoecibo.wordpress.com/123/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sessoecibo.wordpress.com/123/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sessoecibo.wordpress.com/123/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sessoecibo.wordpress.com/123/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sessoecibo.wordpress.com&amp;blog=30474866&amp;post=123&amp;subd=sessoecibo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il Bambino II</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 10:08:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lajanissa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ripetenti]]></category>
		<category><![CDATA[imac]]></category>
		<category><![CDATA[lacca]]></category>
		<category><![CDATA[latex]]></category>
		<category><![CDATA[pakistan]]></category>

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		<description><![CDATA[[La prima parte di questo post si trova proprio qui] Dopo le rapide presentazioni di persone e punti in questione, tra me, la mamma di Ugo e de Il Bambino è arrivato il momento di mettersi d’accordo su orari e tariffe. Torna a parlare la mamma numero uno, ridestandosi all’improvviso da quello che sembra il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sessoecibo.wordpress.com&amp;blog=30474866&amp;post=122&amp;subd=sessoecibo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sessoecibo.wordpress.com/2010/02/25/il-bambino-ii/easternp2/" rel="attachment wp-att-157"><img class="aligncenter size-full wp-image-157" title="Viggo" src="http://sessoecibo.files.wordpress.com/2010/02/easternp2.jpg?w=460&#038;h=253" alt="" width="460" height="253" /></a>[La prima parte di questo post <a href="http://sessoecibo.wordpress.com/2010/02/25/il-bambino-i/">si trova proprio qui</a>]</p>
<p>Dopo le rapide presentazioni di persone e punti in questione, tra me, la mamma di Ugo e de Il Bambino è arrivato il momento di mettersi d’accordo su orari e tariffe. Torna a parlare la mamma numero uno, ridestandosi all’improvviso da quello che sembra il lungo sonno della sua esistenza.</p>
<p><span id="more-122"></span>Ugo fa calcetto lunedì, mercoledì e venerdì.</p>
<p>Ah.</p>
<p>Fino alle 18.</p>
<p>Ah.</p>
<p>Quindi <em>verrà</em><span style="font-family:Arial;font-size:small;"> da te dalle 18 alle 20 o, se è il caso, alle 21 -</span><em>perché non alle 23 così lo metto direttamente a dormire, certo non prima di avergli spazzolato delicatamente i capelli e raccontato Pollicino?</em></p>
<p>Insomma, <em>un orario vale l’altro</em><span style="font-family:Arial;font-size:small;">. Poi vedrete voi -</span><em>è la prima volta che mi include in un discorso. Sono quasi commossa. Certo, nel suo Voi c’è anche l’immancabile Ugo e, pronomi a parte, ha praticamente pronosticato che la sottoscritta smetta di avere una vita a causa del calcetto di suo figlio, ma è già qualcosa. In fondo che valore potrebbe avere la mia vita rispetto a quella di una promessa del calcio? Ma allora perché ti ostini, dolce cuore, a far studiare tuo figlio se praticamente la sua e la tua vita stanno già bene così, a trascinarsi su un campo verde speranza proprio come quel pallone intorno a cui girano? Vorrai mica cambiare quell’intramontabile luogo comune del calciatore che si è fermato alle medie.</em></p>
<p>Gli altri giorni <em>verrà</em><span style="font-family:Arial;font-size:small;"> da te dopo pranzo oppure quando avrai finito di fare doposcuola con Francesco (ovvero Il Bambino, l’altro ragazzino di cui sento solo ora il nome e non per bocca di sua madre).</span></p>
<p>Vedremo -azzardo- Devo prima organizzarmi con una studentessa a cui do già ripetizioni e a cui per correttezza vorrei continuare a dare la priorità. Vi farò avere una lista delle ore in cui sono disponibile quanto prima.</p>
<p>Calano immobilità e silenzio. Entrambe mi guardano stupefatte -nel caso della mamma di Ugo, dovrei dire stupefattona. Che abbia esagerato? Forse finora ignoravano che la terra fosse abitata da qualcun altro oltre i loro figli?</p>
<p>Allora parliamo di prezzi. Tu quanto prendi? -<em>sicuramente più di te. A farmi la domanda più elegante del mondo non può che essere la mamma in lacca e latex, con una scioltezza che quasi tradisce un senso di familiarità con la questione</em><span style="font-family:Arial;font-size:small;">.</span></p>
<p>Dipende -<em>la guardo con sufficienza e senza volerlo inizio a masticare la gomma un po’ più sguaiatamente</em><span style="font-family:Arial;font-size:small;">- In genere mi pagano a ore.</span></p>
<p>No, no. Qui il sistema ad ore non funziona -<em>ma qui dove? In una portineria?</em></p>
<p>I bambini devono venire da te ogni giorno, tanto vale concordare una cifra forfetaria mensile -<em>ma tu, aborto di femminilità dalla sessualità imbarazzante, saprai mai che oltre Grease là fuori c’è tutto un mondo che si veste meglio e sa parlare un po’ più a modo?</em></p>
<p>Vediamo. Quando pagavate l’insegnante precedente? -<em>tento la carta della paracula politicamente corretta</em><span style="font-family:Arial;font-size:small;">.</span></p>
<p>La mamma uno fa per aprire bocca, ma la lacca la anticipa e, mettendole una mano aperta davanti la faccia come per bloccarla, dice velocissima</p>
<p>180 euro.</p>
<p>L’altra richiude la bocca e abbassa gli occhi.</p>
<p>A settimana, spero.</p>
<p>Al mese.</p>
<p>Non mi sembra un prezzo ragionevole -<em>oso ammettere al gatto e volpe in gonnella che ho davanti</em><span style="font-family:Arial;font-size:small;">.</span></p>
<p>Come no? Se consideri -<em>continua la lacca con l’aria indignata di una battona a cui hanno dato della battona</em><span style="font-family:Arial;font-size:small;">- che ti pagheremmo sempre, anche se per un motivo o per un altro, non dovessi fare doposcuola tutti i giorni, questa cifra conviene anche a te.</span></p>
<p>È calato nuovamente il silenzio. Nessuno fa finta di piacere più a nessun altro. Non sono convinta. Loro giocano a ribasso e a quella cifra, non avendo alcuna intenzione di smettere di vivere per un iMac da pagare in scomode rate mensili della durata di sei anni, non vale più la pena continuare a fare la carina.</p>
<p>E poi devi anche considerare che potresti usare un’unica ora per fare lezione a tutti e due. Tanto i bambini sono bravi e tranquilli.</p>
<p>Sì, ma per 180 euro mensili non basta che i <em>bambini</em><span style="font-family:Arial;font-size:small;"> siano bravi e tranquilli. Signore, si è fatto tardi. Facciamo così. Vi farò avere quanto prima la lista delle mie ore libere, così ci metteremo d’accordo.</span></p>
<p>Alzo i tacchi che non ho e vado via.</p>
<p>Compilo la lista delle ore che ho a disposizione ogni giorno. Se considero quella studentessa del superiore a cui do già ripetizioni, non sono tantissime. Ma riesco a ricavarne più di un paio al giorno in modo che sia Ugo che Il Bambino abbiano la loro dose di doposcuola quotidiano. Con un rapido calcolo, mi accorgo che per 180 euro mensili ogni ora guadagnerei una cosa come 9 euro. Tanto vale andare a cucire palloni in Pakistan. Accetterò perché sono un’idiota e, a questo punto e questa cifra, soltanto per fare un favore a Rosario che mi salva il culo se ho posteggiato a cazzo di pesce. Il giorno dopo, mentre non posso fare a meno di pensare a quanto sia una minchiona senza speranza, lascio a lui la lista, chiedendogli cortesemente di farla avere alle mamme di Ugo e de Il Bambino, che non voglio assolutamente rincontrare.</p>
<p>Poche ore dopo mi arriva la telefonata della lacca in latex.</p>
<p>CIAO, CATERINA. SONO LA SIGNORA …<span style="font-size:small;"><span style="color:#ff0000;"><strong><span style="font-family:Arial;">*</span></strong></span></span></p>
<p>Se i matti urlano, gliel’ha insegnato lei.</p>
<p>HO AVUTO LA LISTA DEI TUOI ORARI E SONO TREMENDI. VOLEVO DIRTI CHE IL BAMBINO <strong>NON HA NESSUNA INTENZIONE</strong> DI STUDIARE A QUELL’ORA PERCHÉ DI POMERIGGIO <strong>PREFERISCE</strong> ANDARE A GIOCARE. E QUINDI <strong>NON </strong><strong>È</strong><strong> DISPOSTO</strong> A FARE DOPOSCUOLA CON TE.</p>
<p>Il sollievo è tale che, se mi pesassi in questo momento, scoprirei di aver perso sei chili all’improvviso. Ma non mi sembra il caso di manifestarlo, né lui né lo sdegno per quel suo tono da regina madre dell’erede al trono. Piuttosto faccio la parte del dispiacere immenso, perciò rispondo</p>
<p>OOOooOOOh, capisco signora. Mi dispiace tanto.</p>
<p>ANCHE A ME. TU SEMBRAVI COSÌ CARINA -<em>e riandiamo con Hello Kitty.</em></p>
<p>Pazienza. Sarà per la prossima volta -<em>continuo</em></p>
<p>PAZIENZA, SÌ<span style="font-size:small;"><span style="font-family:Arial;">.</span></span></p>
<p>Potrebbe fermarsi qui, chiudere con un convenevole qualsiasi e ognuno per la sua strada. Invece, senza il buongusto di casa, latex woman continua.</p>
<p>PERÒ LASCIATELO DIRE. I TUOI ORARI SONO DAVVERI TROPPO ASSURDI. CAPISCI CHE COSÌ <strong>CI COSTRINGI</strong><span style="font-family:Arial;font-size:x-small;"> A </span><strong>PRENDERE</strong><span style="font-family:Arial;font-size:x-small;"> QUALCUN’ALTRA? POTEVI ESSERE UN PO’ PIÙ ACCOMODANTE PERÒ!</span></p>
<p>Questa donna, in qualunque modo si muova nella lingua italiana, sbatte.</p>
<p>Resta in linea, come in attesa che io dica qualcosa e la odio, perché so che mi basta tanto così per cedere, fare un passo indietro e dirle che va bene, forse si può trovare un’altra soluzione, forse posso chiedere alla ragazza a cui già faccio ripetizioni di cambiare il nostro orario, forse posso venire incontro al Bambino che dopo tutto è giusto che vada a giocare con gli amichetti…</p>
<p>Ma prima che risponda e decreti la mia rovina, come un imprevedibile impulso della corteccia, mi tornano in mente la sua sgradevole sicumera e la morbosità verso quel cazzone di un metro e ottanta di suo figlio, la sua voce roca e il suo raggiro da commerciante. E sì, anche i suoi pantaloni in latex e la sua lacca.</p>
<p>Ha ragione, signora. Potevo essere un po’ più accomodante. Ma me ne farò una ragione. Saluti, mia cara. E porga i miei omaggi al reginetto.</p>
<p><strong><span style="color:#ff0000;"><span style="font-size:small;"><span style="font-family:Arial;">*</span></span></span></strong><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial;">I puntini non hanno niente a che vedere con i miei scrupoli di anonimato. Non ricordo il nome della cara signora madre del Bambino e mi dispiace. Perché per quanto mi è stata in amore quella volta, se sapessi come si chiama, qui le riserverei lo stesso riguardo che i romani usarono con Cristo nel non far sapere in giro che fosse il re dei giudei. O quello o una corona di spine.</span></span></p>
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		<title>Affettata di noia con contorno di strascico al sapore pomeridiano</title>
		<link>http://sessoecibo.wordpress.com/2009/11/20/affettata-di-noia-con-contorno-di-strascico-al-sapore-pomeridiano/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 10:59:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lajanissa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita vera]]></category>
		<category><![CDATA[cani]]></category>
		<category><![CDATA[protozoo]]></category>
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		<category><![CDATA[vicinato]]></category>

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		<description><![CDATA[Ma parliamo di inverno. Dov’è finito l’inverno? Lui con i 25 gradi che tirano oggi. Chiedo È l’estate di San Martino, no? Questo scirocco novembrino che travolge all’improvviso -come se qualcuno ti aspettasse in agguato fuori dal portone di casa per accenderti un phon in faccia- non è mica lo sbuffo incollerito di quel pianeta [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sessoecibo.wordpress.com&amp;blog=30474866&amp;post=121&amp;subd=sessoecibo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sessoecibo.wordpress.com/2009/11/20/affettata-di-noia-con-contorno-di-strascico-al-sapore-pomeridiano/zombies-ate-my-neighbors/" rel="attachment wp-att-167"><img class="aligncenter size-full wp-image-167" title="Zombies Ate My Neighbors" src="http://sessoecibo.files.wordpress.com/2009/11/zombies-ate-my-neighbors.jpg?w=460&#038;h=307" alt="" width="460" height="307" /></a>Ma parliamo di inverno. Dov’è finito l’inverno? Lui con i 25 gradi che tirano oggi. Chiedo È l’estate di San Martino, no? Questo scirocco novembrino che travolge all’improvviso -come se qualcuno ti aspettasse in agguato fuori dal portone di casa per accenderti un phon in faccia- non è mica lo sbuffo incollerito di quel pianeta che stiamo provando a far collassare già da un po’, certo che no. Gravi scompensi e diffuso stato confusionale, fin da alle elementari. C’era un tempo in cui l&#8217;inizio di un temino sull’inverno faceva &#8221;L&#8217;inverno è quando mia mamma mi mette il cappottino perché dice che fuori fa freddo”. Ora un bambino delle elementari, per un temino sull’inverno, potrebbe ragionevolmente scrivere “Inverno? E io che cazzo ne so?”. Sono previsti tempi duri per le nuove generazioni -se mai avranno modo e tempo di esistere.</p>
<p><span id="more-121"></span>Ditemi che è l’estate di San Martino, vi prego. Altrimenti il caldo è solo un pezzo del trailer in anteprima di un film un po’ bruttino che non ho proprio voglia di vedere. [Eccetto quella parte in cui la tempesta solare farà fuori la mia vicina del piano di sopra. Quella che ogni volta stende i panni senza piegarli e le sue lenzuola scendono fino alla mia finestra impedendo a quel po’ di luce di entrare. Ma tu guarda un po’ Gesù. Ho provato a dirglielo. Senta, mica è difficile. Faccia finta che le sue lenzuola siano un panino, le pieghi  a metà e poi le chiuda sul filo per stendere. E poi andiamo: tutto ciò è imbarazzante. La casalinga è lei, chi sono io per dirle come si stendono i panni? Vuole che salga su a farglielo vedere? Non ci sarà mica bisogno di frequentare un corso di teoria e tecnica domestica per capirlo, certo che no.</p>
<p>Evidentemente però sì.</p>
<p>In attesa del 2012, ho deciso di occuparmi della mia vicina da sola, facendo leva sull’unica cosa per cui vivono le casalinghe: l’ossessione malata per l’igiene. Appena posso, esco a fumare sotto il suo balcone, così il fumo impregna tutta quella biancheria che più bianca non si può -ma più gialla sì e te lo dimostro io. Il male invisibile e serpeggiante delle mie sigarette sulle sue lenzuola pulite le salterà al naso quando meno se lo aspetta ed è bello sapere che di notte penserà improvvisamente a me. E molto romantico, per di più. Quando di fumare proprio non mi va, esco sul terrazzo con la mia gatta in testa, confidando nelle fissazioni feline per la cinetica, e lei, puntualmente, non delude. Resta appollaiata lassù come fosse una gallina e la mia testa il suo bell’uovo da covare, usciamo insieme barcollando e ci fermiamo sotto il lenzuolo invadente, entrambe con gli occhi in su.</p>
<p>Se quel giorno il vento non vuole proprio sostenere le mie annoiate e imbrattanti cospirazioni anti-casalinghe e non soffia manco a pregarlo, allora mi basta dare un colpetto con la mano al lenzuolo perché la gatta scatti dalla mia testa e vi si avvinghi come se fosse l’anima che il diavolo le sta strappando. Faccio un passo indietro e li guardo penzolare, lei e il lenzuolo, ad un ritmo rilassante, soddisfacente. Quasi ipnotico. Se il lenzuolo smette di dondolare e sta per finire lo spasso involontariamente offerto dalla vicina, ecco che le sue unghiette affondano di più, causando foretti che difficilmente potranno essere rattoppati.</p>
<p>Sono bei momenti.</p>
<p>Appena sento i passi pesanti della lavandaia compulsiva che si precipita sul balcone perché forse dall’interno ha visto il suo lenzuolo scivolare all’improvviso, devo solo sostituire prontamente il mio sorriso beota con un’espressione corrucciata e incattivita, precipitarmi verso la gatta ancora appesa a quel lenzuolo declassato ormai a pezze da polvere e urlare Cattiva, Maynard. Cattiva. Non si fa, puntando l’indice in modo molto incerto contro il suo muso involontariamente complice. Lei mi guarda con un pezzo di lenzuolo maciullato ancora in bocca e, chiaramente, non capisce ma sa che oggi i croccantini saranno tanti. La vicina si affaccia, i capelli ricci e biondi le cadono sul collo proteso all’ingi&amp;ugrave; e tutto rosso, con lo sternocleidomastoideo che lì dentro sembra non volerci più stare per quanto è gonfio. I suoi occhi, se potessero, manderebbero dardi e vipere. Non volendo lasciare sola la scenografia demoniaca della sua faccia trasfigurata dall’ODIO, inizia ad urlare a squarciagola, nell’ordine: domande che non vogliono avere una risposta, improperi in palermitano basso-infimo, maledizioni per me e svariate generazioni a seguire, minacce tra l’antifemminista (<span style="font-size:smaller;">ORA TI FACCIO VEDERE IO! - ORA CHIAMO </span><span style="text-decoration:underline;"><span style="font-size:smaller;">MIO MARITO</span></span>) e lo statale (<span style="font-size:smaller;">ORA TI FACCIO VEDERE IO! - ORA CHIAMO </span><span style="text-decoration:underline;"><span style="font-size:smaller;">LA POLIZIA</span></span>). Ogni giorno la solita storia, con lo stesso noiosissimo copione. Io non dico una parola finché non smette un attimo, per riprendere fiato e non svenire <span style="font-size:small;">-il che in genere </span>la porta anche ad emettere uno strano singulto/risucchio voraginoso spalancando le fauci, tale da pensare che tra un po’ vomiterà verde e salirà le scale mettendosi a ponte e al contrario. Solo allora cerco di spiegarmi e le dico Guardi che mi scusi, ma la mia gatta dormiva sul mio letto e voleva solo un po’ di luce. Eheh. Che strani i gatti. Valli a capire. Le sorrido, dal basso, come se tutto fosse talmente chiaro da non meritare più alcuna spiegazione, mentre continuo a tenere in braccio la mia gattina e, piena d’amore e gratitudine, le liscio soddisfatta la testolina. La vicina non dice nulla, mi fissa con l’eruzione dell’Etna nei bulbi e la faccia schifata di chi ha trovato uno scarafaggio nella pizza. Penso che, dalla sua prospettiva alta, io devo avere davvero una grandissima faccia di culo e me ne compiaccio enormemente.</p>
<p>Dura poco, perché Lucifero in grembiulino e mocio vileda in mano, torna subito a far tempesta.</p>
<p>La verità è che quell’ingrata, al posto di basire platealmente sgranando ancora di più quegli occhi che tra un po’ escono dalle<span style="font-size:small;"> loro </span>orbite per atterrarmi sul terrazzo, dovrebbe piuttosto ringraziarmi, dato che lei non lo sa, ma finora mi sono astenuta dall’attuare varie cose ben più orrende dell’appendere un semplice gatto alle sue lenzuola. Cose di sicuro più creative e impegnative, che mi sono state suggerite dalla gente che ha saputo dell’odio tra me e lei o semplicemente tra me e la sua biancheria sconfinante. Una mia cara amica, per esempio, mi ha consigliato di passeggiare sotto le lenzuola stese con le mani casualmente sporche di terriccio e di strofinarle sbadatamente sulle stesse. Un’altra (questa qui senza dubbio più fashion della prima) di farmi una tintura ai capelli color viola, o blu, o sangue -qualsiasi colore stia sul cazzo alla candeggina insomma- per poi raggruppare i capelli ancora sotto tinta in un alto turbante e passare di lì, sempre accidentalmente, ché qualcosa, in quella mezzora in cui la tintura deve prendere, si dovrà pur fare. Invece io no. Brava come sono, non ho fatto nulla di tutto ciò. <span style="font-size:smaller;">Ancora.</p>
<p></span>Quindi, perché la spiegazione della gatta arrabbiata in quanto desiderosa di un po’ di luce non le basta? All’esigenza della gente non c’è mai fine. Infatti la mia vicina non si è proprio persuasa e, dopo quei pochissimi istanti di silenzio e gelo seguiti alla mia arringa perfetta, eccola qua, ancora a sbraitare dall’alto del suo balcone. La sua tenacia è ammirevole, devo riconoscerlo. E quel suo dolce sgolarsi, poi… Rivela chiaramente una cadenza squisitamente neomelodica che può derivare solo dall’ammirazione per il grande Gigi. A questo punto la sua agitazione è tale che mi accorgo di dovermi quasi spostare per scansare i suoi sputi. Non mi piace la piega che ha preso la situazione, tantomeno quella dei suoi capelli anni ’80. Così agguanto un lembo del suo lenzuolo sfilacciato e moribondo e le faccio ciao ciao con quello e la manina, per poi tornare dentro, chiudere la porta-finestra e continuare a godermi le sue urla che si sono fatte, grazie a dio e al vetrocamera, più soffici e ovattate.</p>
<p>La storia d’amore con la mia vicina è iniziata il primo giorno in cui mi sono trasferita qui. È scesa con la scusa di conoscere noi cari, nuovi condomini del piano di sotto e tutto ad un tratto, quando sembrava che le cerimonie -fasulle come il mio XP- si fossero finalmente esaurite e che si stesse finalmente togliendo dalle palle, ha cambiato faccia ad una velocità inquietante: da sorridente in modo fastidioso e gratuito com’era ha messo su il grugno serio del medico che sta per comunicare una diagnosi tumorale e ha detto</p>
<p>– Ma i vostri cani abbaiano?</p>
<p>No, pigolano, avrei voluto risponderle. Come notoriamente fanno i cani, tanto per continuare. Invece le ho detto</p>
<p>– Sì, ma non così spesso. Quindi non si preoccupi – ma lei non sembrava affatto convinta.</p>
<p>Stupida me. Avrei dovuto immaginare che in certi condomìni un cane è un fattore determinante e fatale, a partire da cui si avvia un inesorabile processo di intolleranza senza ritorno. Se hai un cane che, proprio in quanto cane, abbaia, certi vicini si sentono liberi di poter fare qualsiasi tipo di cosa, a qualsiasi ora diurna e notturna. E non importa che in un intero giorno i secondi in cui il cane abbaia siano trenta. Il fatto è che quello è un cane, rappresenta una molestia pronta a scattare tipo bomba, e per loro tu sei e sarai sempre la persona malvagia ed egoista che non si è fatta alcuna remora nel portare quella molestia al rischio delle loro anime candide e delle loro vite placide. Che poi loro non si facciano alcun problema nello scambiarsi in continuazione vicendevoli urla e insulti irripetibili, non fa testo. Loro sono umani, il mio cane no. In conclusione, c’è tra me e loro un conflitto che potrà sanarsi soltanto quando smetterò di vedere la cosa esattamente al contrario. Fino a quel momento, i miei vicini si riterranno liberi di fare qualsiasi cosa –allo stesso modo in cui la notte io potrei decidere di sentirmi libera di fare frullati, recitare i Carmina Burana e avvertire l’impellente esigenza di accordare la Fender, probabilmente.</p>
<p>Questa vicina qui, per esempio, oltre a stendere i panni in modo da portare volutamente le tenebre nella mia stanza in pieno giorno, ama molto cambiare l’assetto della sua mobilia a partire dalle sei del mattino e, se non fosse la montanara che è, potrei pure pensare che abbia solo quell’ora a disposizione per dar sfogo alle sue tendenze di innovating interior designer. Ma lei è la montanara che è, fa quel che fa e lo fa alle sei del mattino perché io ho un cane che abbaia per trenta secondi scarsi al giorno.</p>
<p>Solo una volta ho provato ad addentrarmi nell’infausto mondo del dialogo-con-vicina-montanara appellandomi alla logica e al buon senso.</p>
<p>– Buongiorno, sì. Sono venuta a chiederle se potrebbe iniziare a spostare i suoi mobili non proprio alle sei, ma magari un’oretta dopo. Perché sa, da noi si sentono dei tonfi in stile scosse di terremoto celeste e a quell’ora magari dormiamo ancora.</p>
<p>– Eh, no. Mi dispiace. Ma poi tu non dovresti lamentarti, dato che hai un cane che abbaia.</p>
<p>Ma che bella risposta della minchia.</p>
<p>– E cosa dovrebbe fare? Nitrire? E' un cane, lei è una persona. Penso ci siano delle differenze.</p>
<p>– Mi stai mettendo sullo stesso piano dei tuoi cani?</p>
<p>– No, <em>io</em> no – le ho risposto e dio.. quanto ho sperato che fosse un pelo più intelligente del bastone di scopa che teneva in mano perché la mia brillante battuta non finisse lì così, ad aleggiare tristemente nell’aria per poi morire sul suo pianerottolo.</p>
<p>Credo che la mia vicina casalinga abbia iniziato ad odiarmi seriamente proprio qui e che conseguentemente abbia deciso di fare contro di me -l’offensivo capro espiatorio della sua vita di casalinga tutta- l’unica cosa che le riesce benissimo dopo il bucato: ogni giorno, ogni ora, ogni alba, ogni tramonto della sua casalinga vita, <span style="font-size:smaller;">SCATRICIARMI LO SCROTO</span>.</p>
<p><span style="font-size:larger;">Che poi io non voglio fare la snob</span> <span style="font-size:small;">-</span><span style="font-size:small;">perché io non ho bisogno di fare la snob,</span> <span style="font-size:xx-small;">ché io sono già snob</span>.</p>
<p>Però. Cara vicina, pensi in un modo che potrebbe far dubitare Darwin delle sue stesse teorie evoluzionistiche e per giunta lasci che l’astio nei miei confronti tradisca la regola fondamentale della stesura dei panni, quindi la tua stessa essenza montanara e casalinga. Non servono altre prove per dimostrare che è il caso che ti inventi un po’ di vita, mi pare. E poi urlare non è bello. Tanto più se lo fai senza conoscere i congiuntivi. E, dato che ci siamo, nemmeno la parte in cui svuoti i secchi d’acqua sul mio balcone e, quando io ti chiedo spiegazioni, ti giustifichi dicendo che “<span style="font-size:smaller;">TANTO STA PER PIOVERE</span>”, mi piace tanto. Ma se proprio dobbiamo dirla tutta, mi sta anche un po’ sul cazzo quando esco sul terrazzo e lo vedo pieno di monetine cadute dalle tasche dei tuoi jeans stesi. Tipo campo dei miracoli. E tu cosa fai? Cali giù un secchiello legato con un laccio alla tua ringhiera e lo lasci a penzolare per giorni?</p>
<p>Ma tu guarda un po’ Gesù.</p>
<p>Ma davvero credi che io, dopo che l’unica cosa che vedo ogni santo giorno dalla finestra sono le tue lenzuola delle Winx e di Winnie the pooh, dopo che all'alba vengo svegliata dal fracasso del tuo pavimento scorreggiante, prenda i centesimi che ti sono caduti e li metta in quel secchiello? Nel frattempo non so.. Vuoi che te li faccia anche un po' fruttare?</p>
<p>C’è qualcosa che mi dice che hai davvero capito un allegro nulla della vita.</p>
<p>A onor del vero, proprio oggi è successo qualcosa di straordinario, per cui la nostra love story potrebbe essere giunta ad una svolta decisiva. Oggi, dopo le ennesime urla al vento per le solite questioni, sono uscita in terrazzo e, stando a come la signora vicina casalinga si è immediatamente zittita, era chiaro che non se l’aspettava.</p>
<p>– Sai che penso? – le ho detto, serafica e innocente come una vergine – Penso che tu dovresti trovarti un lavoro.</p>
<p>E, approfittando dei secondi di attesa in cui il suo sternocleidomastoideo si sarebbe gonfiato per bene e i suoi occhi avrebbero fatto scorte di sangue sufficiente a lanciare lapilli infuocati, ho continuato</p>
<p>– Sì, sai. Un lavoro vero, qualcosa di più che lavare il cesso a tuo marito, che poi è lo stesso che ti proibisce di lavorare, giusto? Tristemente classico. Perché invece di fare la matta ai quattro venti non entri in casa e ne parlate? Potrebbe essere la volta buona, sì. La volta buona che finalmente ti fai una vita e <span style="font-size:smaller;">TI TOGLI DAI COGLIONI</span>, sì. <span style="font-size:smaller;">TU E LE TUE LENZUOLA DI MERDA</span>.</p>
<p>Quello che è successo dopo ha rasentato il tripudio del festino di Santa Rosalia e l’urgenza di una chiamata veloce veloce alla Neuro. Niente di nuovo, quindi. Così, mentre lei provava evidentemente a stabilire se le tonsille possano uscire spontaneamente di gola a colpi di urla, io ero già dentro, finestre serrate, con la visuale delle lenzuola svolazzanti. Un momento di alta poesia. La migliore coreografia a quello splendido e rincuorante suono che erano le sue urla attutite dai miei -il signore li abbia in gloria- vetricamera].</p>
<p><em>Cara vicina casalinga, per come la vedo io, tutto questo nasce dall&#8217;affetto sconfinato che ho per te: ti voglio bene come vorrei bene ad un protozoo in via di sviluppo. La mia è pura filantropia, cordialità disinteressata. Infatti da oggi in poi farò ogni cosa in mio potere per migliorare la tua casalinga vita. Per esempio. Ho deciso che entro un mese imparerai a memoria tutta la discografia dei Rage against the machine. </em><em>Te li sparerò a volume indecente ogni volta che potrò. </em><em>E dio quanto li amerai. E sai perché li amerai? Perché non avrai scelta.</p>
<p>Nel frattempo te lo confesso: in questi giorni io quei soldi caduti dalle tasche dei tuoi jeans stesi li ho raccolti. E sai cosa ci faccio adesso? Mi vado a comprare un pacchetto di sigarette. E ora sì, prova ad indovinare dove me le fumerò tutte.. .</em></p>
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		<title>Indovina chi, indovina cosa fa?</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 20:03:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lajanissa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Indovina chi]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[decorrere]]></category>
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		<category><![CDATA[robot]]></category>

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		<description><![CDATA[L’agente immobiliare Pochi pratici punti per identificare nella folla un agente immobiliare, quindi allontanarsene SUBITO* Utilità della ricerca: evitare uno dei moderni mali dell’umanità Presupposti minimi: non dovere cercare casa Riconoscere un agente immobiliare a vista è facile come individuare lo sposo ad un matrimonio. È una questione di disperazione. L’agente immobiliare va in giro vestito [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sessoecibo.wordpress.com&amp;blog=30474866&amp;post=120&amp;subd=sessoecibo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sessoecibo.wordpress.com/2009/10/15/indovina-chi-indovina-cosa-fa/beetle-juice-poster/" rel="attachment wp-att-175"><img src="http://sessoecibo.files.wordpress.com/2009/10/beetle-juice-poster.jpg?w=460&#038;h=258" alt="" title="Beetlejuice" width="460" height="258" class="aligncenter size-full wp-image-175" /></a>
<p style="text-align:center;"><strong>L’agente immobiliare</strong></p>
<p style="text-align:left;">Pochi pratici punti per identificare nella folla un agente immobiliare, quindi allontanarsene SUBITO<span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial;"><span style="color:#ff0000;"><strong>*</strong></span> </span></span></p>
<p><strong>Utilità della ricerca</strong>: evitare uno dei moderni mali dell’umanità<br />
<strong>Presupposti minimi</strong>: non dovere cercare casa</p>
<p>Riconoscere un agente immobiliare a vista è facile come individuare lo sposo ad un matrimonio.<br />
È una questione di disperazione.<br />
L’agente immobiliare va in giro vestito di nero senza la nonchalance di un becchino. Corto sui polsi o lungo alle caviglie, l&#8217;abito &amp;egrave; stato presumibilmente acquistato dal fratello o nell’ottica azzardata del <em>Così posso sfruttarlo anche ad un matrimonio </em>(del fratello, appunto) o del <em>In caso di crescita va bene uguale</em>. In genere è un completo gessato e comprare un completo, per di più gessato, oggi è sbagliato. A meno che non si tratti di un piccolo gangsta in fase di sviluppo, un malavitoso anni 30 o Andy Garcia. In effetti qualche affinità con il poco illustre settore dei padrini c’è. Lo scopo più diffuso nel mondo dell’agente immobiliare è quello di accontentarsi del cottimo per lustri e iniziare a far carriera (carriera? Eh?) dopo aver conquistato la fiducia del capo dell’agenzia di zona.<br />
Cioè, dopo essere riuscito a vendere Una casa molto carina, senza soffitto e senza cucina.<br />
La vita ad un agente immobiliare inizia pertanto a sorridere verso i quaranta anni. Ed è un sorriso un po’ tirato, di quelli Te lo faccio per evitare che le dure leggi del mercato immobiliare t’ammazzino prima, ma devo proprio?</p>
<p><span id="more-120"></span>La vita, questo splendido e imperscrutabile muscolo involontario su cui si sono spremute le migliori meningi di tutti i tempi senza mai svelarne sufficientemente il mistero, non risparmierebbe mai un essere umano con il capello dell’agente immobiliare. Infatti cerca di negargli la felicità fintanto che può.<br />
Il capello dell’agente immobiliare oscilla tra la lucentezza della gelatina incrostata e la consistenza della pece, e tra queste e la simpatia di quando si attacca ai polpacci. Per le donne è lo stesso. Nostalgiche, dei &#8217;90 non salvano Alice in chains e Nirvana, ma la frangetta, l’onda e la lacca. Tanta lacca. Quanto basta alla frangetta per trasformarsi in un elemento autonomo, insensibile a gravità e movimento, e al ciuffo piegato ad onda per essere a prova di bora (Il ciuffo immobiliare è un ciuffo che non deve flettersi. Mai). Quanto al maquillage, è impossibile non notarlo perché il trucco di un’agente immobiliare è l’eyeliner di Cleopatra, non di chi dice Hey, io so chi è Robert Smith: poche energiche pennellate di matita color morte et voilà! Due lasagne nere sopra e sotto gli occhi e buongiorno.</p>
<p>Gli agenti immobiliari usano un linguaggio non verbale finalizzato al raggiramento e, volendo guardarli per bene, non servirà il Dottor Lightman per scoprire che la loro presunta affabilità viene continuamente tradita da microespressioni che celano intolleranza, fastidio e odio profondi. Carrettate di bei sentimenti insomma, dovuti per lo più ad invidia (l’agente immobiliare sa che là fuori c’è tutto un mondo in grado di capire e farsi capire con poco sforzo, senza necessariamente imparare a memoria un discorso) o a rassegnazione (l’agente immobiliare sa -e da sempre- che neanche tutto questo sbattimento basta a garantire il risultato: potrà cercare di stupire il cliente recitando il Macbeth senza esitazione o facendo la ruota pure in quei giorni lì. Ma se al cliente non piace l’affare, non riuscirà a cavargli un centesimo neanche recitando il Macbeth senza esitazione, in quei giorni lì e a culo a ponte).<br />
Non c&#8217;è dunque da stupirsi che l’agente immobiliare finisca col trovare ogni suo cliente ostile e ripugnante, e che suo malgrado lo tratti come tratterebbe la sua mamma.</p>
<p>Esempio.<br />
Ag. Immobiliare: &#8220;L&#8217;immobile-misura-150mq-tripla-esposizione-cinque-ambienti-spaziosi-e-luminosi-infissi-in-vetrocamera-posto-auto-e-moto-coperti-balconi-verandati-solaio-interno&#8221;<br />
Cliente: &#8220;Come ha detto che sono gli ambienti?&#8221;<br />
Ag. Immobiliare: &#8220;Come, scusi?&#8221;<br />
Cliente: &#8220;Gli ambienti. Come ha detto che sono gli ambienti?&#8221;<br />
Ag. Immobiliare: &#8220;Ehm&#8230; Coperti?&#8221;</p>
<p>Per far fronte ad un’imbarazzante deficienza neurolinguistica, l’agente immobiliare cerca di aiutarsi usando un lessico tipico, preciso e universale, ricco di odiosi vocaboli appresi durante un improbabile corso di formazione (il corso di formazione di un agente immobiliare dura due ore e le competenze minime richieste sono riuscire a stare in piedi e a dire  C  A  S  A). Di base, l’agente immobiliare suole ripetere in modo ossessivo e robotico<br />
Sì, signora. No, signora. Sì, signore. No, signore, intercalando al tutto parole come “Contestualmente&#8221;, “A decorrere da”, “Laddove dovesse verificarsi”, “Va da sé&#8221;.</p>
<p>Esempio.<br />
«<span style="text-decoration:underline;">Sì signora</span>. La struttura è degli anni ’50, <span style="text-decoration:underline;">contestualmente</span> le tubature sono buone. Ma <span style="text-decoration:underline;">a decorrere da</span>lla presa dell’immobile, <span style="text-decoration:underline;">laddove dovesse verificarsi</span> un problema di perdite o infiltrazioni, <span style="text-decoration:underline;">va da sé </span>che le spese rientrano nella manutenzione straordinaria».</p>
<p>Considerando che tutto questo potrebbe riassumersi in un semplice “La casa è vecchia, se te la prendi sono cazzi tuoi”, il modo di parlare degli agenti immobiliari è particolarmente inquietante, <em>contestualmente </em>ingannevole.</p>
<p><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial;"> <span style="color:#ff0000;"><strong>* </strong></span></span><span style="font-size:xx-small;"><span style="font-family:Arial;">E gli speranzosi tentativi di poter scrivere qualcosa senza per forza sputtanare qualcun altro, se ne sono andati. Così. A puttane, appunto. </span></span></span></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sessoecibo.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sessoecibo.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sessoecibo.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sessoecibo.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/sessoecibo.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/sessoecibo.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/sessoecibo.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/sessoecibo.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sessoecibo.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sessoecibo.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sessoecibo.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sessoecibo.wordpress.com/120/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sessoecibo.wordpress.com/120/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sessoecibo.wordpress.com/120/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sessoecibo.wordpress.com&amp;blog=30474866&amp;post=120&amp;subd=sessoecibo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il prete e l&#8217;amico immaginario</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2009 00:21:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lajanissa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vita vera]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="http://i30.photobucket.com/albums/c307/tosuoru/logo.jpg?t=1243115870" alt="" align="middle" /></p>
<p>Gli dico Allora, adesso entriamo in quella chiesetta del ‘600 e ci facciamo una bella dose di barocco siciliano. Fa’ il bravo, non dare confidenza ai preti ché poi tornano in cappella e si smanettano pensando alle focature del tuo pelo fulvo. Sta’ lontano da qualsiasi cosa somigli anche solo vagamente ad un angolino, ché poi mi tocca pulire il sagrato e non c’ho voglia. Vedi di pisciare fuori dal seminato, per favore. E sorridi, il barocco ti piacerà. Lui mi guarda scodinzolando energicamente. Poi rallenta. Infine smette. A me il barocco fa venire l’ansia. Appunto. Vuol dire che funziona. Storce leggermente il muso verso destra, rimette la testa a posto e fa crucciato Non sei troppo sconcia per entrare in una chiesa? Il suo musetto schiacciato indica il cartellone appeso all’inferriata del portico. Severamente vietato entrare in chiesa con pancia scoperta, minigonna e pantaloncini. Appunto. Non c’&amp;egrave; scritto tette al vento. E poi lasciatelo dire. Sei pedante. Lui si stende a terra come un tappetino e sbuffa sotto le vibrisse. Loro sottoscrivono un comandamento in cui è severamente vietato commettere atti impuri, poi si inculano gli undicenni e io dovrei farmi scrupoli per una stupida scollatura? Ho 30 anni e sono una femmina, quindi del tutto inoffensiva. Tu piuttosto. Vai in giro con le grazie in bella mostra e sempre pronto all’erezione. Vergognati. Sarà, fa lui spazientito. Entriamo. Interno molto sciatto, fatto di un barocco nell’insieme assopito, qualcuno avrà detto allo scultore di risparmiare sullo stucco perché tanto i fedeli erano fedeli abbastanza.</p>
<p><span id="more-119"></span>Dentro è vuoto, fatta eccezione per quel lezzo di incenso che riuscirebbe a convertire anche i beduini. Guarda quel puttino tutto aggettante. Non è carino? Lui poggia il culo a terra e sbadiglia sguaiato. Quello non è un puttino. È un nano con l’esoftalmo, evidentemente ipertiroideo e con le alette rattrappite. Esoftalmico lui? E tu che sei un pechinese con gli occhi di un polpo e il muso introflesso di uno appena incidentato? Sai cosa sei? Sei un esserino pieno di conflitti interiori. L’invidia ti divora. Certo, sono invidioso di un putto con la testa che spunta da una lesena e il culo presumibilmente murato. Oh, attenta. Arriva un prete. Scodinzola. Che cazzo scodinzoli ai preti?</p>
<p>Scusi, ma i cani qui non possono entrare.</p>
<p>Cani? Quali cani? Faccia vaga. Cani come quello lì, mi dice indicando.</p>
<p>Oh, ma lui non è il mio cane. È solo il mio amico immaginario. Dato che lo vede anche lei, se vuole da ora può essere anche il suo. Sorrido amabilmente. Il prete guarda me con condiscendenza e le possibili vie di fuga con interesse. Capisco, ma vede. Questa è una chiesa, è un posto consacrato. Ha un colorito itterico e le mani giunte all’altezza dell’inguine. Lo so, gli rispondo, ma anche il mio amico è piuttosto consacrato dalle sue parti. Su, non facciamo xenofobia, ad ognuno il suo. Questa è la casa del suo signore, che xenofobo non lo è per natura e dicerie. Il mio signore? Non è anche il suo?, aggrotta le sopracciglia per curiosità chiaramente provocatoria. Ma non cederò. Ora gli stringo la mano e me ne vado contenta. Non dargli corda. Saluta educatamente e andiamo, mi bisbiglia lui saggiamente. Ha smesso di scodinzolare.</p>
<p>Vede, servirebbero ore, io ero venuta qui soltanto per fare vedere al mio amico un po’ di barocco. Non ho proprio tempo, mi dispiace. Arrivederla, padre. Faccio dietrofront sulla stessa navata da cui sono arrivata e sento dire al prete con voce più grossa di poco prima Ma se questo non è il suo Dio, perché mi chiama padre? Beh, perché è così che vi chiamano, no? Padri. Perché siete i padri dei vostri fedeli, che voi chiamate figli. Ok, ora basta. Risaluta e andiamo.</p>
<p>No, aspetta. &#8216;Sto Neo tamarro&#8230; E appunto, lascialo stare alla sua santa Trinity.</p>
<p>D’altronde, nella parte del padre, è molto più facile far passare tutto per una colpa che voi e solo voi potete perdonare. È lavoro. Il perdono vi dà il pane.</p>
<p>Proprio non ce la fai a chiudere quella bocca. Mi scappa, su andiamo. No aspetta, deve capire. Ma capire cosa? Andiamo, altrimenti gliela faccio sull’inginocchiatoio. Come ha detto? Nulla, parlavo col mio amico. Ne ha molti di amici immaginari? Come lui, dice? Sì, come quello lì. Oh, mi ha chiamato di nuovo quello lì. Fagli il culo. No, lui è quello scarso. Per fortuna gli altri sono alti e gnocchi. Capisco. Vuole venire a fare due chiacchiere con me? Non le stiamo già facendo? Certo, però in un posto più tranquillo sarebbe meglio. Più tranquillo di una chiesa vuota c’è solo la tomba, con la differenza che lì non c’è modo di saperlo e il paragone è a senso unico. È un problema di coscienza e la mia sta a posto, vada tranquillo. Non volevo parlare della sua coscienza, mia cara. Solo di ciò che prima ha definito il mio dio e mio soltanto. Yahwn. Vede, dio è di tutti, sta a noi accettarlo nel cuore e coltivarne l’amore per sempre. Yahwn. Una volta scoperto, dio non abbandona mai nessuno.</p>
<p>Ok, ora conficcagli un paletto nel cuore. Perché non glielo conficchi tu? Perché non ho il pollice opponibile.</p>
<p>Ad un certo punto, sotto una cupola affrescata vorticosamente e delle teste d&#8217;angelo sporgenti, sono finita a parlare di dio. Con un prete. Farei prima a parlare di cucina con un’anoressica. Almeno siamo in piedi, evito il rischio di una parvenza di genuflessione anche da una diversa prospettiva o con un semplice CTRL – L.</p>
<p>Che ne ha fatto di dio? Se l’è mangiato il gatto, gli rispondo.</p>
<p>Avanti, signorina. Sia seria.</p>
<p>Sa che là fuori chiamare signorina una ragazza equivale a darle della battona?</p>
<p>Battona? Cos’è una battona?</p>
<p>La battona è una puttana. Una prostituta. Una bagascia. Una succhiacazzi a pagamento.</p>
<p>Signorina, la prego. Si ricordi che siamo in una chiesa.</p>
<p>Ha ragione, scusi. Una bagonda. Una escort. Una baldracca. Una Maddalena d’oggi.</p>
<p>Va bene. Ha reso perfettamente l’idea. Una donna dai facili costumi.</p>
<p>Già, una di quelle da Mestiere più antico del mondo. Ha presente, padre?</p>
<p>Sì, ho presente.</p>
<p>Ah. Bene. E non se ne vergogna?</p>
<p>Di cosa?</p>
<p>Di aver presente una puttana.</p>
<p>Oh, ma insomma. Non sia così provocatoria. Sa benissimo cosa intendo se dico di aver presente una prostituta.</p>
<p>Ah, lo so?</p>
<p>Sì, lo sa. Intendo dire che so cosa sia e cosa faccia, senza necessariamente averne conosciuto direttamente i favori.</p>
<p>Si sbrighi, allora.</p>
<p>Torniamo a parlare di Dio?</p>
<p>Guardi, tra dio e prostitute, preferirei continuare a parlare di prostitute. In linea teorica vado indubbiamente più d’accordo con loro. Almeno sono lavoratrici oneste e infaticabili. Il suo dio è piuttosto il capo di una multinazionale che macina soldi e anime a palate anche dopo aver dichiarato il fallimento.</p>
<p>Almeno sta ammettendo che ci sia. È già qualcosa. Arriverà un giorno in cui sapere che esista non le basterà, avrà bisogno di cercarlo e a quel punto mi auguro per lei di trovarlo quanto prima.</p>
<p>Ma scherza?</p>
<p>Certo che no. Me lo auguro con tutto il cuore. Ed è sincero nel dirlo, perciò c&#8217;è tanta pena.</p>
<p>Lei pensa davvero che un giorno potrei avere la voglia e il tempo di andare a cercare il suo dio?</p>
<p>Perché? È troppo impegnata?</p>
<p>Sì.</p>
<p>E da cosa?</p>
<p>Dalla vita.</p>
<p>Dalla vita?</p>
<p>Sì. Dalla vita. Sono troppo impegnata dalla vita. Ne ho una, è questa. È la mia. Il prima e il dopo non mi interessano. Mi preme il durante. E il durante è sottoposto a leggi irreversibili per cui va già quando lo si chiama. Ed è già tardi. Non ho tempo, padre. Non bastano i miei tre minuti per badare a rimettere l’anima chissà dove e chissà a chi. Per adesso è la mia e, fintanto che lo sarà, la nutrirò col solo dio che da donna sono in grado di conoscere.</p>
<p>E di che dio si tratta?</p>
<p>Dice chi sia quel dio?</p>
<p>Proprio quello. Chi è quel dio?</p>
<p>Quel dio sono io.</p>
<p>Interdizione davanti e scodinzolio esagerato sotto.</p>
<p>Sta per caso dicendo che lei è dio così come quel cane è il suo amico immaginario?</p>
<p>No. Io sono il mio dio, né il suo né di chiunque altro. A lei e a chiunque altro lascio il proprio e la possibilità di trovarlo dovunque vogliate. Ma le assicuro che non c’è bisogno di qualcosa a cui fare otto per mille favori. Basterebbe riflettere sulla vita e sul valore sommo da assumere nel frattempo. Il mio sono io, il resto è arredamento.</p>
<p>Capisco.</p>
<p>No. Non è vero. Lei mi guarda e davanti a sé vede una pazza che farnetica con amici immaginari e definibile a buon diritto maniacale e megalomane. Ma sarebbe un diritto buono solo in funzione  antiindividuale. E va bene così. Deve essere così. Non può essere altrimenti. Il suo valore è qui dentro, nell’ostia consacrata, nelle scritture e nelle proiezioni inverosimili o, per lo meno, momentaneamente inutili. Quelle che per lei sono verità ontologiche, per me sono storielle che, anche se avessi il tempo di leggere, non condizionerebbero il mio sonno. Perché su quello non ho alcun controllo, se non una parvenza di idea che non fa parte del mondo dei miei sensi e che quindi è nulla.</p>
<p>Non crede di essere un po’ troppo arrogante?</p>
<p>Perché mi preme la vita e mi disinteresso del resto?</p>
<p>Anche.</p>
<p>No, padre. Mi sentirei arrogante se sciorinassi supposizioni spacciandole per verità assolute. Se parlassi usando robaccia come Per sempre, Infinito, Tradimento, Esatto, Vero, Colpa, Assoluto. Sarei arrogante se, pur conoscendo il corso di una storia che ha tentato di perseguire quell’innaturale robaccia, non facessi niente per evitare che continui ad offendere la vita. È una cosa che da sé richiama a sé e in confronto il suo dio è una banale sottocategoria.</p>
<p>Sarà nelle mie preghiere, cara.</p>
<p>Con o senza tette?</p>
<p>Il suo amico immaginario ha appena fatto pipì sulla mia scarpa.</p>
<p>È un cane. Dove altro avrebbe dovuto farla?</p>
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		<title>Nuova casa (e mini ode alla flatulenza)</title>
		<link>http://sessoecibo.wordpress.com/2009/03/26/nuova-casa-e-mini-ode-alla-flatulenza/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 18:24:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lajanissa</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sessoecibo.wordpress.com/2009/03/26/nuova-casa-e-mini-ode-alla-flatulenza/attachment/9358737/" rel="attachment wp-att-181"><img class="aligncenter size-full wp-image-181" title="Palemmobbbella" src="http://sessoecibo.files.wordpress.com/2009/03/9358737.jpg?w=460&#038;h=307" alt="" width="460" height="307" /></a>Ho vissuto ventisette agresti anni in una casa in cui le sveglie erano i cinguettii degli uccellini e il silenzio era tale che il sorgere del sole faceva quasi rumore. Ora ho cambiato baracca. Evviva la poesia, tutto era bello, verde e fiorito, ma i burattini avevano ricevuto uno sfratto grosso quanto il culo di un Botero e di malavoglia sono stati costretti a mettersi a dieta. Al posto dei chili, ad andare via sono stati i piani. Uno al posto di tre. Per mia madre è una fortuna. «La cosa che più mi piace di questa nuova casa è che adesso staremo tutti su un piano» Se quantifichiamo, i tutti di cui parla siamo io e lei, e ancora non vedo dov’è il culo. Una folle che, forse per l’età, trovi vantaggioso non fare più le scale? Io tornerei a farle volentieri quelle scale di legno lise da ventiquattro anni di corse e tre di cadute, e andare al piano di sopra quantomeno per poter vedere il mare da una finestra – o i miei vicini papponi che arrostiscono crasto a bordo piscina.</p>
<p><span id="more-118"></span>Basta con i romantici solfeggi. Un primo piano ha davvero i suoi vantaggi. Per esempio quello di assistere alla raccolta dell&#8217;immondizia. Mai sottovalutare il fascino della quotidianità, soprattutto quella cestinata. Mi ero sempre persa la deliziosa cura dei camion nell&#8217;accostarsi perfettamente ai cassonetti, l&#8217;emozionante momento del salto degli intrepidi spazzini (burp, operatori ecologici), la malinconica immagine del camion carico degli escrementi dei miei cani che si allontana verso il magico mondo sovratassato delle ceneri. Quanta bellezza nella downtown.</p>
<p>Poco fa, proprio mentre addentavo il primo pezzo del primo fungo delle prime pappardelle della prima cena nella mia prima nuova casa, immaginavo, da fantasciccosa psicolabile cresciuta con gli uccellini, che da tutto questo verrà fuori una persona veramente yeah, talmente yeah da saper discutere delle dinamiche di raccolta della spazzatura e di riunioni e/o omicidi condominiali. E ai vari vantaggi di una nuova casa c&#8217;ho pure creduto, ma sapevo che stavo fingendo. Non ho avuto neanche il tempo di dedicarmi alla mia patologica impostura che nel giro di pochi attimi è piombata una sequenza velocissima di sirene, sgommate e un botto da infarto dalla strada al mio soggiorno con furore. E la pappardella mi si è fermata in gola. Ho tracannato un bicchiere d&#8217;acqua mentre mia sorella cercava una biro per farmi una tracheotomia, «Ok, sto bene» e sono rimasta impietrita a guardare le veloci scie blu delle sirene riflesse sul pavimento del corridoio. Che gittata potentissima &#8216;sti poliziotti, pensavo.</p>
<p>Sono corsa alla finestra del salone che dà sulla strada trafficata in cui scorrazzano i miei nuovi vicini cittadini cercando Erik Estrada, ma c’erano solo un motorino per metà a terra e per l&#8217;altra incassato nel paraurti anteriore di una macchina parcheggiata all&#8217;angolo di una strada in curva, la volante che ha reso il mio salotto una pista psichedelica e dietro, sull&#8217;asfalto, il segno nero di una frenata di cinque metri. Un poliziotto piuttosto figo in piedi, accanto lo sportello del guidatore, mani in tasca, si guarda intorno camminando a passi larghi. Dall’altra parte, lo sportello del passeggero è rimasto aperto. Quindi, ricamiamo: o due poliziotti annoiati stavano rincorrendo un ragazzino sulla moto, l&#8217;hanno preso in pieno e uno dei due è andato ad occultare il cadavere (ma la polizia non fa <em>ancora</em> di queste cose di fronte a gente affacciata al suo balcone che sta assistendo a questo dolce spettacolino notturno, quindi questa è un&#8217;ipotesi futuribile, ma del cazzo), oppure si sono dati all&#8217;inseguimento di un poveraccio truffaldino che curvando si è impolpettato contro una macchina e si è dato alla fuga. A quel punto una delle due sottopagate guardie dello Stato sarà scesa molto atleticamente dalla macchina non prima di essersi molto scenicamente passata una mano sui capelli.</p>
<p>La trama si fa interessante, aspettiamo dunque il ritorno da vincitore del collega per avere la nostra buona dose di catarsi quotidiana. E infatti, pochissimo dopo, eccolo spuntare dalla quinta laterale, camminando dietro un ragazzino che avrà al massimo 14 anni, in manette, con le braccia stirate dietro la schiena e un&#8217;espressione non proprio contenta. Qui ci sta l&#8217;applauso. Tutti hanno quello che volevano, giustizia è stata fatta, un bell&#8217;applauso cittadino ci starebbe. E infatti arriva, timido e stonato, come se chi lo sta facendo temesse dall’alto del suo balcone di essere riconosciuto dalla folla buia e poi punito per la parte presa. Applaudire è un ottimo modo di dissacrare qualcosa, ma qui la cosa è vera e un vero applauso non basta.<br />
Per quanto mi ricordi, nel vedere un sedicenne che torna da un disperato tentativo di fuga, strattonato e violentemente costretto a salire in macchina battendo ripetutamente la testa allo sportello, un po&#8217; di soddisfazione vorrebbe esserci. O dovrebbe esserci.</p>
<p>Sto diventando amorale.<br />
E rutto pappardelle.</p>
<p>Crisi del cazzo.</p>
<p><span style="font-size:xx-small;">Queste cazzate sono state scritte davvero la prima sera in cui sono andata a stare in una nuova casa, circa un mese fa. Nel frattempo ne sono successe di cose. Alcune divertentissime. Come quando un motorino parcheggiato sul marciapiede davanti il mio palazzo ha preso fuoco, distruggendo la macchina posteggiata alla sua destra.<br />
La mia era quella a sinistra.<br />
Ringrazio ancora dio Eolo per aver spirato almeno una volta dalla parte giusta. </span></p>
<p>Ma la cosa che ad oggi resta la più divertente tra tutte succede ogni mattina, quando esco in terrazza a bere il mio caffè e al posto del mare e degli uccellini vedo il vecchio signore del palazzo di fronte (cui la mia fantasia ha dato il nome di Totuccio) che, puntualmente, si affaccia al suo balcone, si smanetta deliziosamente il pacco, con una sistematicità quasi commovente stende il culo di lato per alcuni secondi e infine rientra in casa, visibilmente soddisfatto.</p>
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		<title>Significato e significante &#8211; suggestive riflessioni dicotomiche sul Natale</title>
		<link>http://sessoecibo.wordpress.com/2008/12/15/significato-e-significante-suggestive-riflessioni-dicotomiche-sul-natale/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2008 19:41:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lajanissa</dc:creator>
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		<category><![CDATA[peritonite]]></category>

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		<description><![CDATA[tutto bene?? ciao Luca Tutto bene? A Natale? Come chiedere ad uno stitico se gli piaccia la limonata. A Natale va bene un cazzo. Non perché sia cattiva in sé la festività, anzi. La storia della natività col bue e l’asinello è molto toccante e i regali dei re magi sempre meglio della solita bottiglia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sessoecibo.wordpress.com&amp;blog=30474866&amp;post=117&amp;subd=sessoecibo&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sessoecibo.wordpress.com/2008/12/15/significato-e-significante-suggestive-riflessioni-dicotomiche-sul-natale/bad-santa-screenshot-2/" rel="attachment wp-att-187"><img src="http://sessoecibo.files.wordpress.com/2008/12/bad-santa-screenshot-2.jpg?w=460&#038;h=306" alt="" title="Bad Santa" width="460" height="306" class="aligncenter size-full wp-image-187" /></a><em>tutto bene??<br />
ciao<br />
</em>Luca</p>
<p>Tutto bene?<br />
A Natale?<br />
Come chiedere ad uno stitico se gli piaccia la limonata.<br />
A Natale va bene un cazzo.</p>
<p>Non perché sia cattiva in sé la festività, anzi. La storia della natività col bue e l’asinello è molto toccante e i regali dei re magi sempre meglio della solita bottiglia di vino.<br />
Però è indiscutibile che a Natale niente vada davvero bene.<br />
Perché la gente che va dietro al Natale non sta mai davvero bene.<br />
Quindi sarò pure la solita infantile riottosa, ma scatta l’odio violento e spietato per tutto quel che sotto Natale nasce, cresce, muore.<br />
Dall&#8217;odio salvo solo i Francescani del convento di fronte casa, solo perché i vecchietti barbosi che vanno in giro in sandali anche d&#8217;inverno meritano stima e ammirazione, oltre al posto che spetta loro di diritto in paradiso.</p>
<p><span id="more-117"></span>Mentre tutti quelli che a dicembre parcheggiano in tripla fila perché Natale vuol dire intasare i centri commerciali e mi fanno fare tre giorni di coda perché&amp;nbsp;a <em>me</em> serve un banalissimo mouse nuovo e <em>loro</em> hanno ben deciso di svuotare un intero negozio, meritano anatemi e purgatorio.<br />
C&#8217;è il bisogno maniacale di spendere convulsamente la tredicesima?<br />
Perfetto. Erigiamo una cittadella dove chi ne ha una possa andarsene a &#8216;fanculo senza per forza rendere invivibile un intero centro storico? Propongo Bellolampo: dal produttore al distributore al consumatore alla monnezza, accorciamo pure l&#8217;iter classico del consumo e niente più TARSU.</p>
<p>&#8220;Stanco della solita gente che a Natale vuole solo passeggiare per la sua città?<br />
Vieni a Bellolampo.</p>
<p>A Natale puoi<br />
fare quello che non puoi fare mai<br />
È Natale e a Natale si può fare di più<br />
Per noi<br />
A Natale puoi</p>
<p>Le feste a Bellolampo: un Natale agevolmente acquistabile. Immediatamente defecabile&#8221;.</p>
<p>Oggi, mentre aspettavo di pagare il mio piccolo mouse di merda, ho ingollato qualsiasi cioccolatino e ogni cosa gli somigliasse nel raggio di cinque metri. Dopo un po&#8217; ho finalmente capito perché in tutti i negozi del mondo le porcherie da mangiare siano sempre vicino le casse, solo che era troppo tardi, perché ero già ciccia, brufoli e quasi in peritonite. Eppure sussiste il mistero della fede natalizia: perché, oltre ai cioccolatini e alle gomme da masticare, gli scaffali delle casse pullulano di rasoi e preservativi? Che va bene ingannare l&#8217;attesa sgranocchiando qualcosina, ma farsi una depilazione o qualcuno mi sembra eccessivo, un atteggiamento molto poco natalizio .<br />
Anche perché ci sono i minori. Il popolo dei centri commerciali sotto Natale è fatto dai bambini. Solo che non sono bambini normali. Sono piccole bestie dopate.<br />
Il bambino tipo in un centro commerciale ha smesso all&#8217;improvviso di appartenere alla categoria dell&#8217;homo erectus: non si muove su due gambe, ma per lo più striscia sul pavimento strattonato per un braccio dalla mamma che non bada alla frattura dell&#8217;ulna subita dal figlio perché è troppo presa dai mestoli Guzzini. Quando il bambino inizia a scivolare sulla pozzanghera delle sue stesse lacrime e intorno al loro esempio di famiglia felice s&#8217;è raccolto un folto numero di spettatori pronti a chiamare gli assistenti sociali, la premurosa mamma solleva finalmente il piccolo inferocito e borbotta qualche ipocrita vezzeggiativo mettendosi la bocca a culo di gallina.<br />
&#8220;Mu cicciu, c&#8217;è bisognu di furu cusì?&#8221;<br />
Ma il bimbo, ormai in preda ad una crisi isterica, giustamente la schiaffeggia. Per punirlo, la mamma gli ficca in bocca il ciuccio più e più volte caduto a terra, forse sperando che a quel punto il figlio muoia per infezione da acaro.</p>
<p>Il motivo per cui i bambini preferiscono una frattura al braccio piuttosto che continuare a girare coi loro genitori per i centri commerciali è chiaro: assistono all&#8217;acquisto di cose assurde e abominevoli ma, non potendo esternare adeguatamente il loro disappunto, simulano imminenti attacchi epilettici e convulsioni. Purtroppo non si sentirà mai un bambino di cinque anni dire alla sua genitrice “Madre, in questo periodo di crisi universale, comprare un cicciobello che rutta se lo premi mi sembra decisamente fuori luogo e anche un po’ offensivo”. Invece lo si vedrà dentro un carrello della spesa a diventar paonazzo e dare violenti calci all’aria.<br />
Uscendo dal centro commerciale, ho visto una signora e sua figlia che facevano la fila per farsi incartare il &#8220;Set dell&#8217;Ironing Girl&#8221; che non pensavo potesse essere quello che avevo temuto, ma lo era: un&#8217;asse da stiro e uno appendiabiti in miniatura.<br />
La bambina aveva il volto rigato dalle lacrime evidentemente appena versate copiose e adesso era notevolmente perplessa.</p>
<p>Se avessi sette anni e mia madre mi regalasse il &#8220;Set di Iron Girl&#8221;, la denuncerei per danni morali e istigazione alla vita domestica.</p>
<p>E le commesse. Vogliamo parlare delle commesse?<br />
Le care commesse (quelle che io tratto sempre con grandissimo rispetto e garbo e che, di risposta, mi rimandano occhiatacce da tantolosochetifacciosolopena o, ben che mi vada, puntuale indifferenza ad ogni saluto che porgo) si mettono a lavorare dopo essersi date appuntamento alla Città della Lentezza.<br />
E se capita che un cliente chieda ad una di loro &#8220;Scusi, potrebbe dirmi il prezzo di questo?&#8221;, nel tempo che questi impiega a porgerle l&#8217;oggetto in questione, lei gli lancia il più uterino degli sguardi, gli sgancia un sorriso al veleno pur avendo un crocifisso di tre chili appeso al collo e, quando infine la principessa sullo sgabello risponde &#8220;Certo, dia qui&#8221;, sembra che le abbiano chiesto di scorticarsi il petto e spremerci sopra una spugna imbevuta di limone.<br />
Un po&#8217; di leggerezza, suvvia.<br />
Le misere sette ore in cui fate nulla fuorché poggiare il culo su una sedia sono un problema?<br />
Crema per piaghe da decubito e andiamo.</p>
<p>E per cortesia, vogliamo aiutarle a truccarsi un po&#8217; meno da Incantevole Creamy?<br />
Che bisogna fare perché le commesse capiscano che le probabilità di essere notate da un talent scout mentre passano allo scanner il codice a barre di Guitar Hero è davvero bassa?<br />
Creare un gruppo su facebook?</p>
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